<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769</id><updated>2011-07-08T16:10:32.182+02:00</updated><title type='text'>Bisiacaria e Bisiac / Bisiacaria e bisiaco</title><subtitle type='html'>La lengua, al passà, le usànzie de iér e de ancói de la Bisiacarìa /
La lingua, la storia, le tradizioni di ieri e di oggi della Bisiacaria</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>44</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-6902030620738526791</id><published>2010-06-22T15:30:00.003+02:00</published><updated>2010-06-22T15:35:09.713+02:00</updated><title type='text'>Sul termine "Marangon": alcune riflessioni di Mauro Casasola</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TCC75p1_JZI/AAAAAAAAAOU/J7ja5zgEYk8/s1600/cormorano.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 240px; height: 284px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TCC75p1_JZI/AAAAAAAAAOU/J7ja5zgEYk8/s400/cormorano.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5485590945296491922" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lo svasso e il tuffetto sono due specie della stessa famiglia (Podicipediformes) che hanno la caratteristica di immergersi in acqua accentuando con la testa il movimento e simulando un "tuffo". Da qui tuffetto in italiano e cavriola (capriola) in bisiac per lo svasso. Sempre in bisiac e(e in triestino) abbiamo anche magnabalini, termine molto diffuso, che indica in prima battuta il tuffetto ma per estensione anche lo svasso (vengono confusi). Mi sembra plausibile pensare che il termine magnabalini tragga la sua origine dal fatto che il tuffetto entri in acqua "tuffandosi" quasi come se volesse andare a mangiarsi i pallini da caccia che non lo hanno colpito. Se fosse così sarebbe un termine che deriva dal mondo della caccia (non vedo altre strade) e questo spiega perché il Brumati nei suoi atlanti ottocenteschi riporta per questa specie solo il termine sfrìsul (antico, oggi quasi desueto). Infatti nella prima metà dell'ottocento la caccia con armi da sparo non era ancora diffusa se non tra i nobili (non so nemmeno se eiseva già il fucile a pallini)e pertanto non abbiamo ancora magnabalini.&lt;br /&gt;Questo per dire che le due (in realtà tre) specie, che hanno la stessa caratteristica di entrata in acqua e vengono spesso confuse.&lt;br /&gt;Non godono della stessa particolarità gli smerghi (che appartengono agli Anseriformi), anche se anch'essi sono uccelli d'acqua. Devo subito dire che le due specie di smerghi nella classificazione non hanno a che fare nemmeno con i Phalacrocoracidae, ovvero con la faiglia dei cormorani.&lt;br /&gt;Però, nonostante le diverstià di classificazione, la cultura popolare ha avvicinato e confuso spesso gli smerghi con i cormorani (ma anche con le strolaghe, ad esempio, che sono di un'altra famiglia ancora). Per il bisiac, ad esempio, sia lo smergo maggiore che i cormorani (tutte e tre le specie) prendono il nome di smergon. Ancora sempre sia lo smergo maggiore che tutti e tre i cormorani possono prendere il nome di marangon.&lt;br /&gt;In italiano, delle tre specie di cormorano, una è detta sia cormorano (più forbito) che marangone (prestito dai dialetti) mentre le altre due specie sono dette marangone minore (mai cormorano minore) e marangone dal ciuffo (mai cormorano dal ciuffo). Credo che le due specie minori, in quanto distinte solo da alcuni, abbiano mantenuto solo il nome di origine dialettale.&lt;br /&gt;Vengo al punto: una delle caratteristche di entrambi gi smerghi (quella che "salta all'occhio") è di avere il becco seghettato. Il becco a sega è una delle pecularità che permette di individuare gli smerghi. Non sono un esperto ma davo quasi per scontato che il termine marangon si riferisse al becco a sega e che fosse passato in un secondo momento a definire anche i cormorani, che non hanno il becco a sega ma sono confusi ai primi per altre caratteristiche morfologiche.&lt;br /&gt;Ripeto, i "tuffi" sono invece caratteristiche più proprie di svassi e tuffetti.&lt;br /&gt;Quindi, da quel che posso dire, mi sembra più che logico che gli smerghi abbiano preso il nome di "falegname" per il loro becco a sega e che questo nome sia passato solo in un secondo momento a indicare i cormorani che il becco a sega non ce l'hanno ma hanno altre caratteristiche in comune con gli smerghi. Tra l'altro lo smergo maggiore nel bisiac viene pure detto seghet (informazione orale, il Vocabolario Fraseologico del dialetto bisiac non riporta questo termine) proprio per il suo becco.&lt;br /&gt;Credo quindi che è il falegname che da il nome all'uccello e non viceversa. Così come la monachella è un uccello che assomiglia ad una monaca con il velo e non la monaca con il velo assomiglia all'uccello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-6902030620738526791?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/6902030620738526791/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=6902030620738526791' title='24 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6902030620738526791'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6902030620738526791'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2010/06/sul-termine-marangon-alcune-riflessioni.html' title='Sul termine &quot;Marangon&quot;: alcune riflessioni di Mauro Casasola'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TCC75p1_JZI/AAAAAAAAAOU/J7ja5zgEYk8/s72-c/cormorano.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>24</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3320679465520088976</id><published>2009-10-13T06:57:00.002+02:00</published><updated>2009-10-13T06:58:04.708+02:00</updated><title type='text'>A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQI1EXNOEI/AAAAAAAAAL8/orrh8yUMP3U/s1600-h/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 222px; height: 380px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQI1EXNOEI/AAAAAAAAAL8/orrh8yUMP3U/s400/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391944361666492482" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Da "Il Piccolo" 11.10.2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato 17 ottobre saranno consegnati i riconoscimenti ai vincitori del “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia, nato per ricordare l'opera e la figura del grande poeta gradese. &lt;br /&gt; A testimonianza della riconosciuta serietà del premio, la giuria ha la facoltà di premiare difatti, oltre ai libri presentati, qualsiasi altro volume in dialetto o saggio edito in Italia negli ultimi due anni. Nel tempo la commissione giudicatrice è stata composta, fin dagli inizi, dai maggiori studiosi e poeti italiani, dal compianto Carlo Bo a Franco Brevini, da Pietro Gibellini a Franco Loi, da Edda Serra a Giovanni Tesio. Tra i vincitori delle scorse edizioni inoltre troviamo alcuni tra i più significativi poeti in dialetto e studiosi del Novecento: basti qui ricordare soltanto i nomi di Paolo Bertolani, Enesto Calzavara, Amedeo Giacomini, Franca Grisoni e, per la sezione dedicata alla saggistica, Dante Isella, Cesare Segre, Alfredo Stussi. &lt;br /&gt;  Quattro sono le persone che riceveranno il prestigioso riconoscimento. All’unanimità la giuria ha deliberato di assegnare il premio Marin di 5000 euro ex aequo al poeta bisiaco Ivan Crico, per la raccolta “De arzent zu-D’argento scomparso”, edito dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e al brianzolo Piero Marelli per la silloge “I nocc-Le notti” edita da Lieto Colle.  Ne dà notizia la presidente del Centro Studi Biagio Marin, Edda Serra. La giuria del Premio per la poesia in dialetto edita formata da Franco Loi, Giovanni Tesio, Pietro Gibellini, Gianni Oliva, Edda Serra e Flavia Moimas, si è riunita a Brescia e ha stabilito altresì di assegnare altri due premi. Quello riservato alla personalità che nel corso della sua attività ha onorato la poesia in dialetto e contribuito alla sua conoscenza, sempre con giudizio unanime, è stato assegnato a Lucio Felici, al quale va il premio del Comune di Grado di 2500 euro. Felici è noto per i suoi studi su autori in romanesco dal ‘300 a oggi e sui poeti di marca Trevigiana, in particolare Calzavara e Zanzotto. Infine, sempre all’unanimità, per la saggistica su Biagio Marin e il suo mondo il premio sarà assegnato a Caterina Conti per la tesi di laurea “I diari e le lettere di Falco Marin: slanci idealistici ed esperienza militare” discussa all’Università di Trieste. &lt;br /&gt;La cerimonia di consegna si terrà  a Grado (GO) il 17 ottobre alle 17.30 nella sal consiliare del municipio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3320679465520088976?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3320679465520088976/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3320679465520088976' title='17 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3320679465520088976'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3320679465520088976'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/10/ivan-crico-il-premio-nazionale-di.html' title='A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQI1EXNOEI/AAAAAAAAAL8/orrh8yUMP3U/s72-c/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>17</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-120231514042883519</id><published>2009-10-01T03:48:00.005+02:00</published><updated>2009-10-01T04:39:38.872+02:00</updated><title type='text'>SULL’ORIGINE DELLA PAROLA MARANGON(E)‘FALEGNAME’</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQNq0aaRWI/AAAAAAAAALs/eMkbPd2Xlyk/s1600-h/marangon.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 338px; height: 239px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQNq0aaRWI/AAAAAAAAALs/eMkbPd2Xlyk/s400/marangon.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5387446083517039970" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;DERIVAZIONE O COMPOSIZIONE? &lt;br /&gt;SULL’ORIGINE DELLA PAROLA MARANGON(E)‘FALEGNAME’ &lt;br /&gt;Christian SCHMITT &lt;br /&gt;Universität Bonn &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono alcune etimologie che, una volta discusse, non vengono in seguito più prese in considerazione; altre invece costituiscono una sorta di problema costante visto che sulla loro origine gli studiosi non hanno potuto trovare un accordo e certamente non lo troveranno mai. Un caso simile si ha in italiano con trovare(fr. trouver). Su questo verbo sono stati fatti studi così numerosi che risulta impossibile riassumerli tutti in un unico lavoro (cfr. Schmitt 2001); con tutti i saggi che sono usciti sulle riviste dal titolo trovare / trouver–e senza tenere conto dei vocabolari– si potrebbe scrivere una storia scientifica che sicuramente dovrebbe includere nomi quali: Paris (1877; 1878; 1897; 1902), Baist (1888), Braune (1894), Schuchardt (1896; 1899; 1903-04), Thomas (1980; 1902, 1904), Meyer-Lübke (1907), Kluyver (1909), Haberl (1910), Wagner (1921), Beyer (1934), Rice (1934), Spitzer (1941), Heisig (1947/48), Jud (1950), von Richthofen (1951), Sandmann (1952), Calonja (1955) così come molti altri. Ogni romanista sa che proprio questo difficile problema viene continuamente ridiscusso sia nei manuali sia nelle varie introduzioni e viene ancora oggi menzionato come esempio paradigmatico. &lt;br /&gt;Non è questo il caso del termine marangone‘falegname’. Questo venezianismo, sinonimo per maestro d’ascia, è stato spiegato etimologicamente da Frey con un’interpretazione storica della parola che non ha preso in considerazione il suo oggetto concreto: Si usa spiegare la voce marangon‘falegname’ partendo dal fatto che la parola originariamente significava un uccello acquatico, lo smergo. Passò poi a designare l’uomo che si tuffava per procedere a riparazioni alle parti subacquee della nave. Infine, dalla sfera della costruzione navale, la parola passò anche in quella dell’edilizia, dove marangon si diffuse definitivamente col significato di falegname. (Frey 1962, 43 sg.) &lt;br /&gt;L’acrobazia fonetica non ha evidentemente disturbato nessuno e l’etimologia di Frey è stata più o meno accettata da tutti i dizionari etimologici (cfr. Schmitt 1979, 136). La cosa che più sorprende è che anche la spiegazione della realtà è stata accettata senza commenti dagli studiosi italiani i quali, di solito, sono abbastanza critici. Certo bisogna fare un bello sforzo &lt;br /&gt;d’immaginazione per partire dal presupposto che con un moto ondoso pericoloso, il marangone / maestro d’asciaabbandona la nave per eseguire delle riparazioni direttamente in mare; peccato però che queste non siano realizzabili in acqua per assenza di gravità. &lt;br /&gt;Nello Scritto in Onoredi Heinrich Kuen ho fatto notare come l’etimologia proposta da Frey non sia sostenibile dal punto di vista fonetico e non renda giustizia ai principi della teoria delle parole e cose. Come nuova etimologia ho proposto il lat. marra‘zappa, scure da ricollegare’ al suffisso derivazionale -anco(cfr. spa. ojanco‘con un occhio solo’, port. burranca‘imbecille’, ita. pollanca‘pollastra’, etc. (cfr. Hubschmied 1939, 245 seg.); questo morfema, produttivo sopratutto nel nord d’Italia –fatto comunque non rilevante ai fini della spiegazione etimologica–, non viene però ricollegato ad un influsso germanico giacché lo si può anche documentare nei toponimi sardi e còrsi (Schmitt 1979, 145). &lt;br /&gt;L’accostamento etimologico marra+ -anca‘ascia’ (strumento dunque del maestro d’ascia) «non sta nel firmamento degli asterischi» ovvero non è un’ipotesi; questa formazione corrisponde morfologicamente al sicuro punto di partenza *matteanca‘roncola’ che a sua volta costituisce la base etimologica dell’antico italiano mazzeranga‘mazza, battente’ e di mazzerangare(REW5425) e fornisce la conditio sine qua nonper il còrso marranca ̄v. tr. «sarcler à l’aide du bêchoir lourd, étroit et effilé, conçu notamment pour l’arrachage des pommes de terre» (Ceccaldi 1968, 226b) et l’ita. marrancio (Malogòli 1939, 227). &lt;br /&gt;Le considerazioni già fatte non verranno ripetute in questo contributo, così come si accennerà solo marginalmente al fatto che anche la campana con cui i lavoratori venivano chiamati al lavoro, la marangòna(Boerio21856, 396b), può essere messa in relazione senza difficoltà con il lat. marra(REW5370). &lt;br /&gt;Questa nuova spiegazione etimologica ha preso in considerazione anche la valenza culturale e la funzione pratica dell’oggetto. Pasquier, autore delle Recherches de la France (1555-1615), conferma parimenti che la campana segnalava la fine del lavoro: la coccia della campana veniva battuta con una zappa e il suono che ne scaturiva, il tintamarre, annunciava lo stacco dal lavoro: [...] or disent les bonnes gens du pays qu’ils avoient ouy qu’autrefois le premier qui donnoit advertissement aux autres avoit accostumé de tinter dessus ses marres avec une pierre, &amp; tout d’une suite commençoit à huer apres ses autres compagnons: Car Marre, comme vous sçavez, est un instrument de labour emprunté mesmement du Latin (..), dont est venu que presque en la pluspart de cette France nous appellons marrerles vignes, ce qu’és autres endroits Labourer. Parquoy ce &lt;br /&gt;ne sera point à mon jugement mal deviner d’estimer que d’autant que au son du tintqui se faisait sur la Marres’excitoit une grande huée entre Vignerons, quelques-uns du peuple François advertis de cette façon ayant appelé Tintamarreà la similitude de cecy, tout grand bruit &amp; clameur qui se faisoit. (1621, libro 8, III; Schmitt 1977, 141) Non vi è dubbio che il fra. tintamarreè una formazione creata del lat. tinnitare‘tingere, tintinnare, risonare’ (FEW113, 1, 346b) et il lat. marra ‘zappa’ (FEW6, 1, 375b) come del resto hanno già riconosciutu Ménage (2650, 626) e Littré (3, 2227a). Dunque il fra. tintamarre e l’ita. marangona‘la campana che chiamava al lavoro gli operai’ hanno un elemento in comune: il lat. marra‘zappa’. &lt;br /&gt;In un contributo apparso nella rivista Lingua NostraGiovanni Petrolini ha affrontato di nuovo il problema dell’origine di marangone / marangona. Siamo d’accordo con lui nell’affermare che il più antico significato documentato sia quello di ‘carpentiere navale’, senso «già ben documentato nel XIVsec. [...], in testi sia volgari [...] sia latini» (1996, 34a) e che «il passaggio di ‘marangone’ dall’originario significato di ‘marangone da nave’ a quello secondario di ‘marangone da case’ ovvero di ‘carpentiere edile’, dovette avvenire molto presto» (34a); ma già Frey (1962, 48) non aveva affermato nient’altro che questo. &lt;br /&gt;Contrariamente a Giovanni Alessio, che aveva postulato un legame etimologico tra marangone‘falegname’ e marangone‘palombaro, tuffatore’ propriamente e originariamente ‘smergo’, uccello marino che si tuffa (1951, 68), Petrolini relega questa relazione «nel mondo delle favole» considerandola una pura invenzione, poiché –e in questo caso a ragione– non vede perché si debba partire dalla teoria che, in caso di bisogno, il falegname debba trasformarsi in tuffatore: &lt;br /&gt;Si vuole –com’è noto– che ‘marangone’ “carpentiere navale” derivi da ‘marangone’ “smergo” o “cormorano” o “svasso” ecc; insomma dal nome di una sorta di uccello marino che si immerge, che si tuffa, a sua volta dal lat. mergu(m)“id”, attraverso una forma più tarda ampliata in suffisso. &lt;br /&gt;L’ornitonimo originario, passato a significare figuratamente “tuffatore, subaqueo”, si sarebbe ulteriormente evoluto al senso più ristretto di “subacqueo adetto a riparare navi” e infine a quello di “carpentiere navale”. Quest’etimologia, avanzata già nell’Ottocento dal Galvani [...] e, con qualche rettifica, accolta poi dal Flechia [...], che già a prima vista ha dell’incredibile, è ancor oggi accreditata da tutti i più autorevoli repertori etimologici e storici italiani. (Petrolini 1996, 346b) Anche con queste argomentazioni Petrolini sfonda delle porte già aperte e non fa che ripetere la mia tesi: in assenza di gravità un marangone non può lavorare (Schmitt 1979). È indiscusso che un’evoluzione del tipo mergus &gt; *mergone &gt; *margone &gt; *maragone &gt; ma- &lt;br /&gt;rangone rimane formalmente senza riscontri e dunque abbastanza improbabile. Certo, con questo non si dice niente di nuovo sulla questione di un’origine comune di marangone(2) ‘falegname’ e marangone(1) ‘smergo, cormorano’, bensì solo sull’impossibilità di poter far derivare, anche una delle due forme, dal lat. mergu(m) ‘uccello acquatico’. Un altro etimo, comune a entrambe le forme romanze, rimane altamente probabile, in quanto da tempo non vale più