martedì 13 ottobre 2009

A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin


Da "Il Piccolo" 11.10.2009


Sabato 17 ottobre saranno consegnati i riconoscimenti ai vincitori del “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia, nato per ricordare l'opera e la figura del grande poeta gradese.
A testimonianza della riconosciuta serietà del premio, la giuria ha la facoltà di premiare difatti, oltre ai libri presentati, qualsiasi altro volume in dialetto o saggio edito in Italia negli ultimi due anni. Nel tempo la commissione giudicatrice è stata composta, fin dagli inizi, dai maggiori studiosi e poeti italiani, dal compianto Carlo Bo a Franco Brevini, da Pietro Gibellini a Franco Loi, da Edda Serra a Giovanni Tesio. Tra i vincitori delle scorse edizioni inoltre troviamo alcuni tra i più significativi poeti in dialetto e studiosi del Novecento: basti qui ricordare soltanto i nomi di Paolo Bertolani, Enesto Calzavara, Amedeo Giacomini, Franca Grisoni e, per la sezione dedicata alla saggistica, Dante Isella, Cesare Segre, Alfredo Stussi.
Quattro sono le persone che riceveranno il prestigioso riconoscimento. All’unanimità la giuria ha deliberato di assegnare il premio Marin di 5000 euro ex aequo al poeta bisiaco Ivan Crico, per la raccolta “De arzent zu-D’argento scomparso”, edito dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e al brianzolo Piero Marelli per la silloge “I nocc-Le notti” edita da Lieto Colle. Ne dà notizia la presidente del Centro Studi Biagio Marin, Edda Serra. La giuria del Premio per la poesia in dialetto edita formata da Franco Loi, Giovanni Tesio, Pietro Gibellini, Gianni Oliva, Edda Serra e Flavia Moimas, si è riunita a Brescia e ha stabilito altresì di assegnare altri due premi. Quello riservato alla personalità che nel corso della sua attività ha onorato la poesia in dialetto e contribuito alla sua conoscenza, sempre con giudizio unanime, è stato assegnato a Lucio Felici, al quale va il premio del Comune di Grado di 2500 euro. Felici è noto per i suoi studi su autori in romanesco dal ‘300 a oggi e sui poeti di marca Trevigiana, in particolare Calzavara e Zanzotto. Infine, sempre all’unanimità, per la saggistica su Biagio Marin e il suo mondo il premio sarà assegnato a Caterina Conti per la tesi di laurea “I diari e le lettere di Falco Marin: slanci idealistici ed esperienza militare” discussa all’Università di Trieste.
La cerimonia di consegna si terrà a Grado (GO) il 17 ottobre alle 17.30 nella sal consiliare del municipio.

giovedì 1 ottobre 2009

SULL’ORIGINE DELLA PAROLA MARANGON(E)‘FALEGNAME’


DERIVAZIONE O COMPOSIZIONE?
SULL’ORIGINE DELLA PAROLA MARANGON(E)‘FALEGNAME’
Christian SCHMITT
Universität Bonn

Ci sono alcune etimologie che, una volta discusse, non vengono in seguito più prese in considerazione; altre invece costituiscono una sorta di problema costante visto che sulla loro origine gli studiosi non hanno potuto trovare un accordo e certamente non lo troveranno mai. Un caso simile si ha in italiano con trovare(fr. trouver). Su questo verbo sono stati fatti studi così numerosi che risulta impossibile riassumerli tutti in un unico lavoro (cfr. Schmitt 2001); con tutti i saggi che sono usciti sulle riviste dal titolo trovare / trouver–e senza tenere conto dei vocabolari– si potrebbe scrivere una storia scientifica che sicuramente dovrebbe includere nomi quali: Paris (1877; 1878; 1897; 1902), Baist (1888), Braune (1894), Schuchardt (1896; 1899; 1903-04), Thomas (1980; 1902, 1904), Meyer-Lübke (1907), Kluyver (1909), Haberl (1910), Wagner (1921), Beyer (1934), Rice (1934), Spitzer (1941), Heisig (1947/48), Jud (1950), von Richthofen (1951), Sandmann (1952), Calonja (1955) così come molti altri. Ogni romanista sa che proprio questo difficile problema viene continuamente ridiscusso sia nei manuali sia nelle varie introduzioni e viene ancora oggi menzionato come esempio paradigmatico.
Non è questo il caso del termine marangone‘falegname’. Questo venezianismo, sinonimo per maestro d’ascia, è stato spiegato etimologicamente da Frey con un’interpretazione storica della parola che non ha preso in considerazione il suo oggetto concreto: Si usa spiegare la voce marangon‘falegname’ partendo dal fatto che la parola originariamente significava un uccello acquatico, lo smergo. Passò poi a designare l’uomo che si tuffava per procedere a riparazioni alle parti subacquee della nave. Infine, dalla sfera della costruzione navale, la parola passò anche in quella dell’edilizia, dove marangon si diffuse definitivamente col significato di falegname. (Frey 1962, 43 sg.)
L’acrobazia fonetica non ha evidentemente disturbato nessuno e l’etimologia di Frey è stata più o meno accettata da tutti i dizionari etimologici (cfr. Schmitt 1979, 136). La cosa che più sorprende è che anche la spiegazione della realtà è stata accettata senza commenti dagli studiosi italiani i quali, di solito, sono abbastanza critici. Certo bisogna fare un bello sforzo
d’immaginazione per partire dal presupposto che con un moto ondoso pericoloso, il marangone / maestro d’asciaabbandona la nave per eseguire delle riparazioni direttamente in mare; peccato però che queste non siano realizzabili in acqua per assenza di gravità.
Nello Scritto in Onoredi Heinrich Kuen ho fatto notare come l’etimologia proposta da Frey non sia sostenibile dal punto di vista fonetico e non renda giustizia ai principi della teoria delle parole e cose. Come nuova etimologia ho proposto il lat. marra‘zappa, scure da ricollegare’ al suffisso derivazionale -anco(cfr. spa. ojanco‘con un occhio solo’, port. burranca‘imbecille’, ita. pollanca‘pollastra’, etc. (cfr. Hubschmied 1939, 245 seg.); questo morfema, produttivo sopratutto nel nord d’Italia –fatto comunque non rilevante ai fini della spiegazione etimologica–, non viene però ricollegato ad un influsso germanico giacché lo si può anche documentare nei toponimi sardi e còrsi (Schmitt 1979, 145).
L’accostamento etimologico marra+ -anca‘ascia’ (strumento dunque del maestro d’ascia) «non sta nel firmamento degli asterischi» ovvero non è un’ipotesi; questa formazione corrisponde morfologicamente al sicuro punto di partenza *matteanca‘roncola’ che a sua volta costituisce la base etimologica dell’antico italiano mazzeranga‘mazza, battente’ e di mazzerangare(REW5425) e fornisce la conditio sine qua nonper il còrso marranca ̄v. tr. «sarcler à l’aide du bêchoir lourd, étroit et effilé, conçu notamment pour l’arrachage des pommes de terre» (Ceccaldi 1968, 226b) et l’ita. marrancio (Malogòli 1939, 227).
Le considerazioni già fatte non verranno ripetute in questo contributo, così come si accennerà solo marginalmente al fatto che anche la campana con cui i lavoratori venivano chiamati al lavoro, la marangòna(Boerio21856, 396b), può essere messa in relazione senza difficoltà con il lat. marra(REW5370).
Questa nuova spiegazione etimologica ha preso in considerazione anche la valenza culturale e la funzione pratica dell’oggetto. Pasquier, autore delle Recherches de la France (1555-1615), conferma parimenti che la campana segnalava la fine del lavoro: la coccia della campana veniva battuta con una zappa e il suono che ne scaturiva, il tintamarre, annunciava lo stacco dal lavoro: [...] or disent les bonnes gens du pays qu’ils avoient ouy qu’autrefois le premier qui donnoit advertissement aux autres avoit accostumé de tinter dessus ses marres avec une pierre, & tout d’une suite commençoit à huer apres ses autres compagnons: Car Marre, comme vous sçavez, est un instrument de labour emprunté mesmement du Latin (..), dont est venu que presque en la pluspart de cette France nous appellons marrerles vignes, ce qu’és autres endroits Labourer. Parquoy ce
ne sera point à mon jugement mal deviner d’estimer que d’autant que au son du tintqui se faisait sur la Marres’excitoit une grande huée entre Vignerons, quelques-uns du peuple François advertis de cette façon ayant appelé Tintamarreà la similitude de cecy, tout grand bruit & clameur qui se faisoit. (1621, libro 8, III; Schmitt 1977, 141) Non vi è dubbio che il fra. tintamarreè una formazione creata del lat. tinnitare‘tingere, tintinnare, risonare’ (FEW113, 1, 346b) et il lat. marra ‘zappa’ (FEW6, 1, 375b) come del resto hanno già riconosciutu Ménage (2650, 626) e Littré (3, 2227a). Dunque il fra. tintamarre e l’ita. marangona‘la campana che chiamava al lavoro gli operai’ hanno un elemento in comune: il lat. marra‘zappa’.
In un contributo apparso nella rivista Lingua NostraGiovanni Petrolini ha affrontato di nuovo il problema dell’origine di marangone / marangona. Siamo d’accordo con lui nell’affermare che il più antico significato documentato sia quello di ‘carpentiere navale’, senso «già ben documentato nel XIVsec. [...], in testi sia volgari [...] sia latini» (1996, 34a) e che «il passaggio di ‘marangone’ dall’originario significato di ‘marangone da nave’ a quello secondario di ‘marangone da case’ ovvero di ‘carpentiere edile’, dovette avvenire molto presto» (34a); ma già Frey (1962, 48) non aveva affermato nient’altro che questo.
Contrariamente a Giovanni Alessio, che aveva postulato un legame etimologico tra marangone‘falegname’ e marangone‘palombaro, tuffatore’ propriamente e originariamente ‘smergo’, uccello marino che si tuffa (1951, 68), Petrolini relega questa relazione «nel mondo delle favole» considerandola una pura invenzione, poiché –e in questo caso a ragione– non vede perché si debba partire dalla teoria che, in caso di bisogno, il falegname debba trasformarsi in tuffatore:
Si vuole –com’è noto– che ‘marangone’ “carpentiere navale” derivi da ‘marangone’ “smergo” o “cormorano” o “svasso” ecc; insomma dal nome di una sorta di uccello marino che si immerge, che si tuffa, a sua volta dal lat. mergu(m)“id”, attraverso una forma più tarda ampliata in suffisso.
L’ornitonimo originario, passato a significare figuratamente “tuffatore, subaqueo”, si sarebbe ulteriormente evoluto al senso più ristretto di “subacqueo adetto a riparare navi” e infine a quello di “carpentiere navale”. Quest’etimologia, avanzata già nell’Ottocento dal Galvani [...] e, con qualche rettifica, accolta poi dal Flechia [...], che già a prima vista ha dell’incredibile, è ancor oggi accreditata da tutti i più autorevoli repertori etimologici e storici italiani. (Petrolini 1996, 346b) Anche con queste argomentazioni Petrolini sfonda delle porte già aperte e non fa che ripetere la mia tesi: in assenza di gravità un marangone non può lavorare (Schmitt 1979). È indiscusso che un’evoluzione del tipo mergus > *mergone > *margone > *maragone > ma-
rangone rimane formalmente senza riscontri e dunque abbastanza improbabile. Certo, con questo non si dice niente di nuovo sulla questione di un’origine comune di marangone(2) ‘falegname’ e marangone(1) ‘smergo, cormorano’, bensì solo sull’impossibilità di poter far derivare, anche una delle due forme, dal lat. mergu(m) ‘uccello acquatico’. Un altro etimo, comune a entrambe le forme romanze, rimane altamente probabile, in quanto da tempo non vale più l’asserzione che:
In ogni caso la singolare e pittoresca semantica per cui dal nome di uccello marino (lat. mergus) sarebbe derivato uno dei nomi di mestiere più illustri della tradizione artigiana di gran parte dell’Italia settentrionale (soprattutto nordorientale) è oggi dai più ritenuta credibile e [...] è generalmente accolta senza riserve. (Petrolini 1996, 36b)
Una tale interpretazione è valida per Frey (1962, 43), ma, in generale, non per la maggioranza degli studiosi di etimologia romanza. È altrettanto sorprendente che venga fatta una separazione tra l’origine del nome dell’uccello e il nome del maestro d’ascia senza accennare innanzitutto alle associazioni già fatte con la parola lat. marra‘ascia’. [...] l’origine [...] andrà ricercata nel lat. med. marangona, ‘grossa ascia del carpentiere navale’, attestato anch’esso già nel 1271 a Venezia nel cit. Capitulare de marangonis, dove si legge tra l’altro di «marangoneet serre», ovvero di ‘ascie e seghe’ v. GLI s.v. Si tratta evidentemente di grosse asce del tipo di quella che dovette essere caretteristica degli antichi carpentieri navali e che dovette essere lo strumento “eponimo” –se così si può dire– della loro categoria, quella cioè dei maestri d’ascia. (Petrolini 1996, 39a) Il collegamento formale e semantico di marangone‘falegname’ con la parola lat. marra, ‘ascia’ non è nuovo e fornisce il punto di partenza per una spiegazione già pubblicata in cui si richiamava l’attenzione sulla marangona ‘nome dato alla maggiore delle quattro campane di San Marco, quella che avvertiva l’inizio, le soste, la ripresa e la fine del lavoro degli «arsenalotti»’; una formazione, già analizzata da Boerio (21856, s.v.), per la quale esiste l’isosemia francese tintamarre, che rappresentava per Pasquier una formazione trasparente. Nei paesi di lingua romanza, al contrario di quelli di lingua germanica, il rintocco delle campane viene fatto generalmente con una «stanga di ferro» ovvero con una marra, come lo confermano anche nel port. marrão‘mazzetta di ferro’ e nel port. e spa. marra‘martello di ferro’ (REW5570); naturalmente per questo compito era adatta anche la marangona‘scure speciale che serve per squadrare i tronchi e farne travi’ (Tissot 1976, s.v.). È più che curioso il fatto che Petrolini rifiuti il mio suggerimento, del quale è venuto «a conoscenza solo quando questo lavoro [il suo, C.S.] era già sostanzialmente concluso» (1996, 40b), con la motivazione che l’esistenza di *marranconenon è stata documentata e che critichi in particolare il «passaggio fonetico piuttosto raro nc> ng(v. Doria 1976, s.v. marangon)», sebbene sia stato provato. Per avvalorare la sua spiegazione però, basata e spiegata soltanto dall’isomorfia francese e italiana marra-scure, marra-picca, pic-pioche, egli non esita a postulare la trasformazione fonetica nc> ngdefinita come «passaggio fonetico piuttosto raro»
(1996, 40b). È costretto a far questo perché altrimenti non potrebbe usare come spiegazione *marranga < marra‘ascia’ + rancare(variante assimilata di roncare < runcare‘zappare, sarchiare’). Questa parola, al contrario del morfema non motivato -anco / -ango, possiede inoltre l’evidente svantaggio di dissociare la famiglia di [ronk-] caratterizzata da un sicuro
nesso [-nc-]; insomma come se valesse anche in linguisticis: cum duo faciunt idem non est idem. A questo si aggiunga che, nella sua spiegazione, il significato di rancare ‘zappare, sarchiare’ viene così preparato, oserei dire quasi forzato, che finisce per essere adattato anche a marangona‘ascia del falegname’. In realtà il significato ‘disboscare’ dovrebbe essere dotato
di un asterisco in quanto non documentato, bensì dedotto, da un’etimologia presunta. L’ipotetica formazione *marra-rangaè semanticamente più difficile da accettare di marra+ -ancus / -angus, in più non è proprio seguibile il ragionamento per cui una valutazione diversa debba giustificare lo stesso fenomeno fonetico:
In questa nuova prospettiva non hanno più ragione di sussistere perplessità d’ordine fonetico espresso da Doria a proposito del passaggio -nc- > -ng-(documentato proprio dal passaggio dal lat. med. ranconus“grossa ascia” al trent. rangón“id.”) e vengono meno sia le difficoltà rappresentate dal presunto suffisso -anca / -angadi *marranca / *marranga(...). (Petrolini 199 42b). Dal momento in cui esiste il passaggio fonetico -nc- > -ng-deve esser valido per entrambi i casi: come ad esempio nel caso di lavanca / lavanga, avalanca(AIS I, 426s.) o come mostrano (Rohlfs 1930, 274; 1964, 553 sg.) i toponimi del tipo calanga / calanca(frz. calangue, gris. Val Calanca; calabr. kalanga). L’analogia progressiva è talmente frequente in fonetica
che non c’è neanche più bisogno di dimostrarla (cfr. anche *mattea > *mattea + -anca> ait. mazzeranga‘mazza’, REW5425, o la coesistenza di [masaNg], [masaNga], [masaNka] ‘falcetto / Gertel’ < *lat. *mattea, AIS 542). Questa situazione non è diversa da quella del tipo rank- / rang-che ho già impiegato nella mia spiegazione. Eppure nella relazione di Petrolini questa affermazione non irrilevante viene taciuta, e in maniera interessata: [Traduzione italiana, nam Germanica non leguntur]: Un’evoluzione parallela, addirittura un influsso reciproco di entrambe le forme non si può escludere. Da questo perciò non è improbabile che le forme rank-“ronca” (rankon, rankonela, raNkay, etc.) non proprio adeguate foneticamente al tipo principale ronka“Hippe” possano essere state influenzate almeno da marranca“falcetto”, parola non documentata su questa scheda (AIS 542) ma da noi postulata, anche se si dovrebbe concedere più credito alla spiegazione avvalorata dal verbo italiano (ar)rancare“vogare di forza” o da rampina(AIS III, 1388, 310; III, 542, 286, 285 etc.) ricorrente in alcuni punti.
(Schmitt 1979, 145). A questo punto mi sembra d’obbligo fare un’altra osservazione. Petrolini non scorda mai
di porre sopra marrancaun asterisco; se però ha letto, sebbene con ritardo, il mio saggio dovrebbe perlomeno accettare marranca senza asterisco poiché documentato dal còrso marranca ̄ «sarcler à l’aide du bêchoir lourd, étroit et effilé, conçu notamment pour l’arrachage des pommes de terre» (Ceccaldi 1968, 226b), che a sua volta presuppone una marranca«bêchoir»; in fin dei conti l’italiano è la madrelingua dei còrsi. Anche le riserve nei confronti di marranga dovrebbero essere superflue visto che esistono mara ̄ngol‘ranco’ (Peri 1847, 337a), marangol ‘piaghe, malattie’ e marágolo‘ragno’ (Monti 1845, 136) o anche maranga‘arruffone, chi lavora alla carlona’ (Lurati / Pinana 1983, 276). La debolezza delle argomentazioni e del ragionamento di Petrolini risiede però in un altro punto da lui toccato di sfuggita: l’eventuale relazione tra gli omofoni marangone‘maestro d’ascia’ e marangone‘smergo’. L’autore, difatti, si sbarazza del problema emarginandolo con
pochi commenti: Ma quella stretta relazione semantica che si è voluta istituire tra l’a. volg. e dial. ‘mar(a)gone’
“tuffatore, palombaro” (prop. “smergo”) da una parte, e l’a. ven. ‘marangone’ “carpentiere navale” dall’altra, a ben vedere non esiste o quanto meno si rivela troppo debole per poter giustificare la discendenza di questo da quello. (1996, 376)
Probabilmente questa affermazione va interpretata nel senso che si devono mettere in relazione rispettivamente marangone‘uccello acquatico’ con il lat. mergu(m) e marangone ‘maestro d’ascia’ con marra + ranca‘marra-scure’. Ancora una volta si ignora la mia proposta di collegare entrambi i termini con un solo etimo (Schmitt 1979, 148 sg.). Ancora più grave è il fatto che Petrolini non conosca lo studio dedicato a marangone‘smergo’ (Schmitt 1979/80) nel quale viene documentato il motivo per cui la storia della parola marangone‘smergo’ è così determinante per la spiegazione di mara(n)gone ‘maestro d’ascia’ ed è conveniente, anzi imperativo, postulare per entrambi gli omonimi uno stesso etimo. L’autore non ha fatto riferimento a un omonimo che ho già menzionato nell’interpretazione di marangone “falegname” (Schmitt 1979) ovvero: mar(an)gon(e) ‘smergo’. Gli è inoltre sfuggito che io, in un altro studio, avevo già messo in relazione marangone, magron, marguni, maragunicon marra(+ -ancu) e la sua famiglia (Schmitt 1979/80).
Lo studio etimologico viene descritto in maniera pertinente da Battista / Alessio (1952, II; 2359b) con le seguenti parole:
marangone1(maragóne, XVII sec. Oudin) m., XIVsec., ornit.: genere di uccelli palmipedi pescatori, cormorano, corvo di mare, lat. sc. phalacrocorax carbo; contaminazione di ‘marangone’ col tipo rappresentato dall’a. fr. corb mareng‘corvo marino’, ‘cormorano’.
L’aspetto negativo di questa spiegazione risiede in tre punti. Primo: essa non spiega in maniera plausibile in che modo possa essere avvenuta questa contaminazione. Secondo: identifica ingiustificatamente il corvo marinocon il cormorano. Terzo: considera solo gli aspetti formali, ma non quelli semantici. Inoltre questa interpretazione non tiene conto delle conoscenze della semantica comparata e risulta metodicamente arretrata rispetto ai principi della scuola delle che,
da un po’ di tempo, ha ridestato l’interesse specifico della linguistica cognitiva. Con il metodo teorico delle , fondato da Meringer e applicato da Schuchardt in maniera molto efficace al campo della romanistica, è iniziato per le singole lingue romanze lo studio dei nomi degli animali e delle piante (Iordan 1962, 84-194). Ciò che per la Galloromania è riuscito a produrre Roland con i suoi studi Faune populaire de la France(13 vol., Paris 1877- 1911) e Flore populaire de la France ou histoire naturelle des plantes dans leurs rapports avec la linguistique et le folklore(11 vol., Paris 1896-1914) è stato realizzato per l’area linguistica italiana dai non-linguisti Hillyer Gigliolo (1909), Garbini (1919-1925), Penzig (1924) e Arrigo-
ni degli Oddi (1929). Il loro lavoro, arricchito da molto materiale preciso, aspetta tutt’oggi di essere analizzato sistematicamente con la qualità e il livello dello studio di Riegler (Das Tier im Spiegel der Sprache, 1907), il quale ha esaminato cinque lingue europee moderne. Questa rammarichevole circostanza è spiegabile attraverso un spostamento d’interesse e
una crescente specializzazione nella filologia romanza. Per questa ragione le nostre conoscenze sui principi della nomenclatura di animali e piante nell’Italoromania rimangono ancora molto rudimentali e si limitano alle singole ricerche delle scuole di Jud e Jaberg. D’altra parte questo stato insoddisfacente della ricerca scientifica non deve fornire il pretesto per trascurare, in mancanza di studi fondamentali, monografie onomasiologiche o semasiologiche.