l’asserzione che: &lt;br /&gt;In ogni caso la singolare e pittoresca semantica per cui dal nome di uccello marino (lat. mergus) sarebbe derivato uno dei nomi di mestiere più illustri della tradizione artigiana di gran parte dell’Italia settentrionale (soprattutto nordorientale) è oggi dai più ritenuta credibile e [...] è generalmente accolta senza riserve. (Petrolini 1996, 36b) &lt;br /&gt;Una tale interpretazione è valida per Frey (1962, 43), ma, in generale, non per la maggioranza degli studiosi di etimologia romanza. È altrettanto sorprendente che venga fatta una separazione tra l’origine del nome dell’uccello e il nome del maestro d’ascia senza accennare innanzitutto alle associazioni già fatte con la parola lat. marra‘ascia’. [...] l’origine [...] andrà ricercata nel lat. med. marangona, ‘grossa ascia del carpentiere navale’, attestato anch’esso già nel 1271 a Venezia nel cit. Capitulare de marangonis, dove si legge tra l’altro di «marangoneet serre», ovvero di ‘ascie e seghe’ v. GLI s.v. Si tratta evidentemente di grosse asce del tipo di quella che dovette essere caretteristica degli antichi carpentieri navali e che dovette essere lo strumento “eponimo” –se così si può dire– della loro categoria, quella cioè dei maestri d’ascia. (Petrolini 1996, 39a) Il collegamento formale e semantico di marangone‘falegname’ con la parola lat. marra, ‘ascia’ non è nuovo e fornisce il punto di partenza per una spiegazione già pubblicata in cui si richiamava l’attenzione sulla marangona ‘nome dato alla maggiore delle quattro campane di San Marco, quella che avvertiva l’inizio, le soste, la ripresa e la fine del lavoro degli «arsenalotti»’; una formazione, già analizzata da Boerio (21856, s.v.), per la quale esiste l’isosemia francese tintamarre, che rappresentava per Pasquier una formazione trasparente. Nei paesi di lingua romanza, al contrario di quelli di lingua germanica, il rintocco delle campane viene fatto generalmente con una «stanga di ferro» ovvero con una marra, come lo confermano anche nel port. marrão‘mazzetta di ferro’ e nel port. e spa. marra‘martello di ferro’ (REW5570); naturalmente per questo compito era adatta anche la marangona‘scure speciale che serve per squadrare i tronchi e farne travi’ (Tissot 1976, s.v.). È più che curioso il fatto che Petrolini rifiuti il mio suggerimento, del quale è venuto «a conoscenza solo quando questo lavoro [il suo, C.S.] era già sostanzialmente concluso» (1996, 40b), con la motivazione che l’esistenza di *marranconenon è stata documentata e che critichi in particolare il «passaggio fonetico piuttosto raro nc&gt; ng(v. Doria 1976, s.v. marangon)», sebbene sia stato provato. Per avvalorare la sua spiegazione però, basata e spiegata soltanto dall’isomorfia francese e italiana marra-scure, marra-picca, pic-pioche, egli non esita a postulare la trasformazione fonetica nc&gt; ngdefinita come «passaggio fonetico piuttosto raro» &lt;br /&gt;(1996, 40b). È costretto a far questo perché altrimenti non potrebbe usare come spiegazione *marranga &lt; marra‘ascia’ + rancare(variante assimilata di roncare &lt; runcare‘zappare, sarchiare’). Questa parola, al contrario del morfema non motivato -anco / -ango, possiede inoltre l’evidente svantaggio di dissociare la famiglia di [ronk-] caratterizzata da un sicuro &lt;br /&gt;nesso [-nc-]; insomma come se valesse anche in linguisticis: cum duo faciunt idem non est idem. A questo si aggiunga che, nella sua spiegazione, il significato di rancare ‘zappare, sarchiare’ viene così preparato, oserei dire quasi forzato, che finisce per essere adattato anche a marangona‘ascia del falegname’. In realtà il significato ‘disboscare’ dovrebbe essere dotato &lt;br /&gt;di un asterisco in quanto non documentato, bensì dedotto, da un’etimologia presunta. L’ipotetica formazione *marra-rangaè semanticamente più difficile da accettare di marra+ -ancus / -angus, in più non è proprio seguibile il ragionamento per cui una valutazione diversa debba giustificare lo stesso fenomeno fonetico: &lt;br /&gt;In questa nuova prospettiva non hanno più ragione di sussistere perplessità d’ordine fonetico espresso da Doria a proposito del passaggio -nc- &gt; -ng-(documentato proprio dal passaggio dal lat. med. ranconus“grossa ascia” al trent. rangón“id.”) e vengono meno sia le difficoltà rappresentate dal presunto suffisso -anca / -angadi *marranca / *marranga(...). (Petrolini 199 42b). Dal momento in cui esiste il passaggio fonetico -nc- &gt; -ng-deve esser valido per entrambi i casi: come ad esempio nel caso di lavanca / lavanga, avalanca(AIS I, 426s.) o come mostrano (Rohlfs 1930, 274; 1964, 553 sg.) i toponimi del tipo calanga / calanca(frz. calangue, gris. Val Calanca; calabr. kalanga). L’analogia progressiva è talmente frequente in fonetica &lt;br /&gt;che non c’è neanche più bisogno di dimostrarla (cfr. anche *mattea &gt; *mattea + -anca&gt; ait. mazzeranga‘mazza’, REW5425, o la coesistenza di [masaNg], [masaNga], [masaNka] ‘falcetto / Gertel’ &lt; *lat. *mattea, AIS 542). Questa situazione non è diversa da quella del tipo rank- / rang-che ho già impiegato nella mia spiegazione. Eppure nella relazione di Petrolini questa affermazione non irrilevante viene taciuta, e in maniera interessata: [Traduzione italiana, nam Germanica non leguntur]: Un’evoluzione parallela, addirittura un influsso reciproco di entrambe le forme non si può escludere. Da questo perciò non è improbabile che le forme rank-“ronca” (rankon, rankonela, raNkay, etc.) non proprio adeguate foneticamente al tipo principale ronka“Hippe” possano essere state influenzate almeno da marranca“falcetto”, parola non documentata su questa scheda (AIS 542) ma da noi postulata, anche se si dovrebbe concedere più credito alla spiegazione avvalorata dal verbo italiano (ar)rancare“vogare di forza” o da rampina(AIS III, 1388, 310; III, 542, 286, 285 etc.) ricorrente in alcuni punti. &lt;br /&gt;(Schmitt 1979, 145). A questo punto mi sembra d’obbligo fare un’altra osservazione. Petrolini non scorda mai &lt;br /&gt;di porre sopra marrancaun asterisco; se però ha letto, sebbene con ritardo, il mio saggio dovrebbe perlomeno accettare marranca senza asterisco poiché documentato dal còrso marranca ̄ «sarcler à l’aide du bêchoir lourd, étroit et effilé, conçu notamment pour l’arrachage des pommes de terre» (Ceccaldi 1968, 226b), che a sua volta presuppone una marranca«bêchoir»; in fin dei conti l’italiano è la madrelingua dei còrsi. Anche le riserve nei confronti di marranga dovrebbero essere superflue visto che esistono mara ̄ngol‘ranco’ (Peri 1847, 337a), marangol  ‘piaghe, malattie’ e marágolo‘ragno’ (Monti 1845, 136) o anche maranga‘arruffone, chi lavora alla carlona’ (Lurati / Pinana 1983, 276). La debolezza delle argomentazioni e del ragionamento di Petrolini risiede però in un altro punto da lui toccato di sfuggita: l’eventuale relazione tra gli omofoni marangone‘maestro d’ascia’ e marangone‘smergo’. L’autore, difatti, si sbarazza del problema emarginandolo con &lt;br /&gt;pochi commenti: Ma quella stretta relazione semantica che si è voluta istituire tra l’a. volg. e dial. ‘mar(a)gone’ &lt;br /&gt;“tuffatore, palombaro” (prop. “smergo”) da una parte, e l’a. ven. ‘marangone’ “carpentiere navale” dall’altra, a ben vedere non esiste o quanto meno si rivela troppo debole per poter giustificare la discendenza di questo da quello. (1996, 376) &lt;br /&gt;Probabilmente questa affermazione va interpretata nel senso che si devono mettere in relazione rispettivamente marangone‘uccello acquatico’ con il lat. mergu(m) e marangone ‘maestro d’ascia’ con marra + ranca‘marra-scure’. Ancora una volta si ignora la mia proposta di collegare entrambi i termini con un solo etimo (Schmitt 1979, 148 sg.). Ancora più grave è il fatto che Petrolini non conosca lo studio dedicato a marangone‘smergo’ (Schmitt 1979/80) nel quale viene documentato il motivo per cui la storia della parola marangone‘smergo’ è così determinante per la spiegazione di mara(n)gone ‘maestro d’ascia’ ed è conveniente, anzi imperativo, postulare per entrambi gli omonimi uno stesso etimo. L’autore non ha fatto riferimento a un omonimo che ho già menzionato nell’interpretazione di marangone “falegname” (Schmitt 1979) ovvero: mar(an)gon(e) ‘smergo’. Gli è inoltre sfuggito che io, in un altro studio, avevo già messo in relazione marangone, magron, marguni, maragunicon marra(+ -ancu) e la sua famiglia (Schmitt 1979/80). &lt;br /&gt;Lo studio etimologico viene descritto in maniera pertinente da Battista / Alessio (1952, II; 2359b) con le seguenti parole: &lt;br /&gt;marangone1(maragóne, XVII sec. Oudin) m., XIVsec., ornit.: genere di uccelli palmipedi pescatori, cormorano, corvo di mare, lat. sc. phalacrocorax carbo; contaminazione di ‘marangone’ col tipo rappresentato dall’a. fr. corb mareng‘corvo marino’, ‘cormorano’. &lt;br /&gt;L’aspetto negativo di questa spiegazione risiede in tre punti. Primo: essa non spiega in maniera plausibile in che modo possa essere avvenuta questa contaminazione. Secondo: identifica ingiustificatamente il corvo marinocon il cormorano. Terzo: considera solo gli aspetti formali, ma non quelli semantici. Inoltre questa interpretazione non tiene conto delle conoscenze della semantica comparata e risulta metodicamente arretrata rispetto ai principi della scuola delle &lt;parole e cose&gt; che, &lt;br /&gt;da un po’ di tempo, ha ridestato l’interesse specifico della linguistica cognitiva. Con il metodo teorico delle &lt;parole e cose&gt;, fondato da Meringer e applicato da Schuchardt in maniera molto efficace al campo della romanistica, è iniziato per le singole lingue romanze lo studio dei nomi degli animali e delle piante (Iordan 1962, 84-194). Ciò che per la Galloromania è riuscito a produrre Roland con i suoi studi Faune populaire de la France(13 vol., Paris 1877- 1911) e Flore populaire de la France ou histoire naturelle des plantes dans leurs rapports avec la linguistique et le folklore(11 vol., Paris 1896-1914) è stato realizzato per l’area linguistica italiana dai non-linguisti Hillyer Gigliolo (1909), Garbini (1919-1925), Penzig (1924) e Arrigo- &lt;br /&gt;ni degli Oddi (1929). Il loro lavoro, arricchito da molto materiale preciso, aspetta tutt’oggi di essere analizzato sistematicamente con la qualità e il livello dello studio di Riegler (Das Tier im Spiegel der Sprache, 1907), il quale ha esaminato cinque lingue europee moderne. Questa rammarichevole circostanza è spiegabile attraverso un spostamento d’interesse e &lt;br /&gt;una crescente specializzazione nella filologia romanza. Per questa ragione le nostre conoscenze sui principi della nomenclatura di animali e piante nell’Italoromania rimangono ancora molto rudimentali e si limitano alle singole ricerche delle scuole di Jud e Jaberg. D’altra parte questo stato insoddisfacente della ricerca scientifica non deve fornire il pretesto per trascurare, in mancanza di studi fondamentali, monografie onomasiologiche o semasiologiche. &lt;br /&gt;Se noi in questa sede riprendiamo entrambi i nomi più importanti di un uccello acquatico molto diffuso in Italia, nomi da tempo chiariti e presentati come aproblematici, in un raro caso di accordo comune, dai più quotati e pertinenti dizionari etimologici, lo facciamo essenzialmente per tre motivi: &lt;br /&gt;–Primo: il fatto che la provenienza dell’ita. marangone“cormorano” dal lat. mergus “tuffatore, sommozzatore” conosce insormontabili ostacoli fonetico-storici, i quali, anche attraverso la ricostruzione ausilaria morfologica della contaminazione, non posso- &lt;br /&gt;no essere eliminati. &lt;br /&gt;–Secondo: la correzione apportata nel frattempo, alla spiegazione etimologica dall’ita. &lt;br /&gt;marangone“carpentiere navale” (Schmitt 1979, 133-151) con cui si confuta il postulato sviluppo semantico dal lat. mergus“uccello acquatico, tuffatore” &gt; it. marangone “uccello tuffatore” &gt; it. marangone“falegname”: &lt;br /&gt;–Terzo e ultimo motivo; il fino ad ora adesso ignorato parallelismo onomasiologico e semasiologico tra il nome di uccello italiano e i nomi di animali o di uccelli acquatici della stessa specie documentati nel greco antico, medievale e moderno, come anche la formazione completamente analoga in entrambe le lingue dei nomi del falegname e dello &lt;br /&gt;scalpellino. &lt;br /&gt;A questo punto desideriamo illustrare più da vicino le ragioni sopra menzionate esaminando in primo luogo la relazione esistente tra il lat. merguse l’ita. smergo / marangone. Farà seguito una breve considerazione sull’omonimia dell’italiano marangone“carpentiere navale” e mara(n)gone“uccello tuffatore”, e con l’aiuto di un parallelo simile greco e grazie a ul- &lt;br /&gt;teriori isosemie speriamo di trovare la strada per nuova spiegazione. Sia per quanto riguarda il lat. mergus“tuffatore”, sia per gli ita. (s)mergo emara(n)gone è importante il seguente stato dei fatti: in latino mergusha fondamentalmente due significati: &lt;br /&gt;“uccello tuffatore, smergo” (“avis quaedam quae ut cibum captet in aquam se mergit”) e il “reposso” (“sarmentum e duro excitatum”) entrambi ben documentati nella letteratura latina (Forc. III, 228b). Secondo le informazioni del REW(5528) questi due significati sopravvivono nelle lingue romanze; allo stesso tempo l’italiano (s)mergo e il galiziano mergo“corvina” &lt;br /&gt;sono da considerarsi come i loro proseguitori diretti, foneticamente legittimi. Il sic. marguni, il gen. magrun, il lom. margone, il prov. margonrappresentano, invece, tutte delle derivazioni con il suffisso -ónem; va inoltre specificato che spesso, nella prima sillaba, si può osservare il ricorrente cambiamento fonetico panromanico della vocale atona rispetto alla pretonica e &lt;br /&gt;&gt; ae può essere osservata anche una contaminazione con il lat. mare[REW5349] estesa su un vasto territorio, che il Dizionario etimologicoUTET (1998, 269) spiega con un presupposto influsso paretimologico di mare. Questa contaminazione evidentemente non è comparsa nella derivazione con il suffisso -úlius(/ + -ónem) come mostrano l’occ. mergolh, il port. mer- &lt;br /&gt;gulhão, etc. Difficili da chiarire rimangono invece – anche quando Meyer-Lübke non lo menziona – il si. maraguni e l’ita. maragone. Se, difatti, i sic. maraguni, maragan“rondine di mare” (Hillyer Giglioli 1907, 492 sgg.) e alcune forme regionali simili si possono ancora spiegare, in maniera più o meno soddisfacente, come formazioni dovute al fenomeno di una vocale epentetica o al cambiamento di suffisso manca invece, per i nomi ita. marangone“phalacrocorax carbo” e marrangone col ciuffo(Arrigoni degli Oddi 1929, 562 sgg.) etc. ogni parallelo, giacché non si può accertare in altri esempi l’inserimento della n. È per questo che anche i vocabolari etimologici italiani utilizzano la discutibile contaminazione dell’ital. (s)mergo“cormorano” con l’assai scarsamente documentato afr. corb mareng“corvo marino” (cfr. Frey 1962, 44). &lt;br /&gt;Questa ibridazione però non è sostenibile già a partire dal punto di vista cronologico ed anche la spiegazione che si rifà all’ita. marangone“carpentiere navale” è stata considerata come costruzione sussidiaria di scarso aiuto (Schmitt 1979, 133 sgg.). &lt;br /&gt;La postulata evoluzione dal lat. mergus(+ -ónem) &gt; *mergone&gt; *margone&gt; maragone &gt; marangone, asserita da Frey (1962, 46 segg.) a seguito della spiegazione di Flechia (1876), risulta difficile da seguire nel penultimo passaggio e, perlomeno nell’ultima tappa non è chiaro, direi quasi impossibile, come finisce con l’ammettere anche lo stesso Frey: “ La epentesi &lt;br /&gt;della n, è vero, non è veramente frequente se non davanti alla s” (Frey 1962, 46). L’italiano marangone“falegname” e l’italiano marangone“cormorano” non sono solamente omonimi, bensí posseggono lo stesso etimo. Noi, in questa sede, non desideriamo di nuovo ripresentare la prova che crediamo di aver ampiamente fornito nello Scritto in Onoredi Heinrich Kuen (Schmitt 1979, 133-151); vogliamo invece riproporre succintamente solo i risultati di quello studio che si sono rivelati utili e necessari per l’approfondimento del tema qui trattato. In seguito alle spiegazioni fornite in quello scritto deve essere ribadito e deve valere come sicuro il fatto che: l’ita. marangone “carpentiere navale”, lessema irradiatosi da Venezia (cfr. AISII, 219), &lt;br /&gt;deve essere messo in relazione con il lat. marra“zappa, ascia, falcetto (Gertel)”, l’utensile più importante per i falegnami. &lt;br /&gt;–Il lat. marra“zappa, ascia, falcetto (Gertel)” non è solo il punto di partenza per i nomi di alcuni mestieri come il ven. marongon“scalpellino” (Pausch 1972, 179), ma, secondo le informazioni dei vocabolari regionali, designa ancora oggi in Italia i più svariati e di gran lunga diffusi utensili (da lavoro) come per esempio: la zappa, la scure / mannaia, il falcetto (Gertel), la roncola, lo scarnatore / il raschietto (Schaber), etc. Rimane infine oggettivamente infondata e linguisticamente non sostenibile la derivazione dell’ita. marangone“carpentiere navale” dall’ita. “uccello tuffatore” (“partendo dal fatto che la parola originariamente significava un uccello acquatico, lo smergo. Passò poi a designare l’uomo che si tuffava per procedere a riparazioni alle parti subacquee della nave”, Frey 1962, 43 sg.). Di conseguenza restano aperte fondamentalmente due plausibili opzioni chiarificatrici: &lt;br /&gt;–Una è che l’ita. marangone“carpentiere navale” e l’ita. marangone“uccello tuffatore” sono due lessemi da considerare completamente separati. &lt;br /&gt;–L’altra è che bisogna ricercare una radice comune a entrambi i lessemi, per cui sarebbe da escludere l’evoluzione semantica “uccello tuffatore” &gt; “carpentiere navale”. Teoricamente rimarrebbe allora solo da dimostrare o il cambiamento semantico di “falegname” &gt; “uccello tuffatore” o la combinazione di entrambi i lessemi con la sicura radice &lt;br /&gt;lat. marra“ascia” dell’ita. marangone“falegname”. Un importante parallelo si ritrova nel greco pe/lekuj– pelekanÒj. I fatti, in greco più sicuri, più trasparenti e più comprensibili, sembrano offrire una buona possibilità di paragone per chiarire la situazione italiana. In Grecia, fin dall’antichità, vivono le stesse specie di uccelli acquatici chiamati in italiano (s)mergo e marangone; il “cormoranosi trova in tutte le lagune, in Maremma e nelle grandi paludi italiane, in Sicilia, in Corsica così come nei grandi laghi e nel Mare Egeo” (Keller 1913, II, 239); i nomi greci del cormorano, al contrario di quelli italiani, posseggono