Se noi in questa sede riprendiamo entrambi i nomi più importanti di un uccello acquatico molto diffuso in Italia, nomi da tempo chiariti e presentati come aproblematici, in un raro caso di accordo comune, dai più quotati e pertinenti dizionari etimologici, lo facciamo essenzialmente per tre motivi:
–Primo: il fatto che la provenienza dell’ita. marangone“cormorano” dal lat. mergus “tuffatore, sommozzatore” conosce insormontabili ostacoli fonetico-storici, i quali, anche attraverso la ricostruzione ausilaria morfologica della contaminazione, non posso-
no essere eliminati.
–Secondo: la correzione apportata nel frattempo, alla spiegazione etimologica dall’ita.
marangone“carpentiere navale” (Schmitt 1979, 133-151) con cui si confuta il postulato sviluppo semantico dal lat. mergus“uccello acquatico, tuffatore” > it. marangone “uccello tuffatore” > it. marangone“falegname”:
–Terzo e ultimo motivo; il fino ad ora adesso ignorato parallelismo onomasiologico e semasiologico tra il nome di uccello italiano e i nomi di animali o di uccelli acquatici della stessa specie documentati nel greco antico, medievale e moderno, come anche la formazione completamente analoga in entrambe le lingue dei nomi del falegname e dello
scalpellino.
A questo punto desideriamo illustrare più da vicino le ragioni sopra menzionate esaminando in primo luogo la relazione esistente tra il lat. merguse l’ita. smergo / marangone. Farà seguito una breve considerazione sull’omonimia dell’italiano marangone“carpentiere navale” e mara(n)gone“uccello tuffatore”, e con l’aiuto di un parallelo simile greco e grazie a ul-
teriori isosemie speriamo di trovare la strada per nuova spiegazione. Sia per quanto riguarda il lat. mergus“tuffatore”, sia per gli ita. (s)mergo emara(n)gone è importante il seguente stato dei fatti: in latino mergusha fondamentalmente due significati:
“uccello tuffatore, smergo” (“avis quaedam quae ut cibum captet in aquam se mergit”) e il “reposso” (“sarmentum e duro excitatum”) entrambi ben documentati nella letteratura latina (Forc. III, 228b). Secondo le informazioni del REW(5528) questi due significati sopravvivono nelle lingue romanze; allo stesso tempo l’italiano (s)mergo e il galiziano mergo“corvina”
sono da considerarsi come i loro proseguitori diretti, foneticamente legittimi. Il sic. marguni, il gen. magrun, il lom. margone, il prov. margonrappresentano, invece, tutte delle derivazioni con il suffisso -ónem; va inoltre specificato che spesso, nella prima sillaba, si può osservare il ricorrente cambiamento fonetico panromanico della vocale atona rispetto alla pretonica e
> ae può essere osservata anche una contaminazione con il lat. mare[REW5349] estesa su un vasto territorio, che il Dizionario etimologicoUTET (1998, 269) spiega con un presupposto influsso paretimologico di mare. Questa contaminazione evidentemente non è comparsa nella derivazione con il suffisso -úlius(/ + -ónem) come mostrano l’occ. mergolh, il port. mer-
gulhão, etc. Difficili da chiarire rimangono invece – anche quando Meyer-Lübke non lo menziona – il si. maraguni e l’ita. maragone. Se, difatti, i sic. maraguni, maragan“rondine di mare” (Hillyer Giglioli 1907, 492 sgg.) e alcune forme regionali simili si possono ancora spiegare, in maniera più o meno soddisfacente, come formazioni dovute al fenomeno di una vocale epentetica o al cambiamento di suffisso manca invece, per i nomi ita. marangone“phalacrocorax carbo” e marrangone col ciuffo(Arrigoni degli Oddi 1929, 562 sgg.) etc. ogni parallelo, giacché non si può accertare in altri esempi l’inserimento della n. È per questo che anche i vocabolari etimologici italiani utilizzano la discutibile contaminazione dell’ital. (s)mergo“cormorano” con l’assai scarsamente documentato afr. corb mareng“corvo marino” (cfr. Frey 1962, 44).
Questa ibridazione però non è sostenibile già a partire dal punto di vista cronologico ed anche la spiegazione che si rifà all’ita. marangone“carpentiere navale” è stata considerata come costruzione sussidiaria di scarso aiuto (Schmitt 1979, 133 sgg.).
La postulata evoluzione dal lat. mergus(+ -ónem) > *mergone> *margone> maragone > marangone, asserita da Frey (1962, 46 segg.) a seguito della spiegazione di Flechia (1876), risulta difficile da seguire nel penultimo passaggio e, perlomeno nell’ultima tappa non è chiaro, direi quasi impossibile, come finisce con l’ammettere anche lo stesso Frey: “ La epentesi
della n, è vero, non è veramente frequente se non davanti alla s” (Frey 1962, 46). L’italiano marangone“falegname” e l’italiano marangone“cormorano” non sono solamente omonimi, bensí posseggono lo stesso etimo. Noi, in questa sede, non desideriamo di nuovo ripresentare la prova che crediamo di aver ampiamente fornito nello Scritto in Onoredi Heinrich Kuen (Schmitt 1979, 133-151); vogliamo invece riproporre succintamente solo i risultati di quello studio che si sono rivelati utili e necessari per l’approfondimento del tema qui trattato. In seguito alle spiegazioni fornite in quello scritto deve essere ribadito e deve valere come sicuro il fatto che: l’ita. marangone “carpentiere navale”, lessema irradiatosi da Venezia (cfr. AISII, 219),
deve essere messo in relazione con il lat. marra“zappa, ascia, falcetto (Gertel)”, l’utensile più importante per i falegnami.
–Il lat. marra“zappa, ascia, falcetto (Gertel)” non è solo il punto di partenza per i nomi di alcuni mestieri come il ven. marongon“scalpellino” (Pausch 1972, 179), ma, secondo le informazioni dei vocabolari regionali, designa ancora oggi in Italia i più svariati e di gran lunga diffusi utensili (da lavoro) come per esempio: la zappa, la scure / mannaia, il falcetto (Gertel), la roncola, lo scarnatore / il raschietto (Schaber), etc. Rimane infine oggettivamente infondata e linguisticamente non sostenibile la derivazione dell’ita. marangone“carpentiere navale” dall’ita. “uccello tuffatore” (“partendo dal fatto che la parola originariamente significava un uccello acquatico, lo smergo. Passò poi a designare l’uomo che si tuffava per procedere a riparazioni alle parti subacquee della nave”, Frey 1962, 43 sg.). Di conseguenza restano aperte fondamentalmente due plausibili opzioni chiarificatrici:
–Una è che l’ita. marangone“carpentiere navale” e l’ita. marangone“uccello tuffatore” sono due lessemi da considerare completamente separati.
–L’altra è che bisogna ricercare una radice comune a entrambi i lessemi, per cui sarebbe da escludere l’evoluzione semantica “uccello tuffatore” > “carpentiere navale”. Teoricamente rimarrebbe allora solo da dimostrare o il cambiamento semantico di “falegname” > “uccello tuffatore” o la combinazione di entrambi i lessemi con la sicura radice
lat. marra“ascia” dell’ita. marangone“falegname”. Un importante parallelo si ritrova nel greco pe/lekuj– pelekanÒj. I fatti, in greco più sicuri, più trasparenti e più comprensibili, sembrano offrire una buona possibilità di paragone per chiarire la situazione italiana. In Grecia, fin dall’antichità, vivono le stesse specie di uccelli acquatici chiamati in italiano (s)mergo e marangone; il “cormoranosi trova in tutte le lagune, in Maremma e nelle grandi paludi italiane, in Sicilia, in Corsica così come nei grandi laghi e nel Mare Egeo” (Keller 1913, II, 239); i nomi greci del cormorano, al contrario di quelli italiani, posseggono il vantaggio di essere chiaramente motivati e trasparenti per l’osservatore che li analizza dal punto di vista sincronico. Nella lingua greca antica, medioevale e moderna si è costituito accanto al nome di mestiere pelek£n“chi è boscaiolo per mestiere” (Demetrakos 1949, 5625; Stamatakos 1955, 2261; dal tardo greco antico, medioevale e moderno pe/lekuj“ascia, scure”) anche il nome di uccello pelek£ncon il significato rispettivamente di (1) “picchio” e (2) “pellicano”. Oltre a questi nomi, si è ritrovato il medioevale pelekanÒjaiquia“mergus, fulica” registrato in un glossario medioevale greco (Demetrakos 1949, 5625; Liddell/Scott 1953, 1357a). Il nesso diretto tra il gr. pe/lekuj“ascia” e il gr. pelek£n-anos“picus Martis, pelicanus” è così eviden- te che già l’umanista Henri Estiennne vi riconobbe la giusta etimologia (cfr. Stephanus 1829; VI, 696b). Entrambi i significati principali di pelek£n, anoj(“aiquia” e “xulourgÒj”) coesistono sin dal greco antico. L’omonimia tra il nome per falegname / scalpellino / boscaiolo e il nome per pellicano, picchio e folaga non ha creato problemi ai parlanti (Liddell / Scott 1953; 1357; Pas-
sow 1852-7; II, 540; Pape 1864; II, 539). Quest’omonimia si riscontra nel greco medievale (Lampe 1961; s.v.; Liddell / Scott 1953; 1357), anche se con leggeri spostamenti semantici, e si ritrova tutt’oggi perfino nel greco moderno (Stamatakos 1955, III, 2261a; Demetrakos 1949, VII, 5625; Arnott 1977, 335 s.). Certo è vero che pelekanojrimane oggi principalmente un regionalismo, o meglio un arcaismo che nel significato di “falegname, carpentiere” sta venendo sempre più soppiantato dall’italianismo neogreco maragkÒj, al punto che, col significato di “scalpellino”, si è conservato solo a Karpathos anche a svantaggio di petr£j(Andriotis 1974, 443). La sua sparizione, tuttavia, è da attribuirsi più a fatti culturali che a motivi
linguistici interni, soprattutto se si tiene presente che la terminologia tecnica marinaresca veneziana è stata determinante per l’intero Mediterraneo (Fennis 1978, 134) e che il veneziano maragoneè stato adottato perfino in turco (Battisti / Alessio 1952, III, 2359b). Contemporaneamente, come dal lat. securis“scure, ascia” > securigera“pianta dalle foglie asciformi ovvero a forma di ascia”, si è formato in greco pelekinoj“en forme de hache / a forma di ascia” (Carnoy 1959, 207) utilizzato per la denominazione delle piante: “comme nom de plante le mot s’explique soit par la forme de la graine, soit par la forme des folioles en coin” (Chantraine 1974, III, 874b). Rientra nella terminologia tecnica degli artigiani pelek£n “coda di rondine / queue d’aronde” (Liddell / Scott 1953, 1357b; Chantraine 1968, III, 174), un omonimo di pelek£n“pellicano” che non interferisce con la nostra interpretazione. Della spiegazione storico-linguistica dei derivati greci da pe/lekus“ascia”, colpisce che,conformemente a quelle derivazioni di cui si è parlato fino adesso, (come anche pelekanÒj “folaga (fulica)” tutte, senza esitazione, vengano ricondotte all’etimo [pelek-] “ascia”. Nel caso invece del gr. pe/leia“colomba”, che dal punto di vista semantico e fonetico sarebbe anche questo riconducibile a questo etimo, si parla, di regola, o di “etimologia sconosciuta (ap-
punto etymology unknown)” (Thompson 1966, 225 sgg.) o addirittura si preferisce l’aggettivo pe/lloj“grigio” (Chantraine 1968, III, 874b). Sebbene, poi, anche con la colomba per il suo becco ricurvo si riproponga la metafora con pelÒj“uncino, becco”, pe/lekuj“ascia” etc. Indipendentemente da quale sia la giusta interpretazione, possiamo comunque supporre che la derivazione da pe/lekuj“ascia” del nome greco per picchio e pellicano è sicura e che la motivazione per la costituzione del nome va ricercata nella forma particolare del becco e in particolare nella funzione di questa parte del corpo (specialmente per il picchio). Se si guardano le immagini del dizionario illustrato greco (Vostantzoglou 1975) che registra il pelek£noj “pthno” (64,5) e il pe/lekan“pouli” (64,27), “aiquiahkolumboj; me/rgojprosthj” (64,15), questa trasposizione di significato diviene facilmente comprensibile. Non rimane che concludere che senza ombra di dubbio si possono far derivare dal greco pe/lekuj“ascia, scu- re”, sia il nome per il falegname (neogreco pelek£noj“xulokÒpoj”, Vostantzoglou 1975, 39.10), sia il nome per il pellicano. La metafora greca facilita la comprensione dell’origine del nome italiano per falegname / scalpellino e pellicano / cormorano; basta spiegare brevemente il parallelismo della metafora. Per quanto riguarda l’ita. marangone “carpentiere navale” e marongon“scalpellino” (Pausch 1972, 179) basterebbe rimandare allo studio già pubblicato, nel quale è stato ampiamente spiegato il legame fonetico e semantico con il lat. marra, *marranca“falcetto, roncola, *ascia del falegname”. Queste formazioni hanno un loro corrispettivo nel gr. pe/lekuj> pelekanoj“scalpellino” (Andriotis 1974, 443).
Per quanto concerne la spiegazione a proposito dell’uccello acquatico ita. marangone “smergo”, che oggi, insieme con le sue varianti maragone, margone, marguni, mergo, smergo, smago, etc. (Hillyer Giglioli 1907, 492 sgg.; Arrigoni degli Oddi 1929, 561 sgg.) viene fatto risalire dai vocabolari etimologici italiani (Battisti / Alessio 1952; Devoto 1967; Prati 1969;
Migliorini / Duro 1974; Durante /Turato 1975, svv.; cfr. anche Battaglia 1975, s.v.) al lat. mergus“tuffatore”, è necessario aggiungere una precisazione e una analisi particolareggiata delle singole forme. Questo ulteriore riepilogo si rivela importante dato che criteri fonetici impediscono una spiegazione comune per le diverse forme quali: marangone, maragone(e simili) da
una parte e smergo, mergo, margone dall’altra. Queste ultime si possono ricondurre senza problema al lat. mergus“tuffatore, podicipidi” che nell’area mediterranea si usava per definire una serie di uccelli: la berta, lo svasso (maggiore o comune) o il colombo crestuto, i podicipedi, lo smergo maggiore / garganello (mergus merganser) e altri uccelli della stessa specie
tuffatori e palmipedi. Di questi il pellicano e il cormorano sono parenti così stretti, che sia Keller (nella sua relazione sul mondo degli animali antichi – Keller 1913, II, 237 sgg.), sia Boetticher (nel suo dettagliatissimo studio biologico – Boetticher 1957, 7-49), li trattano nello stesso capitolo. Questi animali hanno in comune il becco forte e possente e la consuetudine di
cacciare le loro prede tuffandosi. La caratteristica più vistosa per il pellicano è il becco “molto vistoso e assolutamente caratterizzante” (v. Boetticher 1957, 7), per il cormorano il “becco ricurvo all’apice” (Migliorini 1965, 783b) o “assai grosso, più lungo della testa” (Battaglia 1975, 763). Per quanto riguarda lo (s)mergo(< lat. mergus“tuffatore, podicipedi”), è stata proprio la
tecnica di caccia delle prede a fornire la motivazione per il suo nome. È da ricercare anche nel becco appuntito e possente (come in greco), il punto di partenza per la denominazione del marangone“cormorano” e del pellicano, i quali di regola vengono scambiati con lo (s)mergo (errore riscontrato già in Aristotele, HA VIII, 3, che chiamava il cormorano “cosiddetto corvo”). In questa sede, verrà solo accennato al fatto che il pellicano deve al becco l’introduzione nella poesia simbolica leggendaria dei Padri della Chiesa (e nell’arte sacrale cfr. Gerhardt 51 sgg. e fig. 1-32). Difatti come “effettivamente i genitori nel dar da mangiare ai piccoli appoggiano l’enorme becco sul petto per facilitare il rigurgito del pesce in parte digerito” (Keller
1913, 237), così i Padri della Chiesa, vedevano nell’atto nutrizionale di questi animali (e soprattutto nel loro petto lacerato, o colorato dal sangue dei pesci) un simbolo di dedizione e di autosacrificio. Usavano, dunque, il pellicano come simbolo per il Redentore, poiché credevano che egli tentasse di salvare i suoi figli dal morir di fame attraverso il proprio sangue (e la
propria vita) (v. Boetticher 1957, 15; Gerhardt 1979, 29 sgg.). L’adozione di questa credenza nelle leggende cristiane si deve a un sottogenere chiamato sacrificator(v. Boetticher 1949) e forse proprio questa interpretazione cristiana e la tradizione letteraria esistente (Gerhardt 1979, 10 sgg.) hanno contribuito alla nascita di un commovente libretto sui pellicani scritto da
Albert Schweitzer (Schweitzer 1950). Analogamente al gre. pelekanÒj“pellicano” (< pe/lekuj“scure”), anche gli ita. marangone,e maragone, maraguni(etc.) “cormorano” si sono formati dal lat. marra+ -anca+ -one.
Questo accostamento, il cui punto di partenza *marranca“scure” non verrà ulteriormente riproposto in questa sede (Schmitt 1979, 133 sgg.), non presenta alcun problema dal punto di vista fonetico ed ha senza dubbio un parallelo corrispondente in greco. È per questo che in Italia per la denominazione del cormorano, del pellicano, dello svasso (maggiore o comune), del colombo crestato o del cormorano medio (phalacrocorax aristo- tilis), possiamo partire da due generi: il marangone(< lat. marra“zappa”) e lo (s)mergo (< lat. mergus“tuffatore”) e, dato che entrambi i tipi di uccello denominano lo stesso animale, o due animali dall’aspetto molto simile, non sorprende l’esistenza molto diffusa di interferenze reciproche per entrambi i tipi.
In questa sede non possiamo né desideriamo parlare di tutte le forme, vogliamo piuttosto mostrare il tipo di problematica legata ad alcuni regionalismi (Hillyer Gigliolo 1907, 492 sgg.; Arrigoni degli Oddi 1929, 561 sgg.):
–i rispettivi: margone(Elba), mergone(Roma), marguni(Calabria), margune(Messina), magrón(Sardegna), smargon(Venezia), etc. si possono spiegare in maniera soddisfacente dal punto di vista formale come derivazioni dal lat. mergus+ -onem; questa suffissazione però non va considerata separatamente dall’ita. marangone.
–merangone“phalacrocorax carbo, famiglia dei falacrocoracidi” (Roma) corrisponde invece quasi completamente all’ita. marangone“id.” (Roma); in questo caso evidentemente il lat. mergusha influenzato il lat. marra.
–Il siciliano maragunie il sardo maraganetc. possono essere spiegati, anche se in modo complicato, come derivazione formatesi dal lat. mergusattraverso un processo di epentesi (Frey 1962, 46 sg.); si potrebbero ugualmente far derivare dalla formazione *marraca“zappa, becco”, derivata dal lat. marra“zappa” più il morfema produttivo -acu (Rohlfs 1969, 377 sgg.; Tekavciã1972, III, 96 sg.), ed entrata solamente in un secondo tempo in rapporto con il lat. mergus“tuffatore”.
In questo caso è difficile prendere una decisione, direi quasi impossibile; si dovrà fare una scelta separata per ogni singola forma rispettando gli aspetti fonetici e lessicali sia regionali che locali.
Rispetto ai tentativi di spiegazione presentati finora, la derivazione etimologica qui addotta possiede il vantaggio, per l’italiano marangone“cormorano”, di fornire, sulla base di re-
golarità morfologiche interne alla lingua e di possibili regole semantiche, una sicura spiega-
zione storico-fonetica.
Qui si riunisce formalmente ciò che già costituisce un’unità: l’omonimia tra il nome di uccello (marangone “phalacrocorax carbo”) e il nome del mestiere (marangone“maestro d’ascia”) non dovuta al caso, bensì ad una coesione etimologica. Non vi è alcun problema dal punto di vista semantico dato che esistono così tante isosemie che ci si potrebbe chiedere se ci sia cognizione analogica o se le forme italiane non dipendano da quelle greche, come induce a pensare la sinopsi semantica:

SINOPSI SEMANTICA
GRECO LATINO/ ROMANO
pe/lekuj‘ascia, scure’ marra ‘falcetto, zappa’
→mestiere(/i) →mestiere(/i)
–gr. pelekanÒj‘boscaiolo’, –it. marangone
‘falegname, carpentiere’ ‘maestro d’ascia’
–gr. pelekanÒj‘scalpellino’ –it. marongon‘scalpellino’
→zoologia →zoologia
–gr. pelekanÒj‘pellicano’ –it. marangone‘cormorano’
‘cormorano, picchio, ‘podicipidi, oca marittima (/pellicano)
podicipidi, corvo marino, cormorano medio, golondina
oca marittima (/pellicano)’, etc. marittima (rondine di mare), corvo
marino’, etc.
È possibile interpretare le forme italiane come calchi o come formazioni motivate attraverso concetti indotti dalla cognizione umana. Il problema è noto. Resta comunque in dubbio, se ci sia una soluzione generale per i nomi, basati su una cognizione o motivazione identica o se, anche in questo caso, non si debba piuttosto partire dalla teoria che ogni parola abbia una
propria storia. Per la maggior parte dei parlanti la tetta-capre“succ(h)iacapre, caprimulgo” evoca l’idea generale “dell’uccello che munge le capre”:
gr. aigoq»laj cat. xuclacabres, mamacabres
lat. caprimulgus spa. chotacabras
ingl. goat-succer, goat-milker port. chupacabras
fra. tette-chèvre ita. poppa-capre, tetta-capre, succ(h)ia-capre
occ. teto-cabro ted. Geißmelker, Ziegenmelker, Ziegensaugeretc.
Secondo l’interpretazione di Röntgen (1992, 111 sgg.) questi nomi motivati (FEW17, 337a) sono il prodotto di un processo di translazione che comprende culture e famiglie linguistiche diverse; egli però non fornisce argomentazioni e neanche prove a favore di questa posizione. Noi abbiamo tentato di dimostrare che una trattazione differenziata, che presti attenzione anche ai dettagli, è più adeguata alla problematica (Schmitt 1999, 410-463). Se la caratteristica saliente del pettirosso (1) è il petto rosso, non deve sorprendere che nelle lingue europee i nomi di questo uccello siano motivati da questo ; lo stesso vale anche per i nomi del codirosso (2). Per entrambi possiamo fornire innumerevoli esempi:
1) gaelico bruindeargan, cimrico bronngoch, inglese robin redbreast, norvegese rodkjelk, svedese rödbröst, danese rodhals, olandese roodborst, tedesco Rotkehlchen, francese rougegorge, occitanico pitro-rodzo, colrós, catalano pit-roig, pita-ruig, basco txantxangorri, spagnolo petirrojo, portoghese paporouxo,pisco de peitoruivo, italiano pettirosso, retoromanico gulacotschna, rumeno guûa-roûie, greco kokkinolémis, albanese gushëkuqi, bulgaro cervenoguûka, russo zarjanka, lituano sartkrutitis, armeno karmralanj, caucasico cancaplé, etc. (Desfayes 1998, I, 924-932);
2) gaelico earr-darg dubh, cimrico tingoch du, norvegese svaart rø dstjert, svedese swartrödstjärt, danese husrödstjert, olandese zwaarte roodstart, tedesco Rotschwanz, francese rougequeue (noire), occitanico corousso, catalano cueta roig, basco butzangorr illun, portoghese rabo russo, italiano codirosso, spazzacamino, rusòcolo, retoromanico cuacotchen d’üert, rumeno codroûde munte, bulgaro domaûna cervonoopaûka, russo gorixvostka cernuûka, lituano dúminé randonuodegé, armeno syevowk karmratowt, ebraico hahlilit slayim, etc. (Desfayes 1998, I, 978-983).
Qui, come anche nel caso meno conosciuto del pettazzurro(o nei diversi dialetti: pettoceleste, peto blö, cuarrossa blö, carossi de la stela, cuarossa della regina, pecetto da sorchi) una poligenesi condizionata in maniera cognitiva è più probabile della supposizione di innumerevoli traduzioni, in sostanza non documentabili.
Non solo la postulata contaminazione dell’ita. (s)mergo con l’ita. corvo marengo(Battaglia 1975m 762 sg.), sostenuta da alcuni etimologi senza argomentazioni e di conseguenza anche senza traduzioni, farebbe supporre un altro risultato fonetico, ma anche la contaminazione dell’ita. (s)mergocon il francese antico corb mareng“corvo marino, (Meerrabe)” (Galli 1965, 247; Frey 1962, 44) per il quale non vi è alcuna pezza d’appoggio dimostrabile, finiscono per rivelarsi nulle.
L’ita. marangone“cormorano” e l’ita. marangone“falegname” rappresentano entrambi derivazioni dal lat. marra“scure”. Ciò viene chiarito dalla corrispondenza greca pelekanÒj“pellicano / picchio, falegname”, di cui c’è una traccia semantica, viva in tedesco, quando si parla del picchio come . Queste derivazioni provano che il lat. marrae il gre. pe/lekujhanno posseduto l’isosemia “becco tagliente, zappa”; ciò fornisce a sua volta la premessa per la metafora che è nata indipendentemente in entrambe le lingue. Ancora una volta, così, trova conferma l’antica regola secondo la quale, nella filologia romanza, si devono ricercare soluzioni esterne ai problemi etimologici solo quando siano state considerate in maniera esaustiva le possibilità di formazione interne (cfr. anche Meier 1975, passim). Coloro che desiderano chiarire tali principi e regolarità non dovrebbero in alcun caso sottovalutare le indicazioni fornite dalla semantica comparata.
È per questa ragione che una spiegazione, come quella proposta da Petrolini, si dimostra poco fondata, poiché soddisfa solo fino ad un certo punto le esigenze morfologiche, visto che *marra-ranca (ranga)può essere interpretata come forme isomorfica del fra. pic-pioche. Allo stesso tempo però, da una parte *marra -anca (ranga)dovrebbe essere tenuta separata da ma-
rangone“falegname”, dall’altra, non prende in considerazione il dato di fatto che la radice *marang-costituisce il punto di partenza di una famiglia linguistica, già chiaramente differenziatasi nel Medioevo, la quale si è sviluppata da marangone“(1.) smergo, (2.) falegname”, a marangona“(1.) campana che invitava i carpentieri al lavoro, (2.) moglie del marangone” fino
ad arrivare a marrancino“ladro, mariolo” (cfr. anche in fra. maraud, derivato di marra; Schmitt 1976). Dal punto di vista cognitivo tutte queste forme hanno come base il lat. marra, la cui sopravvivenza viene descritta al meglio dal FEW(6, 1, 375b) e dal REW(5370). L’ipotesi d’Alessio che presupponeva una trasposizione di *palumbaro →falegnamenon convince:
“Il sic. maranguni, marauni“uomo che tuffandosi in mare ripesca le cose cadute al fondo o racconcia qualche rotture delle navi”, “persona che passando a guado i torrenti porta sulle spalle i viandanti” [...] spiegano abbastanza bene come dal significato di «uccello acquatico» si sia passati a quello di “palombaro [...] e finalmente a quello di «carpentiere» (navale)” (1951, 68b). Questa ipotesi, che anche Petrolini rifiuta, à già stata meticolosamente confutata. E questo comunque non è il punto, visto che la postulata basisviene invece accettata anche da Petrolini (1996, 40b: che ha “[...] sostanzialmente ragione di conoscere l’origine di marangone in un *marranca, *marranga“ascia”) palesemente interessato a trovare una soluzione legata
ad un singolo lessema. Se, dal punto di vista cognitivo-scientifico, è giusto che ci sia “la tendenza a denominare
gli artigiani col nome degli arnesi che essi usano abitualmente e con maestria” (Petrolini 1996, 40o), ciò allora dovrebbe valere anche per il mondo animale, nel quale, le parti del corpo vi- stose e le pertinenze appariscenti degli stessi animali, essendo considerate degli , hanno contribuito normalmente e con regolarità alla loro denominazione come era già
noto agli antichi da Aristotele a Plinio. Basta dare alcuni esempi che documentano questa regolarità (Desfayes 1998, II, 159, s.v. rouge, bleu sombre):
–escardenc “rouge” (FEW23, 185)
–cardinal “oiseau américain de couleur rouge”
–cardinal “bourreu”
–picchio cardinale “pic épeiche” (ita.)
–cardinal “bourreu” (port. reg.)
–kardeh “noirâtre” (iran.)
–scardalicchia “mésange bleue” (ita.: (otranto), cfr. scarda“florida, ragazza formosa”)
–hochequeue, caudatrémola, rabeta, coadabatura“batticorda” (Baumann 1967, 103- 123) etc.
Sono proprio queste ragioni a spiegare l’esistenza di nomi uguali per l’artigiano e l’uccello acquatico.
Rimane ancora un problema aperto, caro ad Alessio (1951), ma trattato solo marginalmente da Petrolini: la possibilità di un’interferenza greco-latina: “Secondo Alessio, il significato di ‘carpentiere’, assunto molto presto da ‘marangone’, non
dipenderebbe da quello di ‘tuffatore, palombaro’, ma sarebbe da collegare al neogreco pelek£noj ‘falegname, carpentiere’, propr. ‘pellicano (class. pelek£n, -anoj)’ o picchio (class. pelekaj, antoj)’. A suo avviso il venez. marangon‘carpentiere navale’ potrebbe rappresentare più precisamente un calco su una forma greco-bizantina diffusasi nel territorio dell’Esarcato di Ravenna, la stessa che sarebbe appunto alla base del neogreco pelek£noj‘id’”. Senza reali argomentazioni si inverte la questione riconducendola ad un’interferenza italo (latino)-greca: “È decisamente più probabile [...] che proprio il neogreco pelek£noj‘carpentiere’ (da pe/lekuj ‘scure, ascia, mannaia’) sia un calco sul veneziano marangón‘carpentiere’ che in questo significato è documentato a Venezia – non dimentichiamolo – già nel 1271” (Petrolini 1996, 36 sg.). Sicuramente non si può dare una risposta definitiva al problema. Certo ci sono più argomenti a favore della tesi che dimostra superflua la supposizione di una interferenza. Come abbiamo già dimostrato per il nome caprimulgo, la cognizione umana varia molto raramente e sembra assolutamente probabile che i greci ed i romani abbiano seguito gli stessi principi cognitivi e che, in questo caso, si debba favorire la tesi di una poligenesi basata sulla dell’uccello, il quale è chiamato in gre. pe/lekuj, in ita. / lat. marra, in ted. Hackee in inglese hawk, ma anche il fatto che, come dimostra il REW, nelle lingue romanze la stessa motivazione può venire documentata in riferimento a basi diverse, le quali si basano tutte sulla cognizione
che “l’uccello si distingue per il suo becco a forma di uncino”:
CORPOFONETICO/ BASI CONCETTO
1. hauwa“zappa, rastrello” (REW4948)
2. rascla“zappa” Classe di uccelli con il becco a forma di uncino (REW7072)
3. falx“falce” (REW3158; FEW3, 381)
4. *asciata(?) (REW697)
Questa lista può essere integrata con i nomi del cormorano e il pellicano conservatisi nella Romània:
–galic. canilonca“cormorano”, “por su largo pescuezo semejante a una caña”
–sardo argon“pointu”, cfr. anche spa. aguja, cat. agulla, a causa della forma del becco
–ita. spatola(questo uccello sin dai tempi di Aristotele e Fessner è stato scambiato per il pellicano, cfr. l’ita. spatula, paletta, gragullu“id.”)
–rum. cosár“cormorano”, in realtà , poiché “il avance son bec ‘tel un faucheur’” (Desfayes 1998, 325, 371 sg.)
La stessa isosemia si può dimostrare tra l’ornitonimo greco pelekanÒj“pellicano” e marra+ suffisso.
In conclusione, non è giustificato trattare separatamente da questo parallelo semantico l’ita. marangone“1. maestro d’ascia, 2. uccello acquatico”, ed è ancora meno plausibile la tesi che l’interferenza linguistica debba, in maniera inevitabile e obbligatoria, rappresentare l’elemento d’unione per così tante forme. È piuttosto probabile che le percezioni proprie della specie homo sapiens abbiano portato a sottolineare gli stessi elementi caratteristici e con ciò a una motivazione identica in greco a nelle altre lingue romanze. Questa ammissione non è nuova; merita però di essere ribadita. Già Buffon aveva fatto notare: la parola cuiller“spatula” in francese (come anche nelle altre lingue neolatine) possiede la stessa motivazione della parola madagascia fanga-liam-bava“bêche au bec” (1770-81; ed. Cuvier, vol. 25, 322). Dunque non vi è alcun motivo per cui in italiano non si possano rivendicare gli stessi principi di denominazione cognitivi della (salienza).