il vantaggio di essere chiaramente motivati e trasparenti per l’osservatore che li analizza dal punto di vista sincronico. Nella lingua greca antica, medioevale e moderna si è costituito accanto al nome di mestiere pelek£n“chi è boscaiolo per mestiere” (Demetrakos 1949, 5625; Stamatakos 1955, 2261; dal tardo greco antico, medioevale e moderno pe/lekuj“ascia, scure”) anche il nome di uccello pelek£ncon il significato rispettivamente di (1) “picchio” e (2) “pellicano”. Oltre a questi nomi, si è ritrovato il medioevale pelekanÒjaiquia“mergus, fulica” registrato in un glossario medioevale greco (Demetrakos 1949, 5625; Liddell/Scott 1953, 1357a). Il nesso diretto tra il gr. pe/lekuj“ascia” e il gr. pelek£n-anos“picus Martis, pelicanus” è così eviden- te che già l’umanista Henri Estiennne vi riconobbe la giusta etimologia (cfr. Stephanus 1829; VI, 696b). Entrambi i significati principali di pelek£n, anoj(“aiquia” e “xulourgÒj”) coesistono sin dal greco antico. L’omonimia tra il nome per falegname / scalpellino / boscaiolo e il nome per pellicano, picchio e folaga non ha creato problemi ai parlanti (Liddell / Scott 1953; 1357; Pas- &lt;br /&gt;sow 1852-7; II, 540; Pape 1864; II, 539). Quest’omonimia si riscontra nel greco medievale (Lampe 1961; s.v.; Liddell / Scott 1953; 1357), anche se con leggeri spostamenti semantici, e si ritrova tutt’oggi perfino nel greco moderno (Stamatakos 1955, III, 2261a; Demetrakos 1949, VII, 5625; Arnott 1977, 335 s.). Certo è vero che pelekanojrimane oggi principalmente un regionalismo, o meglio un arcaismo che nel significato di “falegname, carpentiere” sta venendo sempre più soppiantato dall’italianismo neogreco maragkÒj, al punto che, col significato di “scalpellino”, si è conservato solo a Karpathos anche a svantaggio di petr£j(Andriotis 1974, 443). La sua sparizione, tuttavia, è da attribuirsi più a fatti culturali che a motivi &lt;br /&gt;linguistici interni, soprattutto se si tiene presente che la terminologia tecnica marinaresca veneziana è stata determinante per l’intero Mediterraneo (Fennis 1978, 134) e che il veneziano maragoneè stato adottato perfino in turco (Battisti / Alessio 1952, III, 2359b). Contemporaneamente, come dal lat. securis“scure, ascia” &gt; securigera“pianta dalle foglie asciformi ovvero a forma di ascia”, si è formato in greco pelekinoj“en forme de hache / a forma di ascia” (Carnoy 1959, 207) utilizzato per la denominazione delle piante: “comme nom de plante le mot s’explique soit par la forme de la graine, soit par la forme des folioles en coin” (Chantraine 1974, III, 874b). Rientra nella terminologia tecnica degli artigiani pelek£n “coda di rondine / queue d’aronde” (Liddell / Scott 1953, 1357b; Chantraine 1968, III, 174), un omonimo di pelek£n“pellicano” che non interferisce con la nostra interpretazione. Della spiegazione storico-linguistica dei derivati greci da pe/lekus“ascia”, colpisce che,conformemente a quelle derivazioni di cui si è parlato fino adesso, (come anche pelekanÒj “folaga (fulica)” tutte, senza esitazione, vengano ricondotte all’etimo [pelek-] “ascia”. Nel caso invece del gr. pe/leia“colomba”, che dal punto di vista semantico e fonetico sarebbe anche questo riconducibile a questo etimo, si parla, di regola, o di “etimologia sconosciuta (ap- &lt;br /&gt;punto etymology unknown)” (Thompson 1966, 225 sgg.) o addirittura si preferisce l’aggettivo pe/lloj“grigio” (Chantraine 1968, III, 874b). Sebbene, poi, anche con la colomba per il suo becco ricurvo si riproponga la metafora con pelÒj“uncino, becco”, pe/lekuj“ascia” etc. Indipendentemente da quale sia la giusta interpretazione, possiamo comunque supporre che la derivazione da pe/lekuj“ascia” del nome greco per picchio e pellicano è sicura e che la motivazione per la costituzione del nome va ricercata nella forma particolare del becco e in particolare nella funzione di questa parte del corpo (specialmente per il picchio). Se si guardano le immagini del dizionario illustrato greco (Vostantzoglou 1975) che registra il pelek£noj “pthno” (64,5) e il pe/lekan“pouli” (64,27), “aiquiahkolumboj; me/rgojprosthj” (64,15), questa trasposizione di significato diviene facilmente comprensibile. Non rimane che concludere che senza ombra di dubbio si possono far derivare dal greco pe/lekuj“ascia, scu- re”, sia il nome per il falegname (neogreco pelek£noj“xulokÒpoj”, Vostantzoglou 1975, 39.10), sia il nome per il pellicano. La metafora greca facilita la comprensione dell’origine del nome italiano per falegname / scalpellino e pellicano / cormorano; basta spiegare brevemente il parallelismo della metafora. Per quanto riguarda l’ita. marangone “carpentiere navale” e marongon“scalpellino” (Pausch 1972, 179) basterebbe rimandare allo studio già pubblicato, nel quale è stato ampiamente spiegato il legame fonetico e semantico con il lat. marra, *marranca“falcetto, roncola, *ascia del falegname”. Queste formazioni hanno un loro corrispettivo nel gr. pe/lekuj&gt; pelekanoj“scalpellino” (Andriotis 1974, 443). &lt;br /&gt;Per quanto concerne la spiegazione a proposito dell’uccello acquatico ita. marangone “smergo”, che oggi, insieme con le sue varianti maragone, margone, marguni, mergo, smergo, smago, etc. (Hillyer Giglioli 1907, 492 sgg.; Arrigoni degli Oddi 1929, 561 sgg.) viene fatto risalire dai vocabolari etimologici italiani (Battisti / Alessio 1952; Devoto 1967; Prati 1969; &lt;br /&gt;Migliorini / Duro 1974; Durante /Turato 1975, svv.; cfr. anche Battaglia 1975, s.v.) al lat. mergus“tuffatore”, è necessario aggiungere una precisazione e una analisi particolareggiata delle singole forme. Questo ulteriore riepilogo si rivela importante dato che criteri fonetici impediscono una spiegazione comune per le diverse forme quali: marangone, maragone(e simili) da &lt;br /&gt;una parte e smergo, mergo, margone dall’altra. Queste ultime si possono ricondurre senza problema al lat. mergus“tuffatore, podicipidi” che nell’area mediterranea si usava per definire una serie di uccelli: la berta, lo svasso (maggiore o comune) o il colombo crestuto, i podicipedi, lo smergo maggiore / garganello (mergus merganser) e altri uccelli della stessa specie &lt;br /&gt;tuffatori e palmipedi. Di questi il pellicano e il cormorano sono parenti così stretti, che sia Keller (nella sua relazione sul mondo degli animali antichi – Keller 1913, II, 237 sgg.), sia Boetticher (nel suo dettagliatissimo studio biologico – Boetticher 1957, 7-49), li trattano nello stesso capitolo. Questi animali hanno in comune il becco forte e possente e la consuetudine di &lt;br /&gt;cacciare le loro prede tuffandosi. La caratteristica più vistosa per il pellicano è il becco “molto vistoso e assolutamente caratterizzante” (v. Boetticher 1957, 7), per il cormorano il “becco ricurvo all’apice” (Migliorini 1965, 783b) o “assai grosso, più lungo della testa” (Battaglia 1975, 763). Per quanto riguarda lo (s)mergo(&lt; lat. mergus“tuffatore, podicipedi”), è stata proprio la &lt;br /&gt;tecnica di caccia delle prede a fornire la motivazione per il suo nome. È da ricercare anche nel becco appuntito e possente (come in greco), il punto di partenza per la denominazione del marangone“cormorano” e del pellicano, i quali di regola vengono scambiati con lo (s)mergo (errore riscontrato già in Aristotele, HA VIII, 3, che chiamava il cormorano “cosiddetto corvo”). In questa sede, verrà solo accennato al fatto che il pellicano deve al becco l’introduzione nella poesia simbolica leggendaria dei Padri della Chiesa (e nell’arte sacrale cfr. Gerhardt 51 sgg. e fig. 1-32). Difatti come “effettivamente i genitori nel dar da mangiare ai piccoli appoggiano l’enorme becco sul petto per facilitare il rigurgito del pesce in parte digerito” (Keller &lt;br /&gt;1913, 237), così i Padri della Chiesa, vedevano nell’atto nutrizionale di questi animali (e soprattutto nel loro petto lacerato, o colorato dal sangue dei pesci) un simbolo di dedizione e di autosacrificio. Usavano, dunque, il pellicano come simbolo per il Redentore, poiché credevano che egli tentasse di salvare i suoi figli dal morir di fame attraverso il proprio sangue (e la &lt;br /&gt;propria vita) (v. Boetticher 1957, 15; Gerhardt 1979, 29 sgg.). L’adozione di questa credenza nelle leggende cristiane si deve a un sottogenere chiamato sacrificator(v. Boetticher 1949) e forse proprio questa interpretazione cristiana e la tradizione letteraria esistente (Gerhardt 1979, 10 sgg.) hanno contribuito alla nascita di un commovente libretto sui pellicani scritto da &lt;br /&gt;Albert Schweitzer (Schweitzer 1950). Analogamente al gre. pelekanÒj“pellicano” (&lt; pe/lekuj“scure”), anche gli ita. marangone,e maragone, maraguni(etc.) “cormorano” si sono formati dal lat. marra+ -anca+ -one. &lt;br /&gt;Questo accostamento, il cui punto di partenza *marranca“scure” non verrà ulteriormente riproposto in questa sede (Schmitt 1979, 133 sgg.), non presenta alcun problema dal punto di vista fonetico ed ha senza dubbio un parallelo corrispondente in greco. È per questo che in Italia per la denominazione del cormorano, del pellicano, dello svasso (maggiore o comune), del colombo crestato o del cormorano medio (phalacrocorax aristo- tilis), possiamo partire da due generi: il marangone(&lt; lat. marra“zappa”) e lo (s)mergo (&lt; lat. mergus“tuffatore”) e, dato che entrambi i tipi di uccello denominano lo stesso animale, o due animali dall’aspetto molto simile, non sorprende l’esistenza molto diffusa di interferenze reciproche per entrambi i tipi. &lt;br /&gt;In questa sede non possiamo né desideriamo parlare di tutte le forme, vogliamo piuttosto mostrare il tipo di problematica legata ad alcuni regionalismi (Hillyer Gigliolo 1907, 492 sgg.; Arrigoni degli Oddi 1929, 561 sgg.): &lt;br /&gt;–i rispettivi: margone(Elba), mergone(Roma), marguni(Calabria), margune(Messina), magrón(Sardegna), smargon(Venezia), etc. si possono spiegare in maniera soddisfacente dal punto di vista formale come derivazioni dal lat. mergus+ -onem; questa suffissazione però non va considerata separatamente dall’ita. marangone. &lt;br /&gt;–merangone“phalacrocorax carbo, famiglia dei falacrocoracidi” (Roma) corrisponde invece quasi completamente all’ita. marangone“id.” (Roma); in questo caso evidentemente il lat. mergusha influenzato il lat. marra. &lt;br /&gt;–Il siciliano maragunie il sardo maraganetc. possono essere spiegati, anche se in modo complicato, come derivazione formatesi dal lat. mergusattraverso un processo di epentesi (Frey 1962, 46 sg.); si potrebbero ugualmente far derivare dalla formazione *marraca“zappa, becco”, derivata dal lat. marra“zappa” più il morfema produttivo -acu (Rohlfs 1969, 377 sgg.; Tekavciã1972, III, 96 sg.), ed entrata solamente in un secondo tempo in rapporto con il lat. mergus“tuffatore”. &lt;br /&gt;In questo caso è difficile prendere una decisione, direi quasi impossibile; si dovrà fare una scelta separata per ogni singola forma rispettando gli aspetti fonetici e lessicali sia regionali che locali. &lt;br /&gt;Rispetto ai tentativi di spiegazione presentati finora, la derivazione etimologica qui addotta possiede il vantaggio, per l’italiano marangone“cormorano”, di fornire, sulla base di re- &lt;br /&gt;golarità morfologiche interne alla lingua e di possibili regole semantiche, una sicura spiega- &lt;br /&gt;zione storico-fonetica. &lt;br /&gt;Qui si riunisce formalmente ciò che già costituisce un’unità: l’omonimia tra il nome di uccello (marangone “phalacrocorax carbo”) e il nome del mestiere (marangone“maestro d’ascia”) non dovuta al caso, bensì ad una coesione etimologica. Non vi è alcun problema dal punto di vista semantico dato che esistono così tante isosemie che ci si potrebbe chiedere se ci sia cognizione analogica o se le forme italiane non dipendano da quelle greche, come induce a pensare la sinopsi semantica: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SINOPSI SEMANTICA &lt;br /&gt;GRECO LATINO/ ROMANO &lt;br /&gt;pe/lekuj‘ascia, scure’ marra ‘falcetto, zappa’ &lt;br /&gt;→mestiere(/i) →mestiere(/i) &lt;br /&gt;–gr. pelekanÒj‘boscaiolo’, –it. marangone &lt;br /&gt;‘falegname, carpentiere’ ‘maestro d’ascia’ &lt;br /&gt;–gr. pelekanÒj‘scalpellino’ –it. marongon‘scalpellino’ &lt;br /&gt;→zoologia →zoologia &lt;br /&gt;–gr. pelekanÒj‘pellicano’ –it. marangone‘cormorano’ &lt;br /&gt;‘cormorano, picchio, ‘podicipidi, oca marittima (/pellicano) &lt;br /&gt;podicipidi, corvo marino, cormorano medio, golondina &lt;br /&gt;oca marittima (/pellicano)’, etc. marittima (rondine di mare), corvo &lt;br /&gt;marino’, etc. &lt;br /&gt;È possibile interpretare le forme italiane come calchi o come formazioni motivate attraverso concetti indotti dalla cognizione umana. Il problema è noto. Resta comunque in dubbio, se ci sia una soluzione generale per i nomi, basati su una cognizione o motivazione identica o se, anche in questo caso, non si debba piuttosto partire dalla teoria che ogni parola abbia una &lt;br /&gt;propria storia. Per la maggior parte dei parlanti la tetta-capre“succ(h)iacapre, caprimulgo” evoca l’idea generale “dell’uccello che munge le capre”: &lt;br /&gt;gr. aigoq»laj cat. xuclacabres, mamacabres &lt;br /&gt;lat. caprimulgus spa. chotacabras &lt;br /&gt;ingl. goat-succer, goat-milker port. chupacabras &lt;br /&gt;fra. tette-chèvre ita. poppa-capre, tetta-capre, succ(h)ia-capre &lt;br /&gt;occ. teto-cabro ted. Geißmelker, Ziegenmelker, Ziegensaugeretc. &lt;br /&gt;Secondo l’interpretazione di Röntgen (1992, 111 sgg.) questi nomi motivati (FEW17, 337a) sono il prodotto di un processo di translazione che comprende culture e famiglie linguistiche diverse; egli però non fornisce argomentazioni e neanche prove a favore di questa posizione. Noi abbiamo tentato di dimostrare che una trattazione differenziata, che presti attenzione anche ai dettagli, è più adeguata alla problematica (Schmitt 1999, 410-463). Se la caratteristica saliente del pettirosso (1) è il petto rosso, non deve sorprendere che nelle lingue europee i nomi di questo uccello siano motivati da questo &lt;elemento saliente&gt;; lo stesso vale anche per i nomi del codirosso (2). Per entrambi possiamo fornire innumerevoli esempi: &lt;br /&gt;1) gaelico bruindeargan, cimrico bronngoch, inglese robin redbreast, norvegese rodkjelk, svedese rödbröst, danese rodhals, olandese roodborst, tedesco Rotkehlchen, francese rougegorge, occitanico pitro-rodzo, colrós, catalano pit-roig, pita-ruig, basco txantxangorri, spagnolo petirrojo, portoghese paporouxo,pisco de peitoruivo, italiano pettirosso, retoromanico gulacotschna, rumeno guûa-roûie, greco kokkinolémis, albanese gushëkuqi, bulgaro cervenoguûka, russo zarjanka, lituano sartkrutitis, armeno karmralanj, caucasico cancaplé, etc. (Desfayes 1998, I, 924-932); &lt;br /&gt;2) gaelico earr-darg dubh, cimrico tingoch du, norvegese svaart rø dstjert, svedese swartrödstjärt, danese husrödstjert, olandese zwaarte roodstart, tedesco Rotschwanz, francese rougequeue (noire), occitanico corousso, catalano cueta roig, basco butzangorr illun, portoghese rabo russo, italiano codirosso, spazzacamino, rusòcolo, retoromanico cuacotchen d’üert, rumeno codroûde munte, bulgaro domaûna cervonoopaûka, russo gorixvostka cernuûka, lituano dúminé randonuodegé, armeno syevowk karmratowt, ebraico hahlilit slayim, etc. (Desfayes 1998, I, 978-983). &lt;br /&gt;Qui, come anche nel caso meno conosciuto del pettazzurro(o nei diversi dialetti: pettoceleste, peto blö, cuarrossa blö, carossi de la stela, cuarossa della regina, pecetto da sorchi) una poligenesi condizionata in maniera cognitiva è più probabile della supposizione di innumerevoli traduzioni, in sostanza non documentabili. &lt;br /&gt;Non solo la postulata contaminazione dell’ita. (s)mergo con l’ita. corvo marengo(Battaglia 1975m 762 sg.), sostenuta da alcuni etimologi senza argomentazioni e di conseguenza anche senza traduzioni, farebbe supporre un altro risultato fonetico, ma anche la contaminazione dell’ita. (s)mergocon il francese antico corb mareng“corvo marino, (Meerrabe)” (Galli 1965, 247; Frey 1962, 44) per il quale non vi è alcuna pezza d’appoggio dimostrabile, finiscono per rivelarsi nulle. &lt;br /&gt;L’ita. marangone“cormorano” e l’ita. marangone“falegname” rappresentano entrambi derivazioni dal lat. marra“scure”. Ciò viene chiarito dalla corrispondenza greca pelekanÒj“pellicano / picchio, falegname”, di cui c’è una traccia semantica, viva in tedesco, quando si parla del picchio come &lt;falegname della foresta, Zimmermann des Waldes&gt;. Queste derivazioni provano che il lat. marrae il gre. pe/lekujhanno posseduto l’isosemia “becco tagliente, zappa”; ciò fornisce a sua volta la premessa per la metafora che è nata indipendentemente in entrambe le lingue. Ancora una volta, così, trova conferma l’antica regola secondo la quale, nella filologia romanza, si devono ricercare soluzioni esterne ai problemi etimologici solo quando siano state considerate in maniera esaustiva le possibilità di formazione interne (cfr. anche Meier 1975, passim). Coloro che desiderano chiarire tali principi e regolarità non dovrebbero in alcun caso sottovalutare le indicazioni fornite dalla semantica comparata. &lt;br /&gt;È per questa ragione che una spiegazione, come quella proposta da Petrolini, si dimostra poco fondata, poiché soddisfa solo fino ad un certo punto le esigenze morfologiche, visto che *marra-ranca (ranga)può essere interpretata come forme isomorfica del fra. pic-pioche. Allo stesso tempo però, da una parte *marra -anca (ranga)dovrebbe essere tenuta separata da ma- &lt;br /&gt;rangone“falegname”, dall’altra, non prende in considerazione il dato di fatto che la radice *marang-costituisce il punto di partenza di una famiglia linguistica, già chiaramente differenziatasi nel Medioevo, la quale si è sviluppata da marangone“(1.) smergo, (2.) falegname”, a marangona“(1.) campana che invitava i carpentieri al lavoro, (2.) moglie del marangone” fino &lt;br /&gt;ad arrivare a marrancino“ladro, mariolo” (cfr. anche in fra. maraud, derivato di marra; Schmitt 1976). Dal punto di vista cognitivo tutte queste forme hanno come base il lat. marra, la cui sopravvivenza viene descritta al meglio dal FEW(6, 1, 375b) e dal REW(5370). L’ipotesi d’Alessio che presupponeva una trasposizione di *palumbaro →falegnamenon convince: &lt;br /&gt;“Il sic. maranguni, marauni“uomo che tuffandosi in mare ripesca le cose cadute al fondo o racconcia qualche rotture delle navi”, “persona che passando a guado i torrenti porta sulle spalle i viandanti” [...] spiegano abbastanza bene come dal significato