"Far al figo"


Dal "Vocabolario fraseologico del dialetto bisiac": "Far al figo", inserire il pollice fra l'indice e il medio ripiegati, come il resto delle dita, e rivolgere la mano così chiusa verso qualcuno in segno di disprezzo o di scongiuro. "Fà 'l figo, fà 'l figo che passa la veciastriga". (L'immagine è tratta da uno dei gioielli della Collezione Perusini).

giovedì 20 agosto 2009

La scoperta di una nuova parola bisiaca: la "Pastorela" / lat. Motacilla cinerea


Lo studioso Mauro Casasola, parlando con l'esperto Giorgio Fantin, ha scoperto un nuovo termine, mai riportato nei nostri dizionari dedicati alla parlata bisiaca. Si tratta di "Pastoréla" che indica quell'uccellino, amante dei corsi d'acqua, che in latino è chiamato "Motacilla cinerea". Complimenti ai nostri due esperti di cose bisiache per aver scoperto questo nome così poetico e suggestivo.

martedì 18 agosto 2009

«Portiamo il dialetto bisiaco nelle nostre aule scolastiche»


il Piccolo — 17 agosto 2009
pagina 05 sezione: GORIZIA

Mauro Casasola, 24 anni, poeta che per esprimersi ha trovato naturale utilizzare l'idioma arcaico-veneto bisiaco, autore del "Vocabolario essenziale italiano-bisiac", si tiene alla larga dalla politica, ma, ritiene che la parlata locale avrebbe il diritto di fare il suo ingresso nelle aule scolastiche. Casasola, che si è accollato il non leggero impegno di guidare uno dei presìdi del bisiaco nel Monfalconese quale è l'Associazione culturale bisiaca, non crede che della parlata locale si dovrebbe spiegare la grammatica, impresa del resto forse improba in un'area dove alla popolazione più o meno autoctona si è sovrapposta in questi ultimi anni una forte immigrazione da altre zone d'Italia e dall’estero. Discorso valido soprattutto per Monfalcone e in parte per Staranzano e Ronchi, meno per il resto del mandamento, dove il bisiaco di fatto sopravvive. A scuola, però, secondo Casasola, si potrebbero illustrare storia e tratti salienti della parlata locale, ricostruendo così anche la storia di un territorio e di una città che nascono prima dei cantieri navali, fonte prima dell'immigrazione dall'Istria, dal Quarnero poi dalla Puglia e infine dal Meridione d’Italia, Balcani e Bangladesh. Casasola, ha senso portare l'idioma bisiaco nelle scuole? L'associazione organizza già dei corsi, ma entrare nelle scuole può essere a tutti gli effetti più impegnativo, anche perché ci si deve rapportare con un ambito istituzionale. Dal punto di vista linguistico lo ritengo fattibilissimo, da quello politico potrebbe esserlo meno. Penso al friulano il cui status di lingua è stato riconosciuto, potendo contare quindi su fondi non indifferenti. L'obiettivo dovrebbe essere quello non di insegnare la grammatica, ma effettuare un discorso più aperto sul linguaggio, passando per la storia e la cultura locale. In questo senso mi pare vadano anche le indicazioni del nuovo dirigente scolastico regionale. Un discorso di educazione al bisiaco è fattibile però anche a Monfalcone, dove circa un terzo della popolazione è di recente immigrazione? La composizione della popolazione è senz'altro più variegata, ma introdurre il bisiaco nelle scuole sarebbe un arricchimento comunque, tenuto conto che i putei sono in grado di assorbire moltissime cose e potrebbero quindi imparare anche parole e usi particolari del territorio. A Monfalcone anche i locali parlano ancora bisiaco o no? Poco, perché sono arrivati gli istriani prima e i triestini poi. Mia nonna, bisiaca nata a Monfalcone, parlava il dialetto come lo si parla ancora oggi nei paesi. La parlata che si trova a Pieris e Turriaco, è vero, è difficile scoprirla ancora a Monfalcone, dov'è però non è scomparsa del tutto. Dov'è allora il nucleo forte del bisiaco? A Turriaco, Pieris, Bean, San Canzian e San Piero. Anche Fogliano, ma andando a cercare, perché è vero che tanti non sono orgogliosi del bisiaco e tendono quindi a parlare fuori casa un dialetto triestinizzato. E i ragazzi, chi ha 24 anni come lei, lo parlano ancora? È stata fatta un'indagine da cui risulta che il 60% dei ragazzi interpellati si sente bisiaco, ma di fatto il dialetto lo parla pochino o, meglio, parla un bisiaco ripulito. Può aiutare il coinvolgimento, come avverrà quest'anno, dell'Associazione culturale bisiaca in una manifestazione come Absolute Poetry? Ritengo di sì, anche se lascia un po' perplessi il fatto che l'Associazione bisiaca debba essere messa sullo stesso piano dei sodalizi che si fanno portavoce della minoranza slovena e friulana, che già hanno ottenuto un riconoscimento formale e fondi. Forse si dovrebbe effettuare uno sforzo maggiore per sostenere l'identità più debole, cioé la nostra. (la.bl.)

giovedì 2 luglio 2009

"Cinquanta poesie per Biagio Marin" di Anna de Simone


Un altro riconoscimento per la poesia bisiaca. Lunedì 29 giugno, presso il Centro Studi Biagio Marin di Grado, è stato presentato il volume "CInquanta poesie per Biagio Marin" curato dalla studiosa Anna De Simone di Milano. Il ponderoso volume, come ha sottolineato la presidente del Centro Studi Edda Serra, raccoglie i testi dei maggiori poeti dialettali del Novecento nella cui poesia vi sono echi della frequentazione con l'opera del grande poeta gradese. Anna De Simone, considerata tra i maggiori esperti nazionali di poesia in dialetto ed autrice di una nota biografia di Marin, ha scritto inoltre per l'occasione un lungo saggio introduttivo che è anche una sorta di intenso viaggio poetico che va dall'Istria cantata dal rovignese Zanini fino alla Sicilia di Nino De Vita. Il volume raccoglie difatti cinquanta poesie di autori di varie aree geografiche che vanno da Pasolini a Tonino Guerra, da Franco Loi fino ai più giovani Pier Luigi Cappello ed Ivan Crico. Al bisiaco di Crico la De Simone ha dedicato tra l'altro ampio spazio sia nel saggio introduttivo che nell'ampio apparato bibliografico, sottolineando il decennale lavoro svolto dall'autore di Pieris per far conoscere e salvaguardare questa importante e quasi sconosciuta antica parlata veneta del monfalconese. A questo proposito, oltre a un brano di un saggio della poetessa Antonella Anedda dove si analizzano le potenzialità di questo linguaggio esaltate dalla poesia di Crico, la De Simone ha pensato di riportare anche alcuni stralci del famoso racconto dedicato da Claudio Magris alla Bisiacaria. Il libro vuol essere, come è stato ricordato, anche un valido strumento per gli alunni delle nostre scuole. La bellissima serata ha offerto al numeroso pubblico presente anche l'occasione di ascoltare le letture di alcuni dei più noti poeti viventi in dialetto come il siciliano Nino de Vita, il torinese Remigio Bertolino, i veneti Luciano Cecchinel, Luigi Bressan e Fabio Franzin, il friulano Pierluigi Cappello e il bisiaco Ivan Crico.

giovedì 25 giugno 2009

Friul Gurizan-Bisiacaria-Goriska

Messaggero Veneto —
06 giugno 2009 pagina 05
sezione: GORIZIA

PROVINCIA

Nella sala del consiglio provinciale, in corso Italia 55, si è tenuta la presentazione del nono volume della collana “Miti, fiabe e leggende del Friuli storico”, ideata e promossa dall’Istituto per la ricerca e la promozione della civiltà friulana “Achille Tellini”, dal titolo “Friul gurizan - Bisiacaria - Goriska” a cura di Adriana Miceu (edizioni Chiandetti, Reana del Rojale). Sono intervenuti Luigi Geromet, presidente dell’Istituto “Achille Tellini”, Egle Taverna, Ferruccio Tassin, Adriana Miceu e “I Viandants” di Basialiano, coordinati da Guido Sut nella lettura animata e musicata di “Confini e sconfini”. Il volume contiene racconti scritti in tre diverse espressioni linguistiche: friulano, bisiaco e sloveno e offre al lettore una viva testimonianza di ciò che resta della variegata cultura popolare presente nel Goriziano e difficilmente riscontrabile altrove.

lunedì 15 giugno 2009

L'edizione 2009 del "Premio Macor"


il Piccolo — 07 giugno 2009
pagina 10 sezione: GORIZIA

ROMANS.
Davanti a un folto pubblico sì è tenuta all'auditorium «Mons.Galupin» di Romans, la premiazione del "IV Premio Letterario Celso Macor", che stavolta aveva come tema: «Identità e memoria delle genti del Friuli Venezia Giulia». Questi i premiati. Per la sezione narrativa riservata alle scuole medie vicnitori sono risultati gli studenti della 2.a A della «G. F. del Torre» di Romans, che hanno presentato l'opera «Imagina un mont plen di scovacis: ce gust varessie la vite? (Immagina un mondo pieno di rifiuti; che gusto avrebbe la vità?). Con loro sul palco c'erano il preside Paolo Buzzulini e l'insegnante Gabriella Tamburini. Da segnalare che quest'anno il premio di poesia riservato alle scuole medie e alle superiori non sono stati assegnati. Passando alla sezione prosa premio assoluto, sono stati segnalati: per la lingua italiana «L'arrotino e il miracolo dei fagioli» di Giacomo Miniutti di San Quirino, «Non sono» di Rita Mazzone di Padova e «L'asfalt» di Simone Devidi di Romans; per la lingua friulana «Frussons di zoventut» di Ivaldi Calligaris di Romans e «A cjapà aiar sul tor» di Stefano Gasti di Remazacco; per la lingua slovena «Zaponke sens (I fermagli delle ombre) di Vilma Puric di Trieste, mentre il vincitore del premio assoluto di prosa è stato Mario Schiavato di Fiume con «I giorni delle processioni». Per la sezione poesia premio assoluto sono stati segnalatie le poesie in lingua italiana «L'aria del miracolo» di Pamela Bravo di Romans e «Akilis» di Silvano Zamaro di Joannis-Aiello del Friuli; in lingua friulana «Stazion» di Stefano Gasti di Remanzacco e «Inta l'ombrena da urtis» di Silvano Zamaro, mentre il vincitore del premio assoluto di poesia è stato Enrico Colussi di Monfalcone con «La corte di cristallo» e «Lo sguardo». Per la sezione dialetto bisiaco sono stati segnalati: per la poesia «Sotonote» di Mauro Casasola di Fiumicello; per la prosa «La me' storia xe tante storie» di Marilisa Trevisan di Staranzano, mentre il vincitore è stato Ivan Crico di Ta pogliano con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria). Ricordiamo che la serata, organizzata in collaborazione con la Libreria Editrice "Leonardo" di Pasian di Prato, è stata allietata dal duo David Gregoroni (sax) e Andrea Valent (fisarmonica), mentre il professor Leopoldo Pagnutti ha letto alcuni brani delle opere vincenti.

Edo Calligaris

martedì 3 marzo 2009

Ancoi (oggi): un'antica parola bisiaca impiegata anche da Dante


ANCOI è un'antica parola, impiegata nel nord Italia, e nota anche in Bisiacaria. Le sue attestazioni più celebri le ritroviamo in Dante:
Esempio: Dan. Purg. 13. Non credo, che per terra vada ancoi Huomo si duro.
Esempio: E Dan. Purg. can. 20. Tempo veggh'io non dopo ancoi, Che tragge un'altro Carlo fuor di Francia.
Esempio: E Dan. Purg. can. 33. Or ti rammenta, Si come di Letéo bevesti ancoi.

Navigando su Internet ho trovato un sito, molto interessante, in cui troviamo le principali testimonianze antiche di questo termine e che qui di seguito riporto:

ANCÒI avv./s.m.
0.1 amcoi, ancho, anchó, anchò, ancho', anchoi, anchuo, anchuò, anchuoi, ancó, ancò, anco', ancoi, ancoi, ancoj, ancoy, ancuò, ancuo', 'ncoi.
0.2 DEI s.v. ancoi (prov. ancoi, fr. ant. ancui).
0.3 Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.): 1.
0.4 In testi tosc.: Fr. da Barberino, Doc. Am., 1314 (tosc.); Dante, Commedia, a. 1321; Cicerchia, Passione, 1364 (sen.).
In testi sett.: Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.); Doc. ver., c. 1236; Bonvesin, Volgari, XIII tu.d. (mil.); Serventese Lambertazzi, XIII u.v. (bologn.); Cronica deli imperadori, 1301 (venez.); Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311; Poes. an. bergam., p. 1340; Enselmino da Montebelluna, XIV pm. (trevis.); Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342; Esercizi cividal., XIV sm.
In testi mediani e merid.: Castra, XIII (march.).
0.5 Mentre il tipo ancoi risulta diffuso in tutta l'Italia sett. - donde è penetrato anche nella lingua poetica tosc. -, la forma dittongata ancuo(i) appare invece esclusivamente ven., anzi in prevalenza venez.
Locuz. e fras. al dì d'ancoi 4.3; al tempo d'ancoi 4.4.1; fino al dì d'ancoi 4.3; fino ancoi 2.1; il tempo d'ancoi 4.4; infino al dì d'ancoi 4.3; infino ancoi 2.1; per ancoi 1.2.
0.7 1 Nel giorno presente, oggi. 1.1 [Prov.]. 1.2 Locuz. avv. Per ancoi: nel giorno presente. 2 Nell'epoca attuale, al presente. 2.1 Locuz. avv. (In)fino ancoi: fino al tempo presente. 3 Inoltre, ancora. 4 Sost. Il giorno presente. 4.1 [Prov.]. 4.2 Locuz. avv. Al dì d'ancoi: al presente. 4.3 Locuz. avv. (In)fino al dì d'ancoi: fino all'epoca presente. 4.4 Locuz. nom. Il tempo d'ancoi: il presente.
0.8 Pär Larson 20.03.2001.
1 Nel giorno presente, oggi.
[1] Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.), 449, pag. 616: Quig qe no cre' morire, sì à molto faladho: / de quel penser q'ig fai, cascun à radegadho, / c'ancoi è l'om alegro, doman è traversadho / de questo mond a l'altro, sì com'è destinadho.
[2] Doc. ver., c. 1236, pag. 190.1: Vui s(er) Philipo andai ad Arcole amcoi e favelai ali fiioli d(e) Erço, silic(et) [......] d'Arcole e 'l so fraelo, e d(e) segnarge quel prao h(e) igi ne teno, quel ke diso sta ca(r)ta...
[3] Contempl. morte, 1265 (crem.>sen.), 599, pag. 91: Di questo semo tucti [a] aguale, / Ma ttu mori ancoi e domane, / Di ttucto ciò che tti rimane / Tue no ne diei godere...
[4] Bonvesin, Volgari, XIII tu.d. (mil.), Vita beati Alexii, 447, pag. 308: «Oi grama mi dolenta, mi grama desoradha, / Ancoi inprimamente me vezo svedoadha, / Dal me' marío dulcissimo me vez abandonadha.
[5] Castra, XIII (march.), 39, pag. 918: «E io più non ti faccio rubusto, / poi cotanto m'ài [a]sucotata: / vienci ancoi, né sia Pirino rusto, / ed adoc[c]hia non sia stimulata».
[6] Legg. S. Margherita, XIII ex. (piac.>ver.), 251, pag. 14: E dis ke quel è Criator / E ben lo ten per so segnor / E molto l'à ancoi clamà / Und'el n'era molt'a desgrà...
[7] Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311, 12.194, pag. 132: Quelo monto se goì / e dixe: «Sta seguramenti / e no temer de niente / che ancoi lo verai / e per sposo l'averai».
[8] Fr. da Barberino, Doc. Am., 1314 (tosc.), pt. 7, docum. 18.56, vol. 3, pag. 236: Poi ti se' ben portato / e 'l tempo a fine è dato, / se t'eleggon di novo, / dicoti, pochi trovo / che non se 'n pentan poi; / tal mondo corre anchoi / e sai che del partire / non può che ben seguire.
[9] Poes. an. bergam., p. 1340, 25, pag. 22: Lo zeloso a la fanestra strettament incapuzato, / Ch'el no tenia ol volto ad essa, domandò li so pecato. / ... / E lla dona si disiva, ello so cor ridando: / «Ancó te darò lo zorno che tu vé zircando!».
[10] Enselmino da Montebelluna, XIV pm. (trevis.), 1131, pag. 73: Tu me dizesti, lo Signor sia tiego, / et io l'ò perso e planzo qui soleta, / sì che miego non par, nè io paro siego. / Tu me dizesti ch'io era benedeta / fra le altre done, et anchuoi me reputo / sopra tute le done maledeta.
[11] Cicerchia, Passione, 1364 (sen.), ott. 40.5, pag. 319: Maestro e sire mi chiamate voi: / perciò ch'i' so', adunqua dite bene. / A tutt'i' v'ho li piè lavat'ancoi: / che lavi l'un all'altro si convene.
[12] Laud. Battuti Modena, a. 1377 (emil.), 2, pag. 9.18: Tut' i sancti e le sancte de Deo, qua' nu avem ocçi clamà in nostro alturio, e quilli che nu no avemo clamà, sì sianno anchoi a prego cum la madre nostra de vita eterna madona sancta Maria, denançe al so fiolo sanctissimo Jesù Christo salvadore...
[13] San Brendano ven., XIV, pag. 40.15: Ello è ancuò uno ano che tu è' in questa isola con li tuo' conpagni e non à' manzado nì beudo nì (è' stado) agrevado de sono nì à' vezudo vegnir note, mo par dì.
1.1 [Prov.].
[1] Pseudo-Uguccione, Istoria, XIII pm. (lomb.), 803, pag. 56: Mai unca no pensemo ben / Com l'aver del mond va e vien: / Ancoiè meu, doman è to, / No se n'enfençe qi tuor se 'l pò. || Traduzione del noto proverbio hodie mihi, cras tibi.
1.2 Locuz. avv. Per ancoi: nel giorno presente.
[1] Cavalca, Dialogo S. Greg., a. 1342 (pis.), L. 1, cap. 4, pag. 25.30: rispose Giuliano: questo non posso io fare, però che essendo stanco del camminare non intendo per ancoi tornare a dietro. - Rispose Equizio: Figliolo, tu mi contristi; però che se ancoi non andiamo, domane sono certo che non ci andremo. || Cfr. Greg., Dial., I, 4: «hoc fieri nullatenus potest, quia lassatus ex itenere hodie non valeo exire».
[2] Tristano Veneto, XIV, cap. 290, pag. 262.12: «Como, signor, sì liciermentre me credé vu spaventar? Certo vui non lo saveré per anchò, sì chomo io credho, per lo poder che vui havé».
[3] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 1, cap. 4, pag. 87.3: ello respose: «Questo no poso e' far, perçò che seando stanco de lo cavarcà' non intendo per ancoi de tornà' inderé».
2 Nell'epoca attuale, al presente.
[1] Doc. venez., 1314 (2), pag. 116.27: Sì laso a Biriola fiia de Ferigo Miani natural, che sta ancoi cum mi in cha' mia, la q(ua)l sì tegno per Dio, libr. C e li so drapi...
[2] Dante, Commedia, a. 1321, Purg. 13.52, vol. 2, pag. 214: Non credo che per terra vada ancoi / omo sì duro, che non fosse punto / per compassion di quel ch'i' vidi poi...
[3] Lett. venez., 1355 (2), 1, pag. 30.27: habiando libertade de prometer ali navilij de amixi, li quali vuj mandarì con blava a Veniexia, quello prexio, per la blava che elli condurà, lo qual a vuj parerà raxionevel ali prexij, segundo che corre anchoi blava, no prometando oltra grossi XXVJ per stero de formento...
[4] Gl Francesco da Buti, Purg., 1385/95 (pis.), c. 13, 49-66, pag. 308.1: Non credo dice l'autore, che per terra vada ancoi; cioè anche oggi...
2.1 Locuz. avv. (In)fino ancoi: fino al tempo presente.
[1] Cronica deli imperadori, 1301 (venez.), pag. 194.6: el beado Silvestro ordenà che nessun celebrasse sovra questo, se 'l non fosse veschovo, el qual infina anchoi ven observado...
[2] Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311, 134.243, pag. 530: Monto me par che car costá / û sor bocon che Eva manjá; / che in linbo com' gran falia / ben stete agni doa milia, / e ne sentamo fin ancoi / noi chi semo soi fijoi.
[3] Enrico Dandolo, Cron. Venexia, 1360-62 (venez.), pag. 266.11: Per la qual cosa dal dicto papa Pelagio ebbe, et infino ancoi ha çascun successor di quelo, brivilegio apostolico...
[4] Legg. Sento Alban, c. 1370 (venez.), pag. 72.10: a gluoria e reverencia de lo onipotente Dio sì li fexe una bella sepoltura, e là infin anchuo li vien fato gran reverencia, et vien abudo in gran devocion.
3 Inoltre, ancora.
[1] Dicerie volgari, XIV pm. (bologn.), cap. 1, pag. 326.7: E so ch'el no besogna ch'io recordi ala vostra sanctitàe como quella citade è stada et ancoi è fedele e devota ala santa romana eclesia, perchè l'è manifesto a vui (et) ali vostri santi fradi.
[2] Passione genovese, c. 1353, pag. 28.3: Quamvisdé che lo nostro Segnor n'abia faito monti grandi bem, che quasi som senza nomero, solamenti um ben n'à fayto, e ancó è sì excellente che nissum non pò astimar...
[3] Enrico Dandolo, Cron. Venexia, 1360-62 (venez.), pag. 294.4: Et in quella fiada el dicto duxe tramudò l'arma da Cha' Dandullo, nel muodo che ancoi si vede portar quelli che di lui et di suoi dicono essere discexi, ciovè cun quelli zigli tramudadi in campo lagiuro et bianco.
[4] Fazio degli Uberti, Dittamondo, c. 1345-67 (tosc.), L. 2, cap. 30.108, pag. 176: Carlo, il figliuolo, incoronai da poi / in nel mille trecento cinquantuno / e cinque più; e questo vive ancoi.
[5] Gl Francesco da Buti, Purg., 1385/95 (pis.), c. 20, 70-78, pag. 475.2: Tempo vegg'io; io Ugo, ancoi; cioè ancora...
4 Sost. Il giorno presente.
[1] Serventese Lambertazzi, XIII u.v. (bologn.), 79, pag. 850: Zascuno avea in mano una lumiera, / cridando a voxe: «Ov'è 'sta gente fiera? / Anchoi è 'l zorno ch'i perderàm la seda / del paexe».
[2] Gl Jacopo della Lana, Par., 1324-28 (bologn.), c. 20, 43-54, pag. 452, col. 1.16: Fa crastino, çoè dell'odierno, çoè de quello d'ancoi, 'fa crastino', çoè domane; quasi a dire se perlunga solo in differentia de tempo.
[3] Gl Esercizi cividal., XIV sm., 78, pag. 117.4: Lu notabil di ancoy, mo[l]t pluy fort di quel di gir, arecres gesi grant agl mye conpagns, gli quagl ciscidun studio mal volontir. Notabile hodiernum, valde dificilius esterno, tedet esse magnum meos socios, quorum quilibet studet male libenter.
4.1 [Prov.].
[1] Francesco di Vannozzo, Rime, XIV sm. (tosc.-ven.), [1380] 60.27: «Die, mo pur plan, per san Casian! / Driedo ancuo' vien doman: / lassè pur andar!
4.2 Locuz. avv. Al dì d'ancoi: al presente.
[1] Stat. venez., 1366, cap. 87, pag. 40.32: E se algun fosse caçudo ala pena in chi a alo dì de anchò, sia assolti dala ditta pena e sia rendudi a quelli quella cosa che fosse tolta a quelli.
[2] Fazio degli Uberti, Dittamondo, c. 1345-67 (tosc.), L. 1, cap. 23.52, pag. 67: Manlio a me tornò e Regul poi / in Africa co' suoi fece dimoro. / Costui fu tal, che certo al dì d'ancoi / il par non troveresti per virtute: / dico nel mondo, non che qui fra noi.
4.3 Locuz. avv. (In)fino al dì d'ancoi: fino all'epoca presente.
[1] Cronica deli imperadori, 1301 (venez.), pag. 224.26: in la terra soa, per lo Thevro e per mare, in la predita concha lu aveva pensà de portar; ma elo in brieve morando, el precioso thesauro li romase infina al dì d'anchoi.
[2] Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342, cap. 25, pag. 122.18: e gli inperaor e gran re da corona con tuti hi lor regnami e gran principi marchesi cointi e duxi adoran hi nomi de 'sti pescaor poveri e se ghe recomandan a hi lor gran perigoli e pregan e fan-gli pregar a hi lor besogni e fin al dì d'anchò gli nomi di 'sti poveri messi de Yesu Criste vivan in grande honor e in gran reverentia...
[3] Cinquanta miracoli, XIV pm. (ven.), pt. 3, 35, pag. 60.8: E la madre de Cristo li dè una rosa, la qual è conservada fresca fin a lo die d'ancoi.
[4] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 2, cap. 24, pag. 137.22: E lo seguente dì miracolosamenti fu trovao davanti a la porta de lo monester duxento moça de farina, la qua chi i' aduxese tam fim a lo dì d'ancoi savei' non s'è posuo.
4.4 Locuz. nom. Il tempo d'ancoi: il presente.
[1] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 1, cap. 12, pag. 107.13: Voglo a onor e a laude de lo nostro redentor de li miracoli de lo venerabel Beneito alqua[nti] narrà'. Ma a far questo no me par che basto lo tempo d'ancoi....
4.4.1 Locuz. avv. Al tempo d'ancoi: al presente.
[1] Doc. venez., 1348 (4), pag. 205.13: Anchora arecordo che lo può eser che Franciscina mia muier al tempo d'anchuo se graveda: se la fese fijo o fijoli o fija o fije lasole chosì in albitrio de mio frar miser Marin...