di «uccello acquatico» si sia passati a quello di “palombaro [...] e finalmente a quello di «carpentiere» (navale)” (1951, 68b). Questa ipotesi, che anche Petrolini rifiuta, à già stata meticolosamente confutata. E questo comunque non è il punto, visto che la postulata basisviene invece accettata anche da Petrolini (1996, 40b: che ha “[...] sostanzialmente ragione di conoscere l’origine di marangone in un *marranca, *marranga“ascia”) palesemente interessato a trovare una soluzione legata &lt;br /&gt;ad un singolo lessema. Se, dal punto di vista cognitivo-scientifico, è giusto che ci sia “la tendenza a denominare &lt;br /&gt;gli artigiani col nome degli arnesi che essi usano abitualmente e con maestria” (Petrolini 1996, 40o), ciò allora dovrebbe valere anche per il mondo animale, nel quale, le parti del corpo vi- stose e le pertinenze appariscenti degli stessi animali, essendo considerate degli &lt;elementi salienti&gt;, hanno contribuito normalmente e con regolarità alla loro denominazione come era già &lt;br /&gt;noto agli antichi da Aristotele a Plinio. Basta dare alcuni esempi che documentano questa regolarità (Desfayes 1998, II, 159, s.v. rouge, bleu sombre): &lt;br /&gt;–escardenc “rouge” (FEW23, 185) &lt;br /&gt;–cardinal “oiseau américain de couleur rouge” &lt;br /&gt;–cardinal “bourreu” &lt;br /&gt;–picchio cardinale “pic épeiche” (ita.) &lt;br /&gt;–cardinal “bourreu” (port. reg.) &lt;br /&gt;–kardeh “noirâtre” (iran.) &lt;br /&gt;–scardalicchia “mésange bleue” (ita.: (otranto), cfr. scarda“florida, ragazza formosa”) &lt;br /&gt;–hochequeue, caudatrémola, rabeta, coadabatura“batticorda” (Baumann 1967, 103- 123) etc. &lt;br /&gt;Sono proprio queste ragioni a spiegare l’esistenza di nomi uguali per l’artigiano e l’uccello acquatico. &lt;br /&gt;Rimane ancora un problema aperto, caro ad Alessio (1951), ma trattato solo marginalmente da Petrolini: la possibilità di un’interferenza greco-latina: “Secondo Alessio, il significato di ‘carpentiere’, assunto molto presto da ‘marangone’, non &lt;br /&gt;dipenderebbe da quello di ‘tuffatore, palombaro’, ma sarebbe da collegare al neogreco pelek£noj ‘falegname, carpentiere’, propr. ‘pellicano (class. pelek£n, -anoj)’ o picchio (class. pelekaj, antoj)’. A suo avviso il venez. marangon‘carpentiere navale’ potrebbe rappresentare più precisamente un calco su una forma greco-bizantina diffusasi nel territorio dell’Esarcato di Ravenna, la stessa che sarebbe appunto alla base del neogreco pelek£noj‘id’”. Senza reali argomentazioni si inverte la questione riconducendola ad un’interferenza italo (latino)-greca: “È decisamente più probabile [...] che proprio il neogreco pelek£noj‘carpentiere’ (da pe/lekuj ‘scure, ascia, mannaia’) sia un calco sul veneziano marangón‘carpentiere’ che in questo significato è documentato a Venezia – non dimentichiamolo – già nel 1271” (Petrolini 1996, 36 sg.). Sicuramente non si può dare una risposta definitiva al problema. Certo ci sono più argomenti a favore della tesi che dimostra superflua la supposizione di una interferenza. Come abbiamo già dimostrato per il nome caprimulgo, la cognizione umana varia molto raramente e sembra assolutamente probabile che i greci ed i romani abbiano seguito gli stessi principi cognitivi e che, in questo caso, si debba favorire la tesi di una poligenesi basata sulla &lt;saliency&gt; dell’uccello, il quale è chiamato in gre. pe/lekuj, in ita. / lat. marra, in ted. Hackee in inglese hawk, ma anche il fatto che, come dimostra il REW, nelle lingue romanze la stessa motivazione può venire documentata in riferimento a basi diverse, le quali si basano tutte sulla cognizione &lt;br /&gt;che “l’uccello si distingue per il suo becco a forma di uncino”: &lt;br /&gt;CORPOFONETICO/ BASI CONCETTO &lt;br /&gt;1. hauwa“zappa, rastrello” (REW4948) &lt;br /&gt;2. rascla“zappa” Classe di uccelli con il becco a forma di uncino (REW7072) &lt;br /&gt;3. falx“falce” (REW3158; FEW3, 381) &lt;br /&gt;4. *asciata(?) (REW697) &lt;br /&gt;Questa lista può essere integrata con i nomi del cormorano e il pellicano conservatisi nella Romània: &lt;br /&gt;–galic. canilonca“cormorano”, “por su largo pescuezo semejante a una caña” &lt;br /&gt;–sardo argon“pointu”, cfr. anche spa. aguja, cat. agulla, a causa della forma del becco &lt;br /&gt;–ita. spatola(questo uccello sin dai tempi di Aristotele e Fessner è stato scambiato per il pellicano, cfr. l’ita. spatula, paletta, gragullu“id.”) &lt;br /&gt;–rum. cosár“cormorano”, in realtà &lt;faucheur&gt;, poiché “il avance son bec ‘tel un faucheur’” (Desfayes 1998, 325, 371 sg.) &lt;br /&gt;La stessa isosemia si può dimostrare tra l’ornitonimo greco pelekanÒj“pellicano” e marra+ suffisso. &lt;br /&gt;In conclusione, non è giustificato trattare separatamente da questo parallelo semantico l’ita. marangone“1. maestro d’ascia, 2. uccello acquatico”, ed è ancora meno plausibile la tesi che l’interferenza linguistica debba, in maniera inevitabile e obbligatoria, rappresentare l’elemento d’unione per così tante forme. È piuttosto probabile che le percezioni proprie della specie homo sapiens abbiano portato a sottolineare gli stessi elementi caratteristici e con ciò a una motivazione identica in greco a nelle altre lingue romanze. Questa ammissione non è nuova; merita però di essere ribadita. Già Buffon aveva fatto notare: la parola cuiller“spatula” in francese (come anche nelle altre lingue neolatine) possiede la stessa motivazione della parola madagascia fanga-liam-bava“bêche au bec” (1770-81; ed. Cuvier, vol. 25, 322). Dunque non vi è alcun motivo per cui in italiano non si possano rivendicare gli stessi principi di denominazione cognitivi della &lt;saliency&gt; (salienza).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-120231514042883519?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/120231514042883519/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=120231514042883519' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/120231514042883519'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/120231514042883519'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/10/sullorigine-della-parola.html' title='SULL’ORIGINE DELLA PAROLA MARANGON(E)‘FALEGNAME’'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQNq0aaRWI/AAAAAAAAALs/eMkbPd2Xlyk/s72-c/marangon.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-2299244835347540831</id><published>2009-10-01T03:34:00.002+02:00</published><updated>2009-10-01T03:42:06.791+02:00</updated><title type='text'>"Far al figo"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQIFh-YBLI/AAAAAAAAALk/uQT6pL-CSJQ/s1600-h/figo.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 229px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQIFh-YBLI/AAAAAAAAALk/uQT6pL-CSJQ/s400/figo.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5387439945354314930" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dal  "Vocabolario fraseologico del dialetto bisiac": "Far al figo", inserire il pollice fra l'indice e il medio ripiegati, come il resto delle dita, e rivolgere la mano così chiusa verso qualcuno in segno di disprezzo o di scongiuro. "Fà 'l figo, fà 'l figo che passa la veciastriga". (L'immagine è tratta da uno dei gioielli della Collezione Perusini).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-2299244835347540831?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/2299244835347540831/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=2299244835347540831' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2299244835347540831'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2299244835347540831'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/10/far-al-figo.html' title='&quot;Far al figo&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQIFh-YBLI/AAAAAAAAALk/uQT6pL-CSJQ/s72-c/figo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5468420571908675822</id><published>2009-08-20T22:53:00.002+02:00</published><updated>2009-08-20T22:59:16.573+02:00</updated><title type='text'>La scoperta di una nuova parola bisiaca: la "Pastorela" / lat. Motacilla cinerea</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/So25F8ByHRI/AAAAAAAAAI8/sS0tc8SrHUY/s1600-h/Motacilla.cinerea.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 266px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/So25F8ByHRI/AAAAAAAAAI8/sS0tc8SrHUY/s400/Motacilla.cinerea.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5372153442186960146" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lo studioso Mauro Casasola, parlando con l'esperto Giorgio Fantin, ha scoperto un nuovo termine, mai riportato nei nostri dizionari dedicati alla parlata bisiaca. Si tratta di "Pastoréla" che indica quell'uccellino, amante dei corsi d'acqua, che in latino è chiamato "Motacilla cinerea". Complimenti ai nostri due esperti di cose bisiache per aver scoperto questo nome così poetico e suggestivo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5468420571908675822?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5468420571908675822/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5468420571908675822' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5468420571908675822'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5468420571908675822'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/08/la-scoperta-di-una-nuova-parola-bisiaca.html' title='La scoperta di una nuova parola bisiaca: la &quot;Pastorela&quot; / lat. Motacilla cinerea'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/So25F8ByHRI/AAAAAAAAAI8/sS0tc8SrHUY/s72-c/Motacilla.cinerea.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-7112329756820543672</id><published>2009-08-18T10:47:00.002+02:00</published><updated>2009-08-18T10:57:50.095+02:00</updated><title type='text'>«Portiamo il dialetto bisiaco nelle nostre aule scolastiche»</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sops_HHYw0I/AAAAAAAAAI0/RvCc5Neb47I/s1600-h/scuola.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sops_HHYw0I/AAAAAAAAAI0/RvCc5Neb47I/s320/scuola.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371225337090327362" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 17 agosto 2009   &lt;br /&gt;pagina 05   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mauro Casasola, 24 anni, poeta che per esprimersi ha trovato naturale utilizzare l'idioma arcaico-veneto bisiaco, autore del "Vocabolario essenziale italiano-bisiac", si tiene alla larga dalla politica, ma, ritiene che la parlata locale avrebbe il diritto di fare il suo ingresso nelle aule scolastiche. Casasola, che si è accollato il non leggero impegno di guidare uno dei presìdi del bisiaco nel Monfalconese quale è l'Associazione culturale bisiaca, non crede che della parlata locale si dovrebbe spiegare la grammatica, impresa del resto forse improba in un'area dove alla popolazione più o meno autoctona si è sovrapposta in questi ultimi anni una forte immigrazione da altre zone d'Italia e dall’estero. Discorso valido soprattutto per Monfalcone e in parte per Staranzano e Ronchi, meno per il resto del mandamento, dove il bisiaco di fatto sopravvive. A scuola, però, secondo Casasola, si potrebbero illustrare storia e tratti salienti della parlata locale, ricostruendo così anche la storia di un territorio e di una città che nascono prima dei cantieri navali, fonte prima dell'immigrazione dall'Istria, dal Quarnero poi dalla Puglia e infine dal Meridione d’Italia, Balcani e Bangladesh. Casasola, ha senso portare l'idioma bisiaco nelle scuole? L'associazione organizza già dei corsi, ma entrare nelle scuole può essere a tutti gli effetti più impegnativo, anche perché ci si deve rapportare con un ambito istituzionale. Dal punto di vista linguistico lo ritengo fattibilissimo, da quello politico potrebbe esserlo meno. Penso al friulano il cui status di lingua è stato riconosciuto, potendo contare quindi su fondi non indifferenti. L'obiettivo dovrebbe essere quello non di insegnare la grammatica, ma effettuare un discorso più aperto sul linguaggio, passando per la storia e la cultura locale. In questo senso mi pare vadano anche le indicazioni del nuovo dirigente scolastico regionale. Un discorso di educazione al bisiaco è fattibile però anche a Monfalcone, dove circa un terzo della popolazione è di recente immigrazione? La composizione della popolazione è senz'altro più variegata, ma introdurre il bisiaco nelle scuole sarebbe un arricchimento comunque, tenuto conto che i putei sono in grado di assorbire moltissime cose e potrebbero quindi imparare anche parole e usi particolari del territorio. A Monfalcone anche i locali parlano ancora bisiaco o no? Poco, perché sono arrivati gli istriani prima e i triestini poi. Mia nonna, bisiaca nata a Monfalcone, parlava il dialetto come lo si parla ancora oggi nei paesi. La parlata che si trova a Pieris e Turriaco, è vero, è difficile scoprirla ancora a Monfalcone, dov'è però non è scomparsa del tutto. Dov'è allora il nucleo forte del bisiaco? A Turriaco, Pieris, Bean, San Canzian e San Piero. Anche Fogliano, ma andando a cercare, perché è vero che tanti non sono orgogliosi del bisiaco e tendono quindi a parlare fuori casa un dialetto triestinizzato. E i ragazzi, chi ha 24 anni come lei, lo parlano ancora? È stata fatta un'indagine da cui risulta che il 60% dei ragazzi interpellati si sente bisiaco, ma di fatto il dialetto lo parla pochino o, meglio, parla un bisiaco ripulito. Può aiutare il coinvolgimento, come avverrà quest'anno, dell'Associazione culturale bisiaca in una manifestazione come Absolute Poetry? Ritengo di sì, anche se lascia un po' perplessi il fatto che l'Associazione bisiaca debba essere messa sullo stesso piano dei sodalizi che si fanno portavoce della minoranza slovena e friulana, che già hanno ottenuto un riconoscimento formale e fondi. Forse si dovrebbe effettuare uno sforzo maggiore per sostenere l'identità più debole, cioé la nostra. (la.bl.)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-7112329756820543672?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/7112329756820543672/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=7112329756820543672' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/7112329756820543672'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/7112329756820543672'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/08/portiamo-il-dialetto-bisiaco-nelle.html' title='«Portiamo il dialetto bisiaco nelle nostre aule scolastiche»'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sops_HHYw0I/AAAAAAAAAI0/RvCc5Neb47I/s72-c/scuola.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8522532419564569852</id><published>2009-07-02T07:36:00.001+02:00</published><updated>2009-08-18T04:13:01.266+02:00</updated><title type='text'>"Cinquanta poesie per Biagio Marin" di Anna de Simone</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooOFhoutkI/AAAAAAAAADs/SH7Akqcwrp0/s1600-h/biagio+marin.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 190px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooOFhoutkI/AAAAAAAAADs/SH7Akqcwrp0/s320/biagio+marin.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371120993684076098" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un altro riconoscimento per la poesia bisiaca. Lunedì 29 giugno, presso il Centro Studi Biagio Marin di Grado, è stato presentato il volume "CInquanta poesie per Biagio Marin" curato dalla studiosa Anna De Simone di Milano. Il ponderoso volume, come ha sottolineato la presidente del Centro Studi Edda Serra, raccoglie i testi dei maggiori poeti dialettali del Novecento nella cui poesia vi sono echi della frequentazione con l'opera del grande poeta gradese. Anna De Simone, considerata tra i maggiori esperti nazionali di poesia in dialetto ed autrice di una nota biografia di Marin, ha scritto inoltre per l'occasione un lungo saggio introduttivo che è anche una sorta di intenso viaggio poetico che va dall'Istria cantata dal rovignese Zanini fino alla Sicilia di Nino De Vita. Il volume raccoglie difatti cinquanta poesie di autori di varie aree geografiche che vanno da Pasolini a Tonino Guerra, da Franco Loi fino ai più giovani Pier Luigi Cappello ed Ivan Crico. Al bisiaco di Crico la De Simone ha dedicato tra l'altro ampio spazio sia nel saggio introduttivo che nell'ampio apparato bibliografico, sottolineando il decennale lavoro svolto dall'autore di Pieris per far conoscere e salvaguardare questa importante e quasi sconosciuta antica parlata veneta del monfalconese. A questo proposito, oltre a un brano di un saggio della poetessa Antonella Anedda dove si analizzano le potenzialità di questo linguaggio esaltate dalla poesia di Crico, la De Simone ha pensato di riportare anche alcuni stralci del famoso racconto dedicato da Claudio Magris alla Bisiacaria. Il libro vuol essere, come è stato ricordato, anche un valido strumento per gli alunni delle nostre scuole. La bellissima serata ha offerto al numeroso pubblico presente anche l'occasione di ascoltare le letture di alcuni dei più noti poeti viventi in dialetto come il siciliano Nino de Vita, il torinese Remigio Bertolino, i veneti Luciano Cecchinel, Luigi Bressan e Fabio Franzin, il friulano Pierluigi Cappello e il bisiaco Ivan Crico.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8522532419564569852?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8522532419564569852/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8522532419564569852' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8522532419564569852'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8522532419564569852'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/07/cinquanta-poesie-per-biagio-marin-di.html' title='&quot;Cinquanta poesie per Biagio Marin&quot; di Anna de Simone'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooOFhoutkI/AAAAAAAAADs/SH7Akqcwrp0/s72-c/biagio+marin.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-2693926194973213613</id><published>2009-06-25T06:26:00.000+02:00</published><updated>2009-06-25T06:28:16.350+02:00</updated><title type='text'>Friul Gurizan-Bisiacaria-Goriska</title><content type='html'>Messaggero Veneto — &lt;br /&gt;06 giugno 2009   pagina 05  &lt;br /&gt;sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PROVINCIA &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella sala del consiglio provinciale, in corso Italia 55, si è tenuta la presentazione del nono volume della collana “Miti, fiabe e leggende del Friuli storico”, ideata e promossa dall’Istituto per la ricerca e la promozione della civiltà friulana “Achille Tellini”, dal titolo “Friul gurizan - Bisiacaria - Goriska” a cura di Adriana Miceu (edizioni Chiandetti, Reana del Rojale). Sono intervenuti Luigi Geromet, presidente dell’Istituto “Achille Tellini”, Egle Taverna, Ferruccio Tassin, Adriana Miceu e “I Viandants” di Basialiano, coordinati da Guido Sut nella lettura animata e musicata di “Confini e sconfini”. Il volume contiene racconti scritti in tre diverse espressioni linguistiche: friulano, bisiaco e sloveno e offre al lettore una viva testimonianza di ciò che resta della variegata cultura popolare presente nel Goriziano e difficilmente riscontrabile altrove.