lunedì 2 marzo 2009

Da "Il Gazzettino": Sui cartelli in friulano e sloveno in Bisiacaria

Da "Il Gazzettino del 11 marzo 2009:

Per la valorizzazione culturale della toponomastica
storica dei paesi della Bisiacaria


È stata un'amara sorpresa, per chi come me da anni vanamente si batte per la valorizzazione culturale della toponomastica storica dei paesi della Bisiacaria (da sempre quasi totalmente inascoltato, per non dir altro, dai nostri amministratori locali), scoprire da un giorno all'altro che in tutte le strade della provincia di Gorizia sono stati installati 160 cartelli stradali in italiano, friulano e sloveno. Ignorando del tutto le altre comunità locali. Cartelli pagati con fondi pubblici - 130.000 euro sembra -: fondi che derivano, dunque, anche dalle tasse pagate da bisiachi e gradesi.
Ovviamente non ho nulla in contrario se nei paesi in cui si parlano queste lingue oggi si pensa di valorizzarne la toponomastica così come essa è stata tramandata, nel corso dei secoli, dalle genti del luogo. Vorrei ricordare però che la maggior parte dei comuni del monfalconese (Monfalcone compreso!) in tutti - e sottolineo tutti - i maggiori testi scientifici, rientrano tra i paesi il cui linguaggio storico, da più secoli, è il bisiaco. Non il friulano né lo sloveno.
"Ma com'è possibile tutto questo?" mi sono detto allora. Ricordo benissimo che per anni, parlando con molti sindaci e consiglieri, ho dovuto sorbirmi, di fronte alle mie richieste, la medesima e monotona risposta. Mettere dei cartelli con il nome antico bisiaco, era un'operazione (parole loro) da "leghisti sfegatati della prima ora" oppure, se le risposte erano un po' più articolate, si affermava che valorizzare gli antichi toponimi significava porsi completamente al di fuori delle dinamiche di un mondo multiculturale, di una nuova Europa che deve essere rispettosa di tutto e di tutti.
Non condividevo per niente e continuo a ritenere molto discutibili queste argomentazioni, ma cercavo - almeno - di capire. Ciò che non riesco proprio a capire è il fatto che adesso invece - in paesi che non rientrano assolutamente tra i territori dove queste lingue sono tutelate e dove questi cartelli non sono per nulla obbligatori - i nomi di queste località non saranno tramandati nella forma bisiaca o gradese alle nuove generazioni, no di certo, ma in friulano e sloveno. Nel silenzio assoluto dei nostri amministratori a cui, di colpo, per miracolo, queste cose non fanno più spavento. Anzi. Basta che non si parli di bisiaco o gradese e va tutto bene. Perché "Mofalcon", com'è chiamata la città ancor oggi da migliaia di monfalconesi, non si può scrivere da nessuna parte, neanche fosse una malattia infettiva da debellare, ma "Monfalcon", alla friulana, o "Trzic" in sloveno (per non parlare di "Gravo" friulanizzato in "Grau") invece vanno benissimo. Ma cosa direbbero i cittadini di Romans d'Isonzo o di Doberdò, mi chiedo, svegliandosi al mattino e trovando le strade che attraversano i loro paesi con decine di cartelli stradali scritti non in friulano né in sloveno ma, bensì, solo in italiano bisiaco e gradese? Gli andrebbe bene? Si sentirebbero valorizzati, sentirebbero valorizzata la loro cultura secolare?
Tutto questo è accaduto, ovviamente, senza informare nessuna delle associazioni culturali locali e presentando alla stampa l'operazione soltanto quando tutto era già stato ormai deciso da tempo. Non si valorizza veramente né si ha veramente rispetto di chi abita da secoli in un dato luogo impedendo alla gente di vedere il proprio paese indicato con il suo vero nome, condannando all'oblio la memoria dei nostri avi e di chi, ancora vivo, vuol conservarne con amore la lingua ed i valori che ci hanno trasmesso.

Ivan Crico

domenica 1 marzo 2009

Generosità di un tempo in Bisiacaria


Cinquant’anni fa. Quartiere di Panzano.
Un giorno la madre di una famiglia di cantierini stava preparando il pranzo quando alla sua porta bussò un viandante. “Signora datemi da mangiare, per favore, ho fame” le disse lui. Era quasi mezzogiorno, la minestra cuoceva sul fuoco e, tra poco, sarebbe arrivato dal Cantiere il marito assieme ai suoi quattro figli maschi, affamati come sempre. La donna non ci pensò su troppo. Lo fece accomodare e, un piatto dopo l’altro, l’uomo finì tutta la minestra. Non mangiava da giorni. La donna solo allora cominciò a pensare che tra poco sarebbe arrivato il marito ed i figli. Cosa le avrebbero detto non trovando nulla? Eppure la donna, guardando quello sconosciuto che si allontanava, pensò che Dio avrebbe provveduto in qualche modo. A un certo punto, mentre era assorta in quei pensieri, sente il rumore di una bicicletta che viene appoggiata pesantemente contro lo steccato del cortile. Era suo cugino. Veniva da Grado e non lo vedeva da mesi. “Ciao, ho pensato di venire a trovarti cugina, è una così bella giornata e ti ho portato un bel salame di casa!”. Il salame e un po’ di pane furono il pranzo di quel giorno.
Un miracolo? Chissà! Nelle case della gente di un tempo, bisiache come questa, friulane, slovene, questo episodio che ancora ci meraviglia dopo tanti anni era la norma. Erano abituate ad aiutarsi, a venirsi incontro per ogni necessità. Penso sinceramente che se oggi i friulani invece continuano a voler dialogare solo con i friulani, i triestini con i triestini, gli sloveni con gli sloveni, i bisiachi con i bisiachi la nostra regione rischia seriamente di rimanere segregata, come in un labirinto senza uscita, all’interno di sterili dispute campanilistiche.
Non occorre chiedere le carte d’identità, per aiutarsi. Come non la chiese allo sconosciuto quella povera donna.

venerdì 13 febbraio 2009

Ivan Crico in un sito web canadese


Da: il Piccolo — 09 febbraio 2009
pagina 06 sezione: GORIZIA

RONCHI. Ancora un riconoscimento per Ivan Crico, artista e studioso della Bisiacaria, poeta e pittore. Oggi la prosa e la poesia di Crico si trovano anche su “Bibliosofia”,un sito web creato originariamente in Italia da Fabio Brotto e che in seguito ha aperto anche una sua sezione in Canada grazie a Egidio Marchesi, laureatosi a Toronto in studi italo canadesi. Lo scopo è quello di far conoscere in Italia sia scrittori italo canadesi, sia canadesi ed in Canada gli scrittori italiani. Da due anni, in Canada, a Egidio Marchesi sono subentrate le studiose Elettra Bedon e Licia Canton che curano la sezione “Letteratura canadese e altre culture”, con il compito di cercare i testi che sono sinora, nella maggior parte dei casi, in inglese accompagnati dalla relativa traduzione in italiano. Negli ultimi due numeri della rivista online si possono trovare anche alcuni testi poetici ed un saggio di Ivan Crico. Diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ivan Crico ha esposto in Italia e all'estero. Affermato poeta in lingua, dal 1989 scrive nella lingua arcaica veneta chiamata "bisiàc". Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie italiane. Recentemente Crico, nell'ambito della “Rassegna di arte contemporanea”, ha presentato una sua nuova opera scultorea realizzata nel giardino della chiesetta di Borgo Fornasir a Cervignano.

domenica 25 gennaio 2009

Bisiacaria 2009, la rivista dell'ACB


Acb, presentata la 26ª edizione di Bisiacaria
da "Il Messaggero Veneto" del 13 gennaio 2009


E’ arrivato alla 26ª edizione "Bisiacaria", numero unico edito dall’Associazione culturale bisiaca, presentato al caffè Inglese di Monfalcone. Presenti all’incontro, oltre a un folto e attento pubblico, la presidente dell’associazione Acb, Marina Dorsi, il direttore responsabile, Fabio Del Bello, Fabio Favretto, curatore delle manifestazioni del caffè Inglese, e il vice-sindaco del Comune di Monfalcone, Silvia Altran, che ha valutato positivamente l’attività dell’associazione bisiaca e la realizzazione di questo volume, che si inserisce nell’onda delle ricorrenze del centenario dello stabilimento navalmeccanico di Panzano. Ben 168 le pagine del volume edizione 2009, che si dividono tra saggi storici, ricerche, memorie e un bel corredo iconografico, con scritti in bisiaco in prosa e in versi. Hanno attivamente partecipato alla realizzazione del volume, pubblicato grazie ai contributi della Regione, Carlo D’Agostino, Rino Romano, Alessandro Turrini, Andrea Bruciati, Fabio Favretto, Fabio Del Bello, Massimo Palmieri, Marina Righi, Marina Dorsi, Marco Tardivo, Mario Furlan, Ivan Crico, Amerigo Visintini, Livio Glavich, Pino Scarel, Marina Zucco, Cesare Zorzin e Mauro Casasola. Gli interventi parlano di storia dell’aeronautica, della costruzione dei sommergibili, del cantiere navale ricordando con solidarietà gli operai della Grande fabbrica monfalconese nei momenti difficili della crisi negli anni ’80, delle memorie recuperate dagli studenti delle scuole superiori della città. Viene proposta anche la rilettura del romanzo “La tuta gialla”, di Nordio Zorzenon, edita nel 1971, e vari testi in bisiaco. Correda il volume l’indice analitico di “Bisiacaria” dal 1983 al 2008 che, attraverso macro-aree tematiche, permetterà di ricercare autore, titolo, pagina e annata di ogni articolo pubblicato in 25 anni; un modo per rendere anche merito a tutti i collaboratori che in questo lungo periodo hanno contribuito al miglioramento della qualità della rivista. La copertina riproduce il Cantiere navale di Monfalcone nel 1955, acquerello dell’architetto triestino Mario Zocconi, gentilmente concesso dalla famiglia.

lunedì 19 gennaio 2009

Importante riconoscimento a Gabriele Benfatto dell'Agriturismo "Ai Trosi"


A Fogliano due bovine di una razza estinta
LUCA PERRINO

il Piccolo — 18 gennaio 2009
pagina 09 sezione: Monfalcone

FOGLIANO - Un importante riconoscimento è andato in questi giorni a Gabriele Benfatto, titolare dell'omonima azienda agricola di Redipuglia, giunto dalla rivista «Il Diario», che lo ha inserito tra i 15 personaggi che si sono maggiormente distinti in regione nel 2008, assieme a nomi come la campionessa olimpionica Chiara Cainero, l'alpinista Nives Meroi o il presidente della giunta regionale Renzo Tondo. Gabriele Benfatto si è distinto per essere tra i pochissimi allevatori che si battono per la salvaguardia di una ormai sempre più rara razza bovina, ovvero la Pezzata rossa friulana. Nella sua azienda, continuando l'opera del padre Tullio, esistono difatti ancora due discendenti di mucche rosse friulane da cui sono nati di recente due splendidi gemelli maschi, che hanno fatto rinascere, in molti, la speranza di salvare questa specie. Al giorno d'oggi non è ovviamente possibile giungere al traguardo del 100 % della purezza, visto che la specie, di fatto, è stata dichiarata estinta nel 1986, ma quando si arriverà a raggiungere un numero sufficiente di bestiame con una buona percentuale di friulanità, una deliberazione ufficiale potrà definire puri questi capi e si potrà, così, ristabilire l'esistenza della razza. Per molti anni la famiglia Benfatto si è battuta nell'indifferenza generale per salvaguardare questa nostra razza autoctona, anche quando le si preferivano altre razze più produttive, come quelle olandesi. Oggi, per fortuna, si ricomincia a riconoscere il valore del nostro patrimonio ambientale e culturale. Dopo questo importante riconoscimento, Gabriele Benfatto ha pensato di proporre in futuro alle scuole di offrire ai bambini della regione la possibilità, davvero unica, di vedere con i loro occhi quelle stesse mucche con cui hanno lavorato un tempo i loro nonni e bisnonni.

sabato 17 gennaio 2009

Associazione Culturale Bisiaca

Oggi, sabato 17 gennaio 2009, L'Associazione Culturale Bisiaca riunisce tutti i soci nell'annuale Assemblea.
Fondata dal poeta e studioso Silvio Domini assieme a molti altri valenti studiosi e collaboratori, l'ACB è l'associazione più antica, a livello regionale, che si prefigge per statuto di salvaguardare una delle parlate di tipo veneto della regione.
Nè a Trieste, nè a Grado, nè nel pordenonese, almeno fino a qualche anno fa, è mai esistito qualcosa di simile.
Nello Statuto, fondamentale per comprendere gli ideali più profondi che stanno alla base di questa importante associazione, nel primo punto si afferma difatti che l'associazione come scopo primario si prefigge "la salvaguardia e l’uso del dialetto arcaico – veneto denominato “Bisiàc”.
L'associazione attualmente è diretta dalla studiosa Marina Dorsi.
Per ulteriori informazioni http: www.acbisiaca.it

giovedì 15 gennaio 2009

Ermanno Gregorin (Armando Brighela), bisiac patoc de Pieris

Xe mort al barba de me mare, nomenà Armando s'anca se 'l sò nome ver iera Ermanno, de la veciona faméa bisiaca dei "Brighela" (Gregorin) de Pieris.
Un omo vivaroso, mai bon de star sentà, nemorà de la natura e senpre in zerca de santonego, sparasi, zoche òro le aque verde del Lisonz.
Viva omo! Chi che 'l t'à cugnussù al cignarà senpre, drento de sì, un bel recordo de ti.

il Piccolo — 14 gennaio 2009
pagina 03 sezione: MONFALCONE

Stava potando un alberello nel suo giardino approfittando della mattinata tiepida, quando all’improvviso, forse a causa di un malore o perché è inciampato, è caduto dalla scala da un’altezza di poco più di un metro, battendo la testa. È morto così, sul colpo, senza la presenza di alcun testimone, Ermanno Gregorin, 93 anni, molto conosciuto a Pieris dove viveva da sempre. Nonostante l’età avanzata, era una persona vivace, sportiva. E in paese tutti gli volevano bene. Secondo una prima ricostruzione, l’incidente sarebbe avvenuto attorno alle 10.30 di ieri. Circa mezz’ora dopo, la moglie Pierina, non vedendo rientrare Ermanno dal giardino, è uscita per controllare e lo ha trovato riverso per terra. La donna ha subito chiamato il 118 ma il pur rapido intervento dei sanitari con un’automedica e un’ambulanza non è servito a nulla. Per l’anziano non c’era più nulla da fare. L’uomo era morto da almeno mezz’ora. Sul posto è arrivata anche una pattuglia dei carabinieri per effettuare una serie di rilievi. Non è stata comunque prevista l’autopsia sul corpo per accertare le cause della morte. Ermanno Gregorin aveva lavorato tutta la vita nel cantiere di Monfalcone con la qualifica di carpentiere in legno. «Era addetto al reparto del varo delle navi quando scendevano ancora dallo scalo – spiega la nipote Federica – e gli piaceva molto il suo lavoro. Ne parlava sempre a casa con la famiglia. Prima di andare in pensione ha insegnato tante cose ai giovani che si accingevano a cominciare questo lavoro». Ermanno Gregorin, era molto noto in paese soprattutto per la sua allegria e giovialità che mostrava sempre a contatto con le persone. Ma conosciuto soprattutto con il soprannome di famiglia, «Brighela». Pochi suoi concittadini, infatti, lo chiamavano con il suo vero nome. «Ha visto due guerre – dice un parente amareggiato – durante la Grande guerra era appena nato, ma la seconda l’aveva vissuta in prima persona partecipando al conflitto. Ha vissuto tutte le brutte storie vissute dalla gente lungo confine con l’ex Iugoslavia. Era un uomo che tutti ammiravano per la sua franchezza e modo di parlare e per il suo sapere». Gregorin era uno sportivo nato e aveva militato per molti anni nella Bocciofila Pieris, vincendo tornei e medaglie nella categoria di singolo e a squadre per la società sia nell’Isontino che in tutta la regione. Negli ultimi tempi, a causa dell’età avanzata, aveva diminuito i suoi impegni. I funerali si svolgeranno domani nella parrocchia di Sant’Andrea a Pieris con partenza alle 13.30 dall’obitorio di San Polo.

CIRO VITIELLO

domenica 11 gennaio 2009

L'artista e poeta bisiaco Ivan Crico presenta il suo libro in tergestino

Dal Messaggero Veneto — 10 gennaio 2009 pagina 11 sezione: CULTURA - SPETTACOLO

Il Circolo Arci e l’assessorato comunale alla cultura di Cervignano propongono per oggi, alle 18, in Borgo Fornasir, la presentazione di De arzént zù , raccolta di poesie di Ivan Crico, originario di Pieris e che vive a Tapogliano. Introduce Gianfranco Scialino. De arzént zù (Di argento scomparso), edita dall'Istituto giuliano di storia e documentazione di Trieste, è una silloge di liriche scritte in tergestino, cioè l'antico friulano parlato fino agli inizi dell'Ottocento nella città di Trieste e di cui si sono perse le ultimissime tracce - secondo la testimonianza dello studioso Pavle Merkù - agli inizi della prima guerra mondiale. Info: 338-8454492, www.artecorrente.it.Udine.

venerdì 9 gennaio 2009

Francesco Morena: Sono orgoglioso di essere un bisiac

CALANDARIO DEDICATO AI BIG: QUEST’ANNO IL CALANDARIO VA A UN MONFALCONESE

Il Circolo Brandl ogni anno lo dona ad artisti, musicisti, sportivi …. bisiachi divenuti famosi nel mondo.

TESTIMONIAL PER L’EDIZIONE DELLA TREDICESIMA EDIZIONE L'ARCHITETTO FRANCESCO MORENA.

L'architettura quest'anno ha fatto da sfondo alla consegna del Calandario dei paesi bisiachi al testimonial prescelto. Francesco Morena, monfalconese, architetto di professione e bisiaco nell'anima. "Sono orgoglioso di essere un bisiac - ha affermato Morena - e sono convinto che le tradizioni delle nostre terre siano da portare avanti."
Dopo Fabio Capello, Gino Paoli, Polo Rossi, Elisa, Stefano Zoff, Mauro Pelaschier, Luigi Delneri, Massimo e Adriano Gon, Luca Dordolo, Claudio Tuniz, Giovanni Maier e Claudio Pascoli è stato dunque l'architetto Morena il testimonial individuato dal circolo Brandl, per la consegna del Calandario dei paesi bisiachi 2009, donatogli da una delegazione del circolo stesso, dai due autori, Dorino Fabris e Sergio Gregorin in compagnia di una rappresentante del Gruppo costumi tradizionali bisiachi.
A vedere un bisiaco divenuto famoso nel mondo è stata dunque la sfera dell'architettura, un ambito ancora non toccato dalle consegne del calandario. Morena, nato a Monfalcone e residente a Duino, si è laureato in architettura a Venezia negli anni Ottanta con Aldo Rossi: ha conquistato i Cinesi con il progetto di una nuova città da 100 mila abitanti e non solo. Sta lavorando al restyling di Tong Li, una delle città più antiche e tutelate, patrimonio dell'Unesco dal 2000, situata a mezz'ora da Shangay dove ha uno studio; un altro studio lo ha a Bruxelles senza dimenticare quello di Monfalcone. Si definisce un "architetto di provincia" che ha però vinto concorsi internazionali, ha partecipato alla Biennale dell'Architettura e sta appunto lavorando al piano completo di restauro per una delle più pregiate città storiche cinesi, una sorta di piccola Venezia lacustre: master plan e progettazione della città nuova; elaborazione di una cintura ecologica, basata su un modello di sostenibilità ambientale che qui è novità recente. "Lavoro con un collega cinese, e lavorare in quei luoghi significa entrare in una mentalità diversa, in un modo di interagire lontano dal nostro, ma pur sempre affascinante." Morena ha spiegato come sia diverso lavorare in un ambiente come quello orientale e come, pur trovandosi bene, non dimentichi le sue origini di cui è orgoglioso. Onorato dell'omaggio fattogli ha salutato il gruppo augurando buon lavoro per il futuro.

Elisa Baldo

martedì 6 gennaio 2009

I Camuffo, il più antico cantiere navale del mondo


A Monfalcone, dal 1908, esiste uno dei più importanti stabilmenti internazionali per la produzione di navi industriali e da crociera ma forse pochi sanno che, a pochi chilometri dalla Bisiacaria, a Portogruaro, esiste il più antico cantiere navale del mondo.
Più di cinque secoli di attività cantieristica, tramandata di padre in figlio per diciotto generazioni: questi sono i maestri calafati Camuffo, che vantano di condurre il più antico cantiere navale del mondo. La loro storia ci riporta nel 1438 a Candia, fondamentale porto veneziano nell’isola che da essa prendeva il nome, e ora nota come Creta, che rappresentava la base di tutti i traffici della Serenissima nel Mediterraneo verso l'Oriente e il Mar Nero. In quell’anno a Candia operava come perito stazzatore della Repubblica, un noto proto del luogo conosciuto come Camuffi, in realtà El Ham-Muftì (El-Ca-Muftì), di chiare origini islamiche.
Egli, veniva incaricato di stabilire la capacità di carico (stima) delle diverse navi, da cui poi derivavano le applicazioni della tassa da pagare allo Stato. I Camuffo continuarono attivamente quali squerarioli o calafati; già dal 1530 troviamo documenti che comprovano l'attività di Antonio Camuffo quale armatore e costruttore navale e così anche più tardi per il cugino Francesco Camuffo, spostatosi ad operare a Pesaro. Nel 1840 Francesco Luigi Camuffo, scelse come base per operare Portogruaro, ex dogana della Serenissima, punto di partenza per le attività commerciali del retroterra, che si congiungeva al mare tramite il fiume Lemene. Impiantò una solida attività cantieristica producendo le classiche imbarcazioni tradizionali chioggiotte, adattate alle esigenze del luogo, caratterizzato da canali e lagune, e creò anche una flottiglia di imbarcazioni da lavoro da mettere a noleggio, soprattutto per la raccolta ed il trasporto dello strame; fu anche l’inventore del locale diporto nautico, realizzando e noleggiando gondolini, sandoli, pupparini per il passeggio domenicale. Mentre proseguiva la tradizionale attività cantieristica, nel 1927 si giunse alla prima realizzazione di un motoscafo Camugo. Dopo la seconda guerra mondiale, i Camuffo abbandonarono la costruzione delle barche da lavoro per dedicarsi esclusivamente alla realizzazione di imbarcazioni da diporto. La produzione del cantiere non è mai stata di serie, bensì il frutto di una continua evoluzione di prototipi sempre differenti l’uno dall’altro in funzione della lunghezza e della motorizzazione richiesta, per una perfetta ottimizzazione dei risultati, con il massimo comfort di bordo.

(estratto dal sito www.nautilus.it)