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-2693926194973213613?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/2693926194973213613/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=2693926194973213613' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2693926194973213613'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2693926194973213613'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/06/friul-gurizan-bisiacaria-goriska.html' title='Friul Gurizan-Bisiacaria-Goriska'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-6064233078123912754</id><published>2009-06-15T06:38:00.001+02:00</published><updated>2009-08-18T04:11:23.333+02:00</updated><title type='text'>L'edizione 2009 del "Premio Macor"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooNvSOOdzI/AAAAAAAAADk/kmaTsMcjSPc/s1600-h/macor+celso.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 225px; height: 206px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooNvSOOdzI/AAAAAAAAADk/kmaTsMcjSPc/s320/macor+celso.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371120611589257010" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 07 giugno 2009 &lt;br /&gt;pagina 10 sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMANS. &lt;br /&gt;Davanti a un folto pubblico sì è tenuta all'auditorium «Mons.Galupin» di Romans, la premiazione del "IV Premio Letterario Celso Macor", che stavolta aveva come tema: «Identità e memoria delle genti del Friuli Venezia Giulia». Questi i premiati. Per la sezione narrativa riservata alle scuole medie vicnitori sono risultati gli studenti della 2.a A della «G. F. del Torre» di Romans, che hanno presentato l'opera «Imagina un mont plen di scovacis: ce gust varessie la vite? (Immagina un mondo pieno di rifiuti; che gusto avrebbe la vità?). Con loro sul palco c'erano il preside Paolo Buzzulini e l'insegnante Gabriella Tamburini. Da segnalare che quest'anno il premio di poesia riservato alle scuole medie e alle superiori non sono stati assegnati. Passando alla sezione prosa premio assoluto, sono stati segnalati: per la lingua italiana «L'arrotino e il miracolo dei fagioli» di Giacomo Miniutti di San Quirino, «Non sono» di Rita Mazzone di Padova e «L'asfalt» di Simone Devidi di Romans; per la lingua friulana «Frussons di zoventut» di Ivaldi Calligaris di Romans e «A cjapà aiar sul tor» di Stefano Gasti di Remazacco; per la lingua slovena «Zaponke sens (I fermagli delle ombre) di Vilma Puric di Trieste, mentre il vincitore del premio assoluto di prosa è stato Mario Schiavato di Fiume con «I giorni delle processioni». Per la sezione poesia premio assoluto sono stati segnalatie le poesie in lingua italiana «L'aria del miracolo» di Pamela Bravo di Romans e «Akilis» di Silvano Zamaro di Joannis-Aiello del Friuli; in lingua friulana «Stazion» di Stefano Gasti di Remanzacco e «Inta l'ombrena da urtis» di Silvano Zamaro, mentre il vincitore del premio assoluto di poesia è stato Enrico Colussi di Monfalcone con «La corte di cristallo» e «Lo sguardo». Per la sezione dialetto bisiaco sono stati segnalati: per la poesia «Sotonote» di Mauro Casasola di Fiumicello; per la prosa «La me' storia xe tante storie» di Marilisa Trevisan di Staranzano, mentre il vincitore è stato Ivan Crico di Ta pogliano con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria). Ricordiamo che la serata, organizzata in collaborazione con la Libreria Editrice "Leonardo" di Pasian di Prato, è stata allietata dal duo David Gregoroni (sax) e Andrea Valent (fisarmonica), mentre il professor Leopoldo Pagnutti ha letto alcuni brani delle opere vincenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edo Calligaris&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-6064233078123912754?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/6064233078123912754/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=6064233078123912754' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6064233078123912754'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6064233078123912754'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/06/ledizione-2009-del-premio-macor.html' title='L&apos;edizione 2009 del &quot;Premio Macor&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooNvSOOdzI/AAAAAAAAADk/kmaTsMcjSPc/s72-c/macor+celso.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-2903306224165987787</id><published>2009-03-03T21:27:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T04:54:04.618+02:00</updated><title type='text'>Ancoi (oggi): un'antica parola bisiaca impiegata anche da Dante</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooXwRNO-pI/AAAAAAAAAD0/jb7vctPQzpU/s1600-h/dante.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 214px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooXwRNO-pI/AAAAAAAAAD0/jb7vctPQzpU/s320/dante.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371131623612807826" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;ANCOI è un'antica parola, impiegata nel nord Italia, e nota anche in Bisiacaria. Le sue attestazioni più celebri le ritroviamo in Dante:&lt;br /&gt;Esempio: Dan. Purg. 13. Non credo, che per terra vada ancoi Huomo si duro.&lt;br /&gt;Esempio: E Dan. Purg. can. 20. Tempo veggh'io non dopo ancoi, Che tragge un'altro Carlo fuor di Francia.&lt;br /&gt;Esempio: E Dan. Purg. can. 33. Or ti rammenta, Si come di Letéo bevesti ancoi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Navigando su Internet ho trovato un sito, molto interessante, in cui troviamo le principali testimonianze antiche di questo termine e che qui di seguito riporto:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANCÒI avv./s.m.&lt;br /&gt;0.1 amcoi, ancho, anchó, anchò, ancho', anchoi, anchuo, anchuò, anchuoi, ancó, ancò, anco', ancoi, ancoi, ancoj, ancoy, ancuò, ancuo', 'ncoi.&lt;br /&gt;0.2 DEI s.v. ancoi (prov. ancoi, fr. ant. ancui).&lt;br /&gt;0.3 Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.): 1.&lt;br /&gt;0.4 In testi tosc.: Fr. da Barberino, Doc. Am., 1314 (tosc.); Dante, Commedia, a. 1321; Cicerchia, Passione, 1364 (sen.).&lt;br /&gt;In testi sett.: Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.); Doc. ver., c. 1236; Bonvesin, Volgari, XIII tu.d. (mil.); Serventese Lambertazzi, XIII u.v. (bologn.); Cronica deli imperadori, 1301 (venez.); Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311; Poes. an. bergam., p. 1340; Enselmino da Montebelluna, XIV pm. (trevis.); Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342; Esercizi cividal., XIV sm.&lt;br /&gt;In testi mediani e merid.: Castra, XIII (march.).&lt;br /&gt;0.5 Mentre il tipo ancoi risulta diffuso in tutta l'Italia sett. - donde è penetrato anche nella lingua poetica tosc. -, la forma dittongata ancuo(i) appare invece esclusivamente ven., anzi in prevalenza venez.&lt;br /&gt;Locuz. e fras. al dì d'ancoi 4.3; al tempo d'ancoi 4.4.1; fino al dì d'ancoi 4.3; fino ancoi 2.1; il tempo d'ancoi 4.4; infino al dì d'ancoi 4.3; infino ancoi 2.1; per ancoi 1.2.&lt;br /&gt;0.7 1 Nel giorno presente, oggi. 1.1 [Prov.]. 1.2 Locuz. avv. Per ancoi: nel giorno presente. 2 Nell'epoca attuale, al presente. 2.1 Locuz. avv. (In)fino ancoi: fino al tempo presente. 3 Inoltre, ancora. 4 Sost. Il giorno presente. 4.1 [Prov.]. 4.2 Locuz. avv. Al dì d'ancoi: al presente. 4.3 Locuz. avv. (In)fino al dì d'ancoi: fino all'epoca presente. 4.4 Locuz. nom. Il tempo d'ancoi: il presente.&lt;br /&gt;0.8 Pär Larson 20.03.2001.&lt;br /&gt;1 Nel giorno presente, oggi.&lt;br /&gt;[1] Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.), 449, pag. 616: Quig qe no cre' morire, sì à molto faladho: / de quel penser q'ig fai, cascun à radegadho, / c'ancoi è l'om alegro, doman è traversadho / de questo mond a l'altro, sì com'è destinadho.&lt;br /&gt;[2] Doc. ver., c. 1236, pag. 190.1: Vui s(er) Philipo andai ad Arcole amcoi e favelai ali fiioli d(e) Erço, silic(et) [......] d'Arcole e 'l so fraelo, e d(e) segnarge quel prao h(e) igi ne teno, quel ke diso sta ca(r)ta...&lt;br /&gt;[3] Contempl. morte, 1265 (crem.&gt;sen.), 599, pag. 91: Di questo semo tucti [a] aguale, / Ma ttu mori ancoi e domane, / Di ttucto ciò che tti rimane / Tue no ne diei godere...&lt;br /&gt;[4] Bonvesin, Volgari, XIII tu.d. (mil.), Vita beati Alexii, 447, pag. 308: «Oi grama mi dolenta, mi grama desoradha, / Ancoi inprimamente me vezo svedoadha, / Dal me' marío dulcissimo me vez abandonadha.&lt;br /&gt;[5] Castra, XIII (march.), 39, pag. 918: «E io più non ti faccio rubusto, / poi cotanto m'ài [a]sucotata: / vienci ancoi, né sia Pirino rusto, / ed adoc[c]hia non sia stimulata».&lt;br /&gt;[6] Legg. S. Margherita, XIII ex. (piac.&gt;ver.), 251, pag. 14: E dis ke quel è Criator / E ben lo ten per so segnor / E molto l'à ancoi clamà / Und'el n'era molt'a desgrà...&lt;br /&gt;[7] Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311, 12.194, pag. 132: Quelo monto se goì / e dixe: «Sta seguramenti / e no temer de niente / che ancoi lo verai / e per sposo l'averai».&lt;br /&gt;[8] Fr. da Barberino, Doc. Am., 1314 (tosc.), pt. 7, docum. 18.56, vol. 3, pag. 236: Poi ti se' ben portato / e 'l tempo a fine è dato, / se t'eleggon di novo, / dicoti, pochi trovo / che non se 'n pentan poi; / tal mondo corre anchoi / e sai che del partire / non può che ben seguire.&lt;br /&gt;[9] Poes. an. bergam., p. 1340, 25, pag. 22: Lo zeloso a la fanestra strettament incapuzato, / Ch'el no tenia ol volto ad essa, domandò li so pecato. / ... / E lla dona si disiva, ello so cor ridando: / «Ancó te darò lo zorno che tu vé zircando!».&lt;br /&gt;[10] Enselmino da Montebelluna, XIV pm. (trevis.), 1131, pag. 73: Tu me dizesti, lo Signor sia tiego, / et io l'ò perso e planzo qui soleta, / sì che miego non par, nè io paro siego. / Tu me dizesti ch'io era benedeta / fra le altre done, et anchuoi me reputo / sopra tute le done maledeta.&lt;br /&gt;[11] Cicerchia, Passione, 1364 (sen.), ott. 40.5, pag. 319: Maestro e sire mi chiamate voi: / perciò ch'i' so', adunqua dite bene. / A tutt'i' v'ho li piè lavat'ancoi: / che lavi l'un all'altro si convene.&lt;br /&gt;[12] Laud. Battuti Modena, a. 1377 (emil.), 2, pag. 9.18: Tut' i sancti e le sancte de Deo, qua' nu avem ocçi clamà in nostro alturio, e quilli che nu no avemo clamà, sì sianno anchoi a prego cum la madre nostra de vita eterna madona sancta Maria, denançe al so fiolo sanctissimo Jesù Christo salvadore...&lt;br /&gt;[13] San Brendano ven., XIV, pag. 40.15: Ello è ancuò uno ano che tu è' in questa isola con li tuo' conpagni e non à' manzado nì beudo nì (è' stado) agrevado de sono nì à' vezudo vegnir note, mo par dì.&lt;br /&gt;1.1 [Prov.].&lt;br /&gt;[1] Pseudo-Uguccione, Istoria, XIII pm. (lomb.), 803, pag. 56: Mai unca no pensemo ben / Com l'aver del mond va e vien: / Ancoiè meu, doman è to, / No se n'enfençe qi tuor se 'l pò. || Traduzione del noto proverbio hodie mihi, cras tibi.&lt;br /&gt;1.2 Locuz. avv. Per ancoi: nel giorno presente.&lt;br /&gt;[1] Cavalca, Dialogo S. Greg., a. 1342 (pis.), L. 1, cap. 4, pag. 25.30: rispose Giuliano: questo non posso io fare, però che essendo stanco del camminare non intendo per ancoi tornare a dietro. - Rispose Equizio: Figliolo, tu mi contristi; però che se ancoi non andiamo, domane sono certo che non ci andremo. || Cfr. Greg., Dial., I, 4: «hoc fieri nullatenus potest, quia lassatus ex itenere hodie non valeo exire».&lt;br /&gt;[2] Tristano Veneto, XIV, cap. 290, pag. 262.12: «Como, signor, sì liciermentre me credé vu spaventar? Certo vui non lo saveré per anchò, sì chomo io credho, per lo poder che vui havé».&lt;br /&gt;[3] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 1, cap. 4, pag. 87.3: ello respose: «Questo no poso e' far, perçò che seando stanco de lo cavarcà' non intendo per ancoi de tornà' inderé».&lt;br /&gt;2 Nell'epoca attuale, al presente.&lt;br /&gt;[1] Doc. venez., 1314 (2), pag. 116.27: Sì laso a Biriola fiia de Ferigo Miani natural, che sta ancoi cum mi in cha' mia, la q(ua)l sì tegno per Dio, libr. C e li so drapi...&lt;br /&gt;[2] Dante, Commedia, a. 1321, Purg. 13.52, vol. 2, pag. 214: Non credo che per terra vada ancoi / omo sì duro, che non fosse punto / per compassion di quel ch'i' vidi poi...&lt;br /&gt;[3] Lett. venez., 1355 (2), 1, pag. 30.27: habiando libertade de prometer ali navilij de amixi, li quali vuj mandarì con blava a Veniexia, quello prexio, per la blava che elli condurà, lo qual a vuj parerà raxionevel ali prexij, segundo che corre anchoi blava, no prometando oltra grossi XXVJ per stero de formento...&lt;br /&gt;[4] Gl Francesco da Buti, Purg., 1385/95 (pis.), c. 13, 49-66, pag. 308.1: Non credo dice l'autore, che per terra vada ancoi; cioè anche oggi...&lt;br /&gt;2.1 Locuz. avv. (In)fino ancoi: fino al tempo presente.&lt;br /&gt;[1] Cronica deli imperadori, 1301 (venez.), pag. 194.6: el beado Silvestro ordenà che nessun celebrasse sovra questo, se 'l non fosse veschovo, el qual infina anchoi ven observado...&lt;br /&gt;[2] Anonimo Genovese (ed. Cocito), a. 1311, 134.243, pag. 530: Monto me par che car costá / û sor bocon che Eva manjá; / che in linbo com' gran falia / ben stete agni doa milia, / e ne sentamo fin ancoi / noi chi semo soi fijoi.&lt;br /&gt;[3] Enrico Dandolo, Cron. Venexia, 1360-62 (venez.), pag. 266.11: Per la qual cosa dal dicto papa Pelagio ebbe, et infino ancoi ha çascun successor di quelo, brivilegio apostolico...&lt;br /&gt;[4] Legg. Sento Alban, c. 1370 (venez.), pag. 72.10: a gluoria e reverencia de lo onipotente Dio sì li fexe una bella sepoltura, e là infin anchuo li vien fato gran reverencia, et vien abudo in gran devocion.&lt;br /&gt;3 Inoltre, ancora.&lt;br /&gt;[1] Dicerie volgari, XIV pm. (bologn.), cap. 1, pag. 326.7: E so ch'el no besogna ch'io recordi ala vostra sanctitàe como quella citade è stada et ancoi è fedele e devota ala santa romana eclesia, perchè l'è manifesto a vui (et) ali vostri santi fradi.&lt;br /&gt;[2] Passione genovese, c. 1353, pag. 28.3: Quamvisdé che lo nostro Segnor n'abia faito monti grandi bem, che quasi som senza nomero, solamenti um ben n'à fayto, e ancó è sì excellente che nissum non pò astimar...&lt;br /&gt;[3] Enrico Dandolo, Cron. Venexia, 1360-62 (venez.), pag. 294.4: Et in quella fiada el dicto duxe tramudò l'arma da Cha' Dandullo, nel muodo che ancoi si vede portar quelli che di lui et di suoi dicono essere discexi, ciovè cun quelli zigli tramudadi in campo lagiuro et bianco.&lt;br /&gt;[4] Fazio degli Uberti, Dittamondo, c. 1345-67 (tosc.), L. 2, cap. 30.108, pag. 176: Carlo, il figliuolo, incoronai da poi / in nel mille trecento cinquantuno / e cinque più; e questo vive ancoi.&lt;br /&gt;[5] Gl Francesco da Buti, Purg., 1385/95 (pis.), c. 20, 70-78, pag. 475.2: Tempo vegg'io; io Ugo, ancoi; cioè ancora...&lt;br /&gt;4 Sost. Il giorno presente.&lt;br /&gt;[1] Serventese Lambertazzi, XIII u.v. (bologn.), 79, pag. 850: Zascuno avea in mano una lumiera, / cridando a voxe: «Ov'è 'sta gente fiera? / Anchoi è 'l zorno ch'i perderàm la seda / del paexe».&lt;br /&gt;[2] Gl Jacopo della Lana, Par., 1324-28 (bologn.), c. 20, 43-54, pag. 452, col. 1.16: Fa crastino, çoè dell'odierno, çoè de quello d'ancoi, 'fa crastino', çoè domane; quasi a dire se perlunga solo in differentia de tempo.&lt;br /&gt;[3] Gl Esercizi cividal., XIV sm., 78, pag. 117.4: Lu notabil di ancoy, mo[l]t pluy fort di quel di gir, arecres gesi grant agl mye conpagns, gli quagl ciscidun studio mal volontir. Notabile hodiernum, valde dificilius esterno, tedet esse magnum meos socios, quorum quilibet studet male libenter.&lt;br /&gt;4.1 [Prov.].&lt;br /&gt;[1] Francesco di Vannozzo, Rime, XIV sm. (tosc.-ven.), [1380] 60.27: «Die, mo pur plan, per san Casian! / Driedo ancuo' vien doman: / lassè pur andar!&lt;br /&gt;4.2 Locuz. avv. Al dì d'ancoi: al presente.&lt;br /&gt;[1] Stat. venez., 1366, cap. 87, pag. 40.32: E se algun fosse caçudo ala pena in chi a alo dì de anchò, sia assolti dala ditta pena e sia rendudi a quelli quella cosa che fosse tolta a quelli.&lt;br /&gt;[2] Fazio degli Uberti, Dittamondo, c. 1345-67 (tosc.), L. 1, cap. 23.52, pag. 67: Manlio a me tornò e Regul poi / in Africa co' suoi fece dimoro. / Costui fu tal, che certo al dì d'ancoi / il par non troveresti per virtute: / dico nel mondo, non che qui fra noi.&lt;br /&gt;4.3 Locuz. avv. (In)fino al dì d'ancoi: fino all'epoca presente.&lt;br /&gt;[1] Cronica deli imperadori, 1301 (venez.), pag. 224.26: in la terra soa, per lo Thevro e per mare, in la predita concha lu aveva pensà de portar; ma elo in brieve morando, el precioso thesauro li romase infina al dì d'anchoi.&lt;br /&gt;[2] Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342, cap. 25, pag. 122.18: e gli inperaor e gran re da corona con tuti hi lor regnami e gran principi marchesi cointi e duxi adoran hi nomi de 'sti pescaor poveri e se ghe recomandan a hi lor gran perigoli e pregan e fan-gli pregar a hi lor besogni e fin al dì d'anchò gli nomi di 'sti poveri messi de Yesu Criste vivan in grande honor e in gran reverentia...&lt;br /&gt;[3] Cinquanta miracoli, XIV pm. (ven.), pt. 3, 35, pag. 60.8: E la madre de Cristo li dè una rosa, la qual è conservada fresca fin a lo die d'ancoi.&lt;br /&gt;[4] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 2, cap. 24, pag. 137.22: E lo seguente dì miracolosamenti fu trovao davanti a la porta de lo monester duxento moça de farina, la qua chi i' aduxese tam fim a lo dì d'ancoi savei' non s'è posuo.&lt;br /&gt;4.4 Locuz. nom. Il tempo d'ancoi: il presente.&lt;br /&gt;[1] Sam Gregorio in vorgà , XIV sm. (lig.), L. 1, cap. 12, pag. 107.13: Voglo a onor e a laude de lo nostro redentor de li miracoli de lo venerabel Beneito alqua[nti] narrà'. Ma a far questo no me par che basto lo tempo d'ancoi....&lt;br /&gt;4.4.1 Locuz. avv. Al tempo d'ancoi: al presente.&lt;br /&gt;[1] Doc. venez., 1348 (4), pag. 205.13: Anchora arecordo che lo può eser che Franciscina mia muier al tempo d'anchuo se graveda: se la fese fijo o fijoli o fija o fije lasole chosì in albitrio de mio frar miser Marin...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-2903306224165987787?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/2903306224165987787/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=2903306224165987787' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2903306224165987787'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2903306224165987787'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/03/ancoi-oggi-unantica-parola-bisiaca.html' title='Ancoi (oggi): un&apos;antica parola bisiaca impiegata anche da Dante'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooXwRNO-pI/AAAAAAAAAD0/jb7vctPQzpU/s72-c/dante.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3028512880351272508</id><published>2009-03-02T23:52:00.001+01:00</published><updated>2009-03-12T20:38:13.201+01:00</updated><title type='text'>Da "Il Gazzettino": Sui cartelli in friulano e sloveno in Bisiacaria</title><content type='html'>Da "Il Gazzettino del 11 marzo 2009:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la valorizzazione culturale della toponomastica &lt;br /&gt;storica dei paesi della Bisiacaria&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; È stata un'amara sorpresa, per chi come me da anni vanamente si batte per la valorizzazione culturale della toponomastica storica dei paesi della Bisiacaria (da sempre quasi totalmente inascoltato, per non dir altro, dai nostri amministratori locali),  scoprire da un giorno all'altro che in tutte le strade della provincia di Gorizia sono stati installati 160 cartelli stradali in italiano, friulano e sloveno. Ignorando del tutto le altre comunità locali. Cartelli pagati con fondi pubblici - 130.000  euro sembra -: fondi che derivano, dunque, anche dalle tasse pagate da bisiachi e gradesi.&lt;br /&gt;Ovviamente non ho nulla in contrario se nei paesi in cui si parlano queste lingue oggi si pensa di valorizzarne la toponomastica così come essa è stata tramandata, nel corso dei secoli, dalle genti del luogo. Vorrei ricordare però che la maggior parte dei comuni del monfalconese (Monfalcone compreso!) in tutti - e sottolineo tutti - i maggiori testi scientifici, rientrano tra i paesi il cui linguaggio storico, da più secoli, è il bisiaco. Non il friulano né lo sloveno.&lt;br /&gt;"Ma com'è possibile tutto questo?" mi sono detto allora. Ricordo benissimo che per anni, parlando con molti sindaci e consiglieri, ho dovuto sorbirmi, di fronte alle mie richieste, la medesima e monotona risposta. Mettere dei cartelli con il nome antico bisiaco, era un'operazione (parole loro) da "leghisti sfegatati della prima ora" oppure, se le risposte erano un po' più articolate, si affermava che valorizzare gli antichi toponimi significava porsi completamente al di fuori delle dinamiche di un mondo multiculturale, di una nuova Europa che deve essere rispettosa di tutto e di tutti. &lt;br /&gt;Non condividevo per niente e continuo a ritenere molto discutibili queste argomentazioni, ma cercavo - almeno - di capire. Ciò che non riesco proprio a capire è il fatto che adesso invece - in paesi che non rientrano assolutamente tra i territori dove queste lingue sono tutelate e dove questi cartelli non sono per nulla obbligatori - i nomi di queste località non saranno tramandati nella forma bisiaca o gradese alle nuove generazioni, no di certo, ma in friulano e sloveno. Nel silenzio assoluto dei nostri amministratori a cui, di colpo, per miracolo, queste cose non fanno più  spavento. Anzi. Basta che non si parli di bisiaco o gradese e va tutto bene. Perché "Mofalcon", com'è chiamata la città ancor oggi da migliaia di monfalconesi, non si può scrivere da nessuna parte, neanche fosse una malattia infettiva da debellare, ma "Monfalcon", alla friulana, o "Trzic" in sloveno (per non parlare di "Gravo" friulanizzato in "Grau") invece vanno benissimo. Ma cosa direbbero i cittadini di Romans d'Isonzo o di Doberdò, mi chiedo, svegliandosi al mattino e trovando le strade che attraversano i loro paesi con decine di cartelli stradali scritti non in friulano né in sloveno ma, bensì, solo in italiano bisiaco e gradese? Gli andrebbe bene? Si sentirebbero valorizzati, sentirebbero valorizzata la loro cultura secolare?&lt;br /&gt;  Tutto questo è accaduto, ovviamente, senza informare nessuna delle associazioni culturali locali e presentando alla stampa l'operazione soltanto quando tutto era già stato ormai deciso da tempo. Non si valorizza veramente né si ha veramente rispetto di chi abita da secoli in un dato luogo impedendo alla gente di vedere il proprio paese indicato con il suo vero nome, condannando all'oblio la memoria dei nostri avi e di chi, ancora vivo, vuol conservarne con amore la lingua ed i valori che ci hanno trasmesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3028512880351272508?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3028512880351272508/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3028512880351272508' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3028512880351272508'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3028512880351272508'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/03/sui-cartelli-in-friulano-e-sloveno-in.html' title='Da &quot;Il Gazzettino&quot;: Sui cartelli in friulano e sloveno in Bisiacaria'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-946652925944687465</id><published>2009-03-01T23:35:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:14:48.451+02:00</updated><title type='text'>Generosità di un tempo in Bisiacaria</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soocn1uEn8I/AAAAAAAAAFM/7uGO0ziHhyc/s1600-h/panzano.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 274px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soocn1uEn8I/AAAAAAAAAFM/7uGO0ziHhyc/s320/panzano.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371136976353533890" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Cinquant’anni fa. Quartiere di Panzano. &lt;br /&gt;Un giorno la madre di una famiglia di cantierini stava preparando il pranzo quando alla sua porta bussò un viandante. “Signora datemi da mangiare, per favore, ho fame” le disse lui. Era quasi mezzogiorno, la minestra cuoceva sul fuoco e, tra poco, sarebbe arrivato dal Cantiere il marito assieme ai suoi quattro figli maschi, affamati come sempre. La donna non ci pensò su troppo. Lo fece accomodare e, un piatto dopo l’altro, l’uomo finì tutta la minestra. Non mangiava da giorni. La donna solo allora cominciò a pensare che tra poco sarebbe arrivato il marito ed i figli. Cosa le avrebbero detto non trovando nulla? Eppure la donna, guardando quello sconosciuto che si allontanava, pensò che Dio avrebbe provveduto in qualche modo. A un certo punto, mentre era assorta in quei pensieri, sente il rumore di una bicicletta che viene appoggiata pesantemente contro lo steccato del cortile. Era suo cugino. Veniva da Grado e non lo vedeva da mesi. “Ciao, ho pensato di venire a trovarti cugina, è una così bella giornata e ti ho portato un bel salame di casa!”. Il salame e un po’ di pane furono il pranzo di quel giorno. &lt;br /&gt;Un miracolo? Chissà! Nelle case della gente di un tempo, bisiache come questa, friulane, slovene, questo episodio che ancora ci meraviglia dopo tanti anni era la norma. Erano abituate ad aiutarsi, a venirsi incontro per ogni necessità. Penso sinceramente che se oggi i friulani invece continuano a voler dialogare solo con i friulani, i triestini con i triestini, gli sloveni con gli sloveni, i bisiachi con i bisiachi la nostra regione rischia seriamente di rimanere segregata, come in un labirinto senza uscita, all’interno di sterili dispute campanilistiche. &lt;br /&gt;Non occorre chiedere le carte d’identità, per aiutarsi. Come non la chiese allo sconosciuto quella povera donna.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-946652925944687465?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/946652925944687465/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=946652925944687465' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/946652925944687465'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/946652925944687465'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/03/generosita-di-un-tempo-in-bisiacaria.html' title='Generosità di un tempo in Bisiacaria'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soocn1uEn8I/AAAAAAAAAFM/7uGO0ziHhyc/s72-c/panzano.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5981073190639204718</id><published>2009-02-13T00:58:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T04:55:54.648+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico in un sito web canadese</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYKZFUO_I/AAAAAAAAAD8/vpSJygNYAo8/s1600-h/bandiera+mappa+canada.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 256px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYKZFUO_I/AAAAAAAAAD8/vpSJygNYAo8/s320/bandiera+mappa+canada.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371132072403680242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Da: il Piccolo — 09 febbraio 2009  &lt;br /&gt; pagina 06   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RONCHI. Ancora un riconoscimento per Ivan Crico, artista e studioso della Bisiacaria, poeta e pittore. Oggi la prosa e la poesia di Crico si trovano anche su “Bibliosofia”,un sito web creato originariamente in Italia da Fabio Brotto e che in seguito ha aperto anche una sua sezione in Canada grazie a Egidio Marchesi, laureatosi a Toronto in studi italo canadesi. Lo scopo è quello di far conoscere in Italia sia scrittori italo canadesi, sia canadesi ed in Canada gli scrittori italiani. Da due anni, in Canada, a Egidio Marchesi sono subentrate le studiose Elettra Bedon e Licia Canton che curano la sezione “Letteratura canadese e altre culture”, con il compito di cercare i testi che sono sinora, nella maggior parte dei casi, in inglese accompagnati dalla relativa traduzione in italiano. Negli ultimi due numeri della rivista online si possono trovare anche alcuni testi poetici ed un saggio di Ivan Crico. Diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ivan Crico ha esposto in Italia e all'estero. Affermato poeta in lingua, dal 1989 scrive nella lingua arcaica veneta chiamata "bisiàc". Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie italiane. Recentemente Crico, nell'ambito della “Rassegna di arte contemporanea”, ha presentato una sua nuova opera scultorea realizzata nel giardino della chiesetta di Borgo Fornasir a Cervignano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5981073190639204718?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5981073190639204718/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5981073190639204718' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5981073190639204718'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5981073190639204718'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/02/ivan-crico-in-un-sito-web-canadese.html' title='Ivan Crico in un sito web canadese'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYKZFUO_I/AAAAAAAAAD8/vpSJygNYAo8/s72-c/bandiera+mappa+canada.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-9223039968442591754</id><published>2009-01-25T19:01:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T04:57:40.607+02:00</updated><title type='text'>Bisiacaria 2009, la rivista dell'ACB</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYlG8C1sI/AAAAAAAAAEE/SWAra4aumOk/s1600-h/logo.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 168px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYlG8C1sI/AAAAAAAAAEE/SWAra4aumOk/s320/logo.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371132531389421250" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Acb, presentata la 26ª edizione di Bisiacaria&lt;br /&gt;da "Il Messaggero Veneto" del 13 gennaio 2009   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E’ arrivato alla 26ª edizione "Bisiacaria", numero unico edito dall’Associazione culturale bisiaca, presentato al caffè Inglese di Monfalcone. Presenti all’incontro, oltre a un folto e attento pubblico, la presidente dell’associazione Acb, Marina Dorsi, il direttore responsabile, Fabio Del Bello, Fabio Favretto, curatore delle manifestazioni del caffè Inglese, e il vice-sindaco del Comune di Monfalcone, Silvia Altran, che ha valutato positivamente l’attività dell’associazione bisiaca e la realizzazione di questo volume, che si inserisce nell’onda delle ricorrenze del centenario dello stabilimento navalmeccanico di Panzano. Ben 168 le pagine del volume edizione 2009, che si dividono tra saggi storici, ricerche, memorie e un bel corredo iconografico, con scritti in bisiaco in prosa e in versi. Hanno attivamente partecipato alla realizzazione del volume, pubblicato grazie ai contributi della Regione, Carlo D’Agostino, Rino Romano, Alessandro Turrini, Andrea Bruciati, Fabio Favretto, Fabio Del Bello, Massimo Palmieri, Marina Righi, Marina Dorsi, Marco Tardivo, Mario Furlan, Ivan Crico, Amerigo Visintini, Livio Glavich, Pino Scarel, Marina Zucco, Cesare Zorzin e Mauro Casasola. Gli interventi parlano di storia dell’aeronautica, della costruzione dei sommergibili, del cantiere navale ricordando con solidarietà gli operai della Grande fabbrica monfalconese nei momenti difficili della crisi negli anni ’80, delle memorie recuperate dagli studenti delle scuole superiori della città. Viene proposta anche la rilettura del romanzo “La tuta gialla”, di Nordio Zorzenon, edita nel 1971, e vari testi in bisiaco. Correda il volume l’indice analitico di “Bisiacaria” dal 1983 al 2008 che, attraverso macro-aree tematiche, permetterà di ricercare autore, titolo, pagina e annata di ogni articolo pubblicato in 25 anni; un modo per rendere anche merito a tutti i collaboratori che in questo lungo periodo hanno contribuito al miglioramento della qualità della rivista. La copertina riproduce il Cantiere navale di Monfalcone nel 1955, acquerello dell’architetto triestino Mario Zocconi, gentilmente concesso dalla famiglia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-9223039968442591754?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/9223039968442591754/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=9223039968442591754' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/9223039968442591754'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/9223039968442591754'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/bisiacaria-2009-la-rivista-dellacb.html' title='Bisiacaria 2009, la rivista dell&apos;ACB'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooYlG8C1sI/AAAAAAAAAEE/SWAra4aumOk/s72-c/logo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5737107536829396834</id><published>2009-01-19T19:01:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T04:58:53.043+02:00</updated><title type='text'>Importante riconoscimento a Gabriele Benfatto dell'Agriturismo "Ai Trosi"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooY3z6EjTI/AAAAAAAAAEM/LtDZKvQpmq0/s1600-h/trosi.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 125px; height: 94px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooY3z6EjTI/AAAAAAAAAEM/LtDZKvQpmq0/s320/trosi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371132852698385714" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;A Fogliano due bovine di una razza estinta&lt;br /&gt;LUCA PERRINO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 18 gennaio 2009   &lt;br /&gt;pagina 09   sezione: Monfalcone&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FOGLIANO - Un importante riconoscimento è andato in questi giorni a Gabriele Benfatto, titolare dell'omonima azienda agricola di Redipuglia, giunto dalla rivista «Il Diario», che lo ha inserito tra i 15 personaggi che si sono maggiormente distinti in regione nel 2008, assieme a nomi come la campionessa olimpionica Chiara Cainero, l'alpinista Nives Meroi o il presidente della giunta regionale Renzo Tondo. Gabriele Benfatto si è distinto per essere tra i pochissimi allevatori che si battono per la salvaguardia di una ormai sempre più rara razza bovina, ovvero la Pezzata rossa friulana. Nella sua azienda, continuando l'opera del padre Tullio, esistono difatti ancora due discendenti di mucche rosse friulane da cui sono nati di recente due splendidi gemelli maschi, che hanno fatto rinascere, in molti, la speranza di salvare questa specie. Al giorno d'oggi non è ovviamente possibile giungere al traguardo del 100 % della purezza, visto che la specie, di fatto, è stata dichiarata estinta nel 1986, ma quando si arriverà a raggiungere un numero sufficiente di bestiame con una buona percentuale di friulanità, una deliberazione ufficiale potrà definire puri questi capi e si potrà, così, ristabilire l'esistenza della razza. Per molti anni la famiglia Benfatto si è battuta nell'indifferenza generale per salvaguardare questa nostra razza autoctona, anche quando le si preferivano altre razze più produttive, come quelle olandesi. Oggi, per fortuna, si ricomincia a riconoscere il valore del nostro patrimonio ambientale e culturale. Dopo questo importante riconoscimento, Gabriele Benfatto ha pensato di proporre in futuro alle scuole di offrire ai bambini della regione la possibilità, davvero unica, di vedere con i loro occhi quelle stesse mucche con cui hanno lavorato un tempo i loro nonni e bisnonni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5737107536829396834?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5737107536829396834/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5737107536829396834' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5737107536829396834'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5737107536829396834'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/importante-riconoscimento-gabriele.html' title='Importante riconoscimento a Gabriele Benfatto dell&apos;Agriturismo &quot;Ai Trosi&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooY3z6EjTI/AAAAAAAAAEM/LtDZKvQpmq0/s72-c/trosi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-6975002103046133746</id><published>2009-01-17T07:14:00.004+01:00</published><updated>2009-01-25T18:35:29.064+01:00</updated><title type='text'>Associazione Culturale Bisiaca</title><content type='html'>Oggi, sabato 17 gennaio 2009, L'Associazione Culturale Bisiaca riunisce tutti i soci nell'annuale Assemblea.&lt;br /&gt;Fondata dal poeta e studioso Silvio Domini assieme a molti altri valenti studiosi e collaboratori, l'ACB è l'associazione più antica, a livello regionale, che si prefigge per statuto di salvaguardare una delle parlate di tipo veneto della regione. &lt;br /&gt;Nè a Trieste, nè a Grado, nè nel pordenonese, almeno fino a qualche anno fa, è mai esistito qualcosa di simile. &lt;br /&gt;Nello Statuto, fondamentale per comprendere gli ideali più profondi che stanno alla base di questa importante associazione, nel primo punto si afferma difatti che l'associazione come scopo primario si prefigge "la salvaguardia e l’uso del dialetto arcaico – veneto denominato “Bisiàc”. &lt;br /&gt;L'associazione attualmente è diretta dalla studiosa Marina Dorsi.&lt;br /&gt;Per ulteriori informazioni http: www.acbisiaca.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-6975002103046133746?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/6975002103046133746/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=6975002103046133746' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6975002103046133746'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6975002103046133746'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/associazione-culturale-bisiaca.html' title='Associazione Culturale Bisiaca'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-683090279408909793</id><published>2009-01-15T00:31:00.002+01:00</published><updated>2009-01-15T00:37:32.561+01:00</updated><title type='text'>Ermanno Gregorin (Armando Brighela), bisiac patoc de Pieris</title><content type='html'>Xe mort al barba de me mare, nomenà Armando s'anca se 'l sò nome ver iera Ermanno, de la veciona faméa bisiaca dei "Brighela" (Gregorin) de Pieris. &lt;br /&gt;Un omo vivaroso, mai bon de star sentà, nemorà de la natura e senpre in zerca de santonego, sparasi, zoche òro le aque verde del Lisonz. &lt;br /&gt;Viva omo! Chi che 'l t'à cugnussù al cignarà senpre, drento de sì, un bel recordo de ti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 14 gennaio 2009   &lt;br /&gt;pagina 03   sezione: MONFALCONE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stava potando un alberello nel suo giardino approfittando della mattinata tiepida, quando all’improvviso, forse a causa di un malore o perché è inciampato, è caduto dalla scala da un’altezza di poco più di un metro, battendo la testa. È morto così, sul colpo, senza la presenza di alcun testimone, Ermanno Gregorin, 93 anni, molto conosciuto a Pieris dove viveva da sempre. Nonostante l’età avanzata, era una persona vivace, sportiva. E in paese tutti gli volevano bene. Secondo una prima ricostruzione, l’incidente sarebbe avvenuto attorno alle 10.30 di ieri. Circa mezz’ora dopo, la moglie Pierina, non vedendo rientrare Ermanno dal giardino, è uscita per controllare e lo ha trovato riverso per terra. La donna ha subito chiamato il 118 ma il pur rapido intervento dei sanitari con un’automedica e un’ambulanza non è servito a nulla. Per l’anziano non c’era più nulla da fare. L’uomo era morto da almeno mezz’ora. Sul posto è arrivata anche una pattuglia dei carabinieri per effettuare una serie di rilievi. Non è stata comunque prevista l’autopsia sul corpo per accertare le cause della morte. Ermanno Gregorin aveva lavorato tutta la vita nel cantiere di Monfalcone con la qualifica di carpentiere in legno. «Era addetto al reparto del varo delle navi quando scendevano ancora dallo scalo – spiega la nipote Federica – e gli piaceva molto il suo lavoro. Ne parlava sempre a casa con la famiglia. Prima di andare in pensione ha insegnato tante cose ai giovani che si accingevano a cominciare questo lavoro». Ermanno Gregorin, era molto noto in paese soprattutto per la sua allegria e giovialità che mostrava sempre a contatto con le persone. Ma conosciuto soprattutto con il soprannome di famiglia, «Brighela». Pochi suoi concittadini, infatti, lo chiamavano con il suo vero nome. «Ha visto due guerre – dice un parente amareggiato – durante la Grande guerra era appena nato, ma la seconda l’aveva vissuta in prima persona partecipando al conflitto. Ha vissuto tutte le brutte storie vissute dalla gente lungo confine con l’ex Iugoslavia. Era un uomo che tutti ammiravano per la sua franchezza e modo di parlare e per il suo sapere». Gregorin era uno sportivo nato e aveva militato per molti anni nella Bocciofila Pieris, vincendo tornei e medaglie nella categoria di singolo e a squadre per la società sia nell’Isontino che in tutta la regione. Negli ultimi tempi, a causa dell’età avanzata, aveva diminuito i suoi impegni. I funerali si svolgeranno domani nella parrocchia di Sant’Andrea a Pieris con partenza alle 13.30 dall’obitorio di San Polo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CIRO VITIELLO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-683090279408909793?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/683090279408909793/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=683090279408909793' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/683090279408909793'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/683090279408909793'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/ermanno-gregorin-armando-brighela.html' title='Ermanno Gregorin (Armando Brighela), bisiac patoc de Pieris'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-4875388803899278341</id><published>2009-01-11T09:14:00.000+01:00</published><updated>2009-01-11T09:16:09.592+01:00</updated><title type='text'>L'artista e poeta bisiaco Ivan Crico presenta il suo libro in tergestino</title><content type='html'>Dal Messaggero Veneto — 10 gennaio 2009   pagina 11   sezione: CULTURA - SPETTACOLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Circolo Arci e l’assessorato comunale alla cultura di Cervignano propongono per oggi, alle 18, in Borgo Fornasir, la presentazione di De arzént zù , raccolta di poesie di Ivan Crico, originario di Pieris e che vive a Tapogliano. Introduce Gianfranco Scialino. De arzént zù (Di argento scomparso), edita dall'Istituto giuliano di storia e documentazione di Trieste, è una silloge di liriche scritte in tergestino, cioè l'antico friulano parlato fino agli inizi dell'Ottocento nella città di Trieste e di cui si sono perse le ultimissime tracce - secondo la testimonianza dello studioso Pavle Merkù - agli inizi della prima guerra mondiale. Info: 338-8454492, www.artecorrente.it.Udine.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-4875388803899278341?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/4875388803899278341/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=4875388803899278341' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4875388803899278341'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4875388803899278341'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/lartista-e-poeta-bisiaco-ivan-crico.html' title='L&apos;artista e poeta bisiaco Ivan Crico presenta il suo libro in tergestino'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8340640204248906666</id><published>2009-01-09T21:23:00.000+01:00</published><updated>2009-01-09T21:25:06.815+01:00</updated><title type='text'>Francesco Morena: Sono orgoglioso di essere un bisiac</title><content type='html'>CALANDARIO DEDICATO AI BIG: QUEST’ANNO IL CALANDARIO VA A UN MONFALCONESE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Circolo Brandl ogni anno lo dona ad artisti, musicisti, sportivi …. bisiachi divenuti famosi nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TESTIMONIAL PER L’EDIZIONE DELLA TREDICESIMA EDIZIONE L'ARCHITETTO FRANCESCO MORENA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'architettura quest'anno ha fatto da sfondo alla consegna del Calandario dei paesi bisiachi al testimonial prescelto. Francesco Morena, monfalconese, architetto di professione e bisiaco nell'anima. "Sono orgoglioso di essere un bisiac - ha affermato Morena - e sono convinto che le tradizioni delle nostre terre siano da portare avanti."&lt;br /&gt;Dopo Fabio Capello, Gino Paoli, Polo Rossi, Elisa, Stefano Zoff, Mauro Pelaschier, Luigi Delneri, Massimo e Adriano Gon, Luca Dordolo, Claudio Tuniz, Giovanni Maier e Claudio Pascoli è stato dunque l'architetto Morena il testimonial individuato dal circolo Brandl, per la consegna del Calandario dei paesi bisiachi 2009, donatogli da una delegazione del circolo stesso, dai due autori, Dorino Fabris e Sergio Gregorin in compagnia di una rappresentante del Gruppo costumi tradizionali bisiachi.&lt;br /&gt;A vedere un bisiaco divenuto famoso nel mondo è stata dunque la sfera dell'architettura, un ambito ancora non toccato dalle consegne del calandario. Morena, nato a Monfalcone e residente a Duino, si è laureato in architettura a Venezia negli anni Ottanta con Aldo Rossi: ha conquistato i Cinesi con il progetto di una nuova città da 100 mila abitanti e non solo. Sta lavorando al restyling di Tong Li, una delle città più antiche e tutelate, patrimonio dell'Unesco dal 2000, situata a mezz'ora da Shangay dove ha uno studio; un altro studio lo ha a Bruxelles senza dimenticare quello di Monfalcone. Si definisce un "architetto di provincia" che ha però vinto concorsi internazionali, ha partecipato alla Biennale dell'Architettura e sta appunto lavorando al piano completo di restauro per una delle più pregiate città storiche cinesi, una sorta di piccola Venezia lacustre: master plan e progettazione della città nuova; elaborazione di una cintura ecologica, basata su un modello di sostenibilità ambientale che qui è novità recente. "Lavoro con un collega cinese, e lavorare in quei luoghi significa entrare in una mentalità diversa, in un modo di interagire lontano dal nostro, ma pur sempre affascinante." Morena ha spiegato come sia diverso lavorare in un ambiente come quello orientale e come, pur trovandosi bene, non dimentichi le sue origini di cui è orgoglioso. Onorato dell'omaggio fattogli ha salutato il gruppo augurando buon lavoro per il futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa Baldo&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8340640204248906666?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8340640204248906666/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8340640204248906666' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8340640204248906666'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8340640204248906666'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/francesco-morena-sono-orgoglioso-di.html' title='Francesco Morena: Sono orgoglioso di essere un bisiac'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-2348421463830713678</id><published>2009-01-06T15:45:00.004+01:00</published><updated>2009-08-18T05:10:27.026+02:00</updated><title type='text'>I Camuffo, il più antico cantiere navale del mondo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoobmCh54ZI/AAAAAAAAAE8/XtVMZ6O3Q2E/s1600-h/camuffo.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 299px; height: 200px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoobmCh54ZI/AAAAAAAAAE8/XtVMZ6O3Q2E/s320/camuffo.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371135845920792978" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;A Monfalcone, dal 1908, esiste uno dei più importanti stabilmenti internazionali per la produzione di navi industriali e da crociera ma forse pochi sanno che, a pochi chilometri dalla Bisiacaria, a Portogruaro, esiste il più antico cantiere navale del mondo.&lt;br /&gt;  Più di cinque secoli di attività cantieristica, tramandata di padre in figlio per diciotto generazioni: questi sono i maestri calafati Camuffo, che vantano di condurre il più antico cantiere navale del mondo. La loro storia ci riporta nel 1438 a Candia, fondamentale porto veneziano nell’isola che da essa prendeva il nome, e ora nota come Creta, che rappresentava la base di tutti i traffici della Serenissima nel Mediterraneo verso l'Oriente e il Mar Nero.  In quell’anno a Candia operava come perito stazzatore della Repubblica, un noto proto del luogo conosciuto come Camuffi, in realtà El Ham-Muftì (El-Ca-Muftì), di chiare origini islamiche.&lt;br /&gt;Egli, veniva incaricato di stabilire la capacità di carico (stima) delle diverse navi, da cui poi derivavano le applicazioni della tassa da pagare allo Stato. I Camuffo continuarono attivamente quali squerarioli o calafati; già dal 1530 troviamo documenti che comprovano l'attività di Antonio Camuffo quale armatore e costruttore navale e così anche più tardi per il cugino Francesco Camuffo, spostatosi ad operare a Pesaro. Nel 1840 Francesco Luigi Camuffo, scelse come base per operare Portogruaro, ex dogana della Serenissima, punto di partenza per le attività commerciali del retroterra, che si congiungeva al mare tramite il fiume Lemene. Impiantò una solida attività cantieristica producendo le classiche imbarcazioni tradizionali chioggiotte, adattate alle esigenze del luogo, caratterizzato da canali e lagune, e creò anche una flottiglia di imbarcazioni da lavoro da mettere a noleggio, soprattutto per la raccolta ed il trasporto dello strame; fu anche l’inventore del locale diporto nautico, realizzando e noleggiando gondolini, sandoli, pupparini per il passeggio domenicale. Mentre proseguiva la tradizionale attività cantieristica, nel 1927 si giunse alla prima realizzazione di un motoscafo Camugo. Dopo la seconda guerra mondiale, i Camuffo abbandonarono la costruzione delle barche da lavoro per dedicarsi esclusivamente alla realizzazione di imbarcazioni da diporto. La produzione del cantiere non è mai stata di serie, bensì il frutto di una continua evoluzione di prototipi sempre differenti l’uno dall’altro in funzione della lunghezza e della motorizzazione richiesta, per una perfetta ottimizzazione dei risultati, con il massimo comfort di bordo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(estratto dal sito www.nautilus.it)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-2348421463830713678?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/2348421463830713678/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=2348421463830713678' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2348421463830713678'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2348421463830713678'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/i-camuffo-il-pi-antico-cantiere-navale.html' title='I Camuffo, il più antico cantiere navale del mondo'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoobmCh54ZI/AAAAAAAAAE8/XtVMZ6O3Q2E/s72-c/camuffo.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3503963212822455900</id><published>2009-01-04T10:27:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:00:52.246+02:00</updated><title type='text'>La sèima all'Agriturismo ai Trosi" di Redipuglia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZW9fly-I/AAAAAAAAAEU/tJn4Xm92skM/s1600-h/seima.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 216px; height: 288px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZW9fly-I/AAAAAAAAAEU/tJn4Xm92skM/s320/seima.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371133387847617506" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Vignì a catarne marti sìe de zenar a le sìe sotosera ta'l Agriturismo ai Trosi par inpiar insema la Sèima e bèvar calche got in ligrìa e magnar le robe bone de la tera bisiaca! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; “Vers al levante / recolta bondante; se sufia burin / poc pan e poc vin”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par informaziòn: www.aitrosi.it &lt;br /&gt;Via S. Elia 90, Redipuglia (GO) tel. 347.3478918&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(sto spazio al xe lìbaro e agratis par duti quei che i organiza anca altre sèime in Bisiacarìa: mandar le nutizie a ivanbisiac@gmail.com)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3503963212822455900?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3503963212822455900/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3503963212822455900' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3503963212822455900'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3503963212822455900'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/la-sima-allagriturismo-ai-trozi-di.html' title='La sèima all&apos;Agriturismo ai Trosi&quot; di Redipuglia'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZW9fly-I/AAAAAAAAAEU/tJn4Xm92skM/s72-c/seima.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-4576410251503505366</id><published>2009-01-04T10:17:00.000+01:00</published><updated>2009-01-04T10:20:07.117+01:00</updated><title type='text'>Seime, i fuochi dell'Epifania in Bisiacaria</title><content type='html'>Le Sèime, antica tradizione Bisiaca &lt;br /&gt;a cura di Sergio Vittori&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando le giornate sono corte e fredde, e la natura sembra oramai morta, nella serata del 5 gennaio si festeggia il solstizio d’inverno con l’accensione di grandi fuochi. Ma vediamo brevemente l’origine di questa antichissima consuetudine nei paesi bisiachi. Nel corso degli scavi eseguiti nel castelliere di Redipuglia intorno agli anni Trenta, furono rinvenuti sei bronzetti di figura umana stilizzata rappresentanti uomini e donne in atteggiamento di offerenti, databili tra il V e il IV secolo a.C.. Non si sa a quali divinità fossero dedicati, in quanto in questo periodo il castelliere di Redipuglia era abitato da una tribù di Eneti. Successivamente, con le invasioni celtiche, si ebbero i primi dèi pagani di cui ci è noto il nome. Giulio Cesare afferma chiaramente che i Celti erano molto religiosi: “Natio est omnis Gailorum admodum dedita religionibus” (trad.: ‘Tutta la popolazione gallica è molto dedita alle religioni”).&lt;br /&gt;Il dio più ricorrente è Lug, con funzioni sacerdotali e militari, che i Romani equipararono a Mercurio; associati a questo dio c’erano gli dèi Dagda e Ogmios: Dagda rappresentava l’aspetto luminoso, mentre Ogmios era il dio che guidava le anime nell’Aldilà. Questa triade di dèi però trovò poco seguito nelle nostre popolazioni a differenza di un altro dio, chiamato Beleno, venerato soprattutto dai Norici (oggi Austria) e dagli Aquileiesi. Il dio Beleno è un dio solare, paragonabile ad Apollo; abbiamo traccia di questo dio già nel Il e I secolo a.C. sia a Zuglio, in Carnia, sia ad Aquiieia. A Fogliano, nei pressi del Borgo Cornat, e precisamente alla fine della vecchia strada che un tempo conduceva a Polazzo, proprio sotto l’antico castelliere cui il Marchesetti aveva dato il nome di “Castelliere di Polazzo”, esiste il “Sàs de San Bilin”. Questo è un grande masso a forma di testa umana, oggi purtroppo rovinato a seguito dei bombardamenti subiti nel primo conflitto mondiale.&lt;br /&gt;Si tramanda a proposito una leggenda secondo la quale nei pressi dell’area del San Bilin, dalla notte dei tempi fino agli inizi di questo secolo, si davano convegno le streghe e i demoni per il sabba, riunione orgiastica presieduta da Satana, presente anche nelle saghe germaniche. Ma è più probabile che qui era situata un’antica ara dedicata al dio Beleno e ancora oggi il luogo viene ricordato con il nome di San Bilin. Dopo l’avvento del Cristianesimo, con il passare del tempo, il culto del dio Beleno fu assorbito da quello cristiano. Sappiamo infatti che due festività erano dedicate a questo dio: nella prima, quella cioè del solstizio estivo, venivano accesi dei falò propiziatori e, con l’avvento del Cristianesimo, tale festività venne dedicata a San Giovanni Battista, in quanto il battesimo era portatore di luce per la cristianità.&lt;br /&gt;Nel territorio bisiaco abbiamo traccia di questa festività a Redipuglia dove, fino ai 1914, alla sera della vigilia del 24 giugno venivano accesi i “Fuochi di San Giovanni”. La seconda festività cadeva il sei gennaio, e anche nella vigilia di questa giornata si accendevano dei falò propiziatori dedicati al dio Beleno. Successivamente, con l’avvento del Cristianesimo, tale festività si trasformò in “Natale di Cristo” e più tardi, nel IV secolo d.C., papa San Giulio (anche se secondo alcuni studiosi fu il suo successore Liberio) fissò il Natale di Cristo al giorno 25 dicembre, data che era dedicata dai romani al “Natale del sole invitto”, quando si festeggiava il sole rinascente, vincitore delle tenebre. Il 6 gennaio venne istituita pertanto l’Epifania e i fuochi propiziatori, chiamati Seime, servivano dapprima a trarre gli auspici sull’annata agricola, come recita l’antica strofetta: “Vers al levante I recolta bondante; se sufia burin / poc pan e poc vin”; e poi, ad illuminare idealmente il cammino dei Re Magi.&lt;br /&gt;Per rievocare questa antichissima usanza delle seime, gli abitanti di Sagrado, Redipuglia, Turriaco, Vermegliano, solo per citare alcuni paesi della Bisiacaria, nei giorni che precedono la serata del 5 gennaio si danno un gran daffare per procurare la legna e per costruire i falò epifanici e, come vuole la tradizione, sperando di intravedere poi tra il bagliore delle fiamme il volto del compagno e della compagna del cuore: il fuoco è infatti da sempre simbolo di vita. Vedere crescere pian piano la fiamma, osservare le lingue di fuoco mentre divorano le sterpaglie e le tamosse in un’atmosfera di gioia e di festa, invita ad essere spensierati e dimenticare le proprie preoccupazioni; tutto questo produce una sensazione bellissima di partecipazione, complicità e unione che, una volta provata, non si dimentica più e che dà la percezione di non essere più soli in questa nostra epoca, insidiata dal consumismo.&lt;br /&gt;Da una cronaca scritta da un autore ignoto, siracconta come veniva accesa la seima a Fogliano, verso la seconda metà dell’Ottocento: “La vizilia dei Santi Tre Re, a la sera i contadini preparava al casel. I piantava in tera quatro o zinque pai e sora i meteva legni, paia e spini, par far una bela fiamada. Terminada de sonar l’Ave Maria, al paron e la parona de casa i inpizàva al casèl, e stava oservar se la fiama andava a levante o a ponente; se andava verso tramontana, iera malaugurio, se invesse andava verso siroco, iera bonaugurio. Terminada la fiamada, de una data distanza de le bronze i se inzenociava e i recitava al Rosario. Terminà de pregar, la parona, cun l’aqua santa tal’ aquasantin de teracota, andava pal toc de camp, dove iera stada la seima, a benidir e in sto tempo la recitava qualche preghiera e qualche invocazion, como par esempio: “Dio mande puteleti, Dio mande porzeleti, Dio mande un poc de tut”. Dopo tuti se ritirava a magnar la polenta.&lt;br /&gt;Ancora oggi, a ricordo di questa bella edantichissima tradizione, nella serata del 5 gennaio, negli orti e in mezzo ai campi della Bisiacaria si accendono le seime: esse fanno a gara con la luna perdiradare le tenebre della natura, grandi e piccoli si incontrano e, tutti insieme, si stringono cantando in coro attorno ai falò; come tanti bambini chesi scaldano al tepore di una nuova vita nell’anno appena iniziato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Da "Lisonz" del Gen-2003, periodiico dell'Associazione Culturale Bisiaca)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-4576410251503505366?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/4576410251503505366/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=4576410251503505366' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4576410251503505366'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4576410251503505366'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/seime-i-fuochi-dellepifania-in.html' title='Seime, i fuochi dell&apos;Epifania in Bisiacaria'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8787633070461203390</id><published>2009-01-03T15:55:00.002+01:00</published><updated>2009-08-18T05:11:24.107+02:00</updated><title type='text'>Francesco Morena: un bisiaco star internazionale dell'architettura</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soobzjah42I/AAAAAAAAAFE/JRt225moqms/s1600-h/morena.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 266px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soobzjah42I/AAAAAAAAAFE/JRt225moqms/s320/morena.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371136078086529890" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;FRANCESCO MORENA&lt;br /&gt;"Monfalcone è in provincia di Shanghai"&lt;br /&gt;di Enrico Arosio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è una star dell'architettura. Ma ha conquistato i cinesi. Per realizzare una new town da 100&lt;br /&gt;mila abitanti&lt;br /&gt;No, lui alla carica dei 500, i 500 imprenditori e operatori del made in Italy portati in Cina da Romano Prodi,&lt;br /&gt;non ha partecipato. In quei giorni di settembre, mentre il presidente del Consiglio, quattro ministri e 12&lt;br /&gt;delegazioni delle Regioni vorticavano tra Pechino e Shanghai tra centinaia di incontri bilaterali, lui,&lt;br /&gt;l'architetto Francesco Morena se ne stava a Monfalcone provincia di Gorizia. A pensare a cosa? A Tong Li.&lt;br /&gt;Alla città di Tong Li, una delle più antiche (tracce archeologiche di 5 mila anni fa) e più tutelate, patrimonio&lt;br /&gt;Unesco dal 2000, a mezz'ora di strada da Shanghai; e anche alla Tong Li del futuro, alla new town da 100&lt;br /&gt;mila abitanti da progettare e realizzare nei prossimi anni, chissà quanti.&lt;br /&gt;È una nuova storia che arriva dal Nord-Est. L'avventura di un "architetto di provincia" (parole sue) che,&lt;br /&gt;senza l'aiuto di Prodi, di Berlusconi, di un ministro, della Confindustria, dell'Ice, della Regione, di un&lt;br /&gt;partito, di una lobby, ma solo grazie al suo lavoro e alle sue idee, ha trovato un Eldorado in Asia. Il salto di&lt;br /&gt;qualità. L'occasione della vita.Chi è Francesco Morena architetto di provincia? È un professionista estraneo&lt;br /&gt;allo star system italiano; fino a oggi: la sua presenza alla Biennale Architettura (con visita ed elogi del&lt;br /&gt;presidente Davide Croff ) è anche la fine del suo anonimato. Il progetto Tong Li è una missione da far&lt;br /&gt;tremare i polsi: piano completo di restauro per una delle più pregiate città storiche cinesi, una sorta di&lt;br /&gt;piccola Venezia lacustre; master plan e progettazione della città nuova; elaborazione di una cintura&lt;br /&gt;ecologica, basata su un modello di sostenibilità ambientale che qui è novità recente. Il tutto in società con&lt;br /&gt;un collega cinese, anzi "un grande, vero amico", dice Morena mostrando una foto di loro due che discutono&lt;br /&gt;con ampi gesti davanti a un porta di pietra di chissà quale dinastia. L'amico è Mi Qiu (leggi: Mi Ciu), artista&lt;br /&gt;e architetto della generazione Tienanmen, una testa fine, un protagonista della intellighenzia under 50 di&lt;br /&gt;Shanghai. Com'è successo tutto quanto?&lt;br /&gt;Morena è di Monfalcone, città di cantieri, alle spalle il Carso, davanti il mare. Abita a Duino, sull'acqua, non&lt;br /&gt;lontano dal castello dove soggiornò Rilke e che incantò i viaggiatori inglesi e danubiani. Ha cinquant'anni,&lt;br /&gt;capelli corti, occhi chiari con un bagliore metallico. Indossa giacca nera gessata e T-shirt di Versace,&lt;br /&gt;un'aria come da tedesco, cui si aggiunge una Porsche Carrera nera con interni in pelle color senape. A&lt;br /&gt;Francoforte, guarda un po', ha lasciato una ex moglie tedesca, con figlio. La Porsche segnala i primi soldi&lt;br /&gt;cinesi? Lui ridacchia, il suo nuovo studio a Monfalcone, 1.200 metri quadri in un edificio da lui progettato&lt;br /&gt;con grandi vetrate accanto alla chiesa di Sant'Ambrogio, gli costerà oltre un milione 200 mila euro. Morena&lt;br /&gt;ha una prima vita curiosa. Laureato a Venezia con Aldo Rossi, nei primi anni Ottanta era incerto se fare&lt;br /&gt;l'architetto o mantenersi come pianista e cantante di blues con il suo gruppo Venice. "In Germania ho&lt;br /&gt;suonato moltissimo, ma anche a Los Angeles, e funzionava, incidemmo anche qualcosa", racconta: "A&lt;br /&gt;Francoforte era l'epoca del progetto 'Das neue neue Frankfurt', mi studiai bene, perché li vidi nascere, i&lt;br /&gt;cantieri dei nuovi musei di Richard Meier e Hans Hollein. Aprii uno studio, lavorai due anni, poi rientrai in&lt;br /&gt;Italia. Pensavo che sarei rimasto quel che mi sentivo: un architetto territoriale, che lavora a casa sua".&lt;br /&gt;Si sbagliava. Cominciò con case, casette, negozi, villette. Poi condomini, alberghi, centri commerciali,&lt;br /&gt;interni delle navi Fincantieri, poi gli shopping center di nuova generazione, quelli che hanno ricoperto di&lt;br /&gt;'schei' tanti imprenditori nordestini. Infine il recupero di una grande area mineraria dismessa a&lt;br /&gt;Bruxelles-sud, da trasformare in La Citadelle, quartiere multifunzionale con residenze, shopping, campi&lt;br /&gt;sportivi e un po' di buchi dei mineurs come memoria e come attrazione.&lt;br /&gt;"Ma qualcosa mi mancava. Sentivo che stavo cambiando: cercavo più qualità, più profondità, più senso",&lt;br /&gt;racconta Morena mentre attacca uno scorfano al forno davanti al mare calmo di Duino: "Più che un&lt;br /&gt;architetto mi pareva di essere un cameriere in un ristorante di lusso. Gli impresari pensavano al soldo. E&lt;br /&gt;l'architettura era entrata in quest'era neobarocca, da fiera delle vanità, tecnologia esibita e&lt;br /&gt;autocelebrazione. E io iniziavo a chiedermi: facciamo nuovi shopping center, ma noi cittadini viviamo&lt;br /&gt;meglio? O siamo tutti omologati, un po' come l'effetto turbodiesel? Con le station-wagon che sgommano&lt;br /&gt;ai semafori più di me in Porsche?".&lt;br /&gt;ATTUALITÀ&lt;br /&gt;Pagina 1 di 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Page 2&lt;br /&gt;Nel 2004 arriva il fulmine. Parte dalla Svizzera, si scarica in Cina e illumina il suo vecchio studio a&lt;br /&gt;Monfalcone. Una società di Lugano attiva con i developer cinesi, la Eurofinanziaria, invita Morena a tenere&lt;br /&gt;una conferenza in un albergone di Shanghai sui rapporti tra la Cina e l'architettura europea. Morena non è&lt;br /&gt;allenato: studia e si butta. L'intervento piace. Gli arriva un messaggio da un costruttore, Ma Xiao Ping:&lt;br /&gt;vuole conoscerlo. Ne nasce l'incarico per un albergo di 500 camere, a forma di pesce, inclinato sul mare, e&lt;br /&gt;altri edifici su un'isola di fronte a Shanghai collegata alla terraferma da un ponte di 32 chilometri.&lt;br /&gt;"I rapporti di lavoro in Cina si consolidano in tempi lunghi", spiega Morena: "Se vuoi vendere il progettino e&lt;br /&gt;far soldi al volo, è il posto sbagliato. Devi costruire l'amicizia, la fiducia. E direi anche lo scambio&lt;br /&gt;spirituale. Con Ma si è parlato del rapporto fra terra e cielo, di orientamento Feng-Shui. Mai successo nulla&lt;br /&gt;di simile con i miei clienti italiani". I cinesi lo stupiscono: "Per il loro narcisismo", dice. Ma è chiara la loro&lt;br /&gt;ammirazione per la civiltà italiana, costruita sulle individualità, le soggettività, gli autori di grandi gesti.&lt;br /&gt;Imprenditori cinesi gli presentano Mi Qiu, artista e architetto che dopo piazza Tienanmen era emigrato in&lt;br /&gt;Svezia, Germania e Francia. Magro, simpatico, molto colto, capelli lunghi da rockstar. Diventano amici&lt;br /&gt;parlando di tutto, di archeologia, filosofia, musica. "Notti intere a parlare, con una spontaneità come non&lt;br /&gt;mi capitava da quando ero ragazzo". Mi Qiu lo introduce all'amministrazione di Tong Li, al governatore&lt;br /&gt;della provincia. Tong Li, vecchia e nuova, è cosa loro. Il progetto riguarda 4 milioni di metri quadrati: sei&lt;br /&gt;volte l'area di Milano-Bicocca. Da tre persone il suo studio è cresciuto a venti, dalla sera alla mattina.&lt;br /&gt;I developer cinesi che avranno i terreni in concessione per 50 anni hanno partner finanziari svizzeri. Si&lt;br /&gt;dovrà restituire, dopo i restauri, la città antica agli abitanti. Qui il turismo interno è cresciuto del 200 per&lt;br /&gt;cento in pochi anni. Per ideare la città nuova, in una topografia complessa di laghi e di canali, tra boschi&lt;br /&gt;intatti, luci azzurrine ma anche foschie e grigiori, bisogna creare team di specialisti: pianificatori,&lt;br /&gt;paesaggisti, esperti di mobilità. "Faremo una squadra italiana", già Morena ha contattato il collega veneto&lt;br /&gt;Aldo Cibic. Bisognerà valorizzare gli edifici rappresentativi sull'acqua, il municipio, il teatro, il centro&lt;br /&gt;congressi, pensare ad alberghi, area business, zone residenziali: un'enormità. Il suo primo riferimento&lt;br /&gt;europeo è lo sviluppo a mare di Barcellona. Funzionerà? Sul computer c'è una foto di lui con Mi Qiu in un&lt;br /&gt;bosco insieme al governatore: "Romolo e Remo", sorride. Appare incredulo, e insieme adrenalinico. "In Cina&lt;br /&gt;l'inizio è molto, molto lento. Ci vuole pazienza e anche modestia. Ma una volta partiti non ci si ferma più".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8787633070461203390?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8787633070461203390/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8787633070461203390' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8787633070461203390'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8787633070461203390'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2009/01/francesco-morena-un-bisiaco-star.html' title='Francesco Morena: un bisiaco star internazionale dell&apos;architettura'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soobzjah42I/AAAAAAAAAFE/JRt225moqms/s72-c/morena.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3102740224627561329</id><published>2008-12-20T11:25:00.000+01:00</published><updated>2008-12-20T11:26:46.034+01:00</updated><title type='text'>Agriturismo "Ai trozi": "La fraia de le vache"</title><content type='html'>"La fràia de le vache"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vinti de dezenbre domilaeoto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Azienda agricula Benfato&lt;br /&gt;Pro loco de Foian-Ridipuia&lt;br /&gt;Pro loco de San Piero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ristoro Agrituristico&lt;br /&gt;“AI TROSI”&lt;br /&gt;FRAIA DE LE ARMÉNTE&lt;br /&gt;FESTA DELLE VACCHE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zerca de magnari bisiachi: &lt;br /&gt;Late de casa de l'az. ag. Gandin de San Zanut&lt;br /&gt;Menestron, crudighini, sbrovada, vin brulè&lt;br /&gt;de l'az. ag. Benfatto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cos che vemo inbastì vìa pa'l zorno:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- A le undese se scuminzia cu'i goti alzadi &lt;br /&gt;e canzon fora ta'l curtìu&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- A la meza al "Disnar del boaro"&lt;br /&gt;- A le oto e meza de sera Gabriele e Erica  Benfatto: “Sgorli de  levada”&lt;br /&gt;                                      (canzon bisiache e 'nprovisazion)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- A le nove zena cun puisie cuntadine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- A le diese grupo vocal Vocinconsuete quartet&lt;br /&gt;                                                (jaz / 'nprovisazion)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par prenotar: 347.3478918&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;www.aitrosi.it&lt;br /&gt;Via S.Elia n° 90  Fogliano-Redipuglia (GO)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciao papà&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;20 dicembre 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Azienda agricola Benfatto&lt;br /&gt;Pro loco Fogliano-Redipuglia&lt;br /&gt;Pro loco San Pier d'Isonzo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ristoro Agrituristico&lt;br /&gt;“AI TROSI”&lt;br /&gt;FRAIA DE LE VACHE&lt;br /&gt;FESTA DELLE VACCHE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Degustazione prodotti agricoli tipici della Bisiacaria:&lt;br /&gt;Latte crudo dell’az. ag. Gandin di San Zanut&lt;br /&gt;Minestrone, cotechini, sbrovada, vin brulè dell'az. ag. Benfatto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Programma:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 11.00  inizio  brindisi e canti all’aperto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 12.30 pranzo del bovaro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 20.30 Gabriele e Erica  Benfatto: “Sgorli de  levada”&lt;br /&gt;                                      (canzoni bisiache / improvvisazioni)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 21.00 cena con poesie contadine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 22.00 gruppo vocale Vocinconsuete quartet&lt;br /&gt;                                                (jazz / improvvisazioni)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prenotazioni: 347.3478918&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;www.aitrosi.it&lt;br /&gt;Via S.Elia n° 90  Fogliano-Redipuglia (GO)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciao papà&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3102740224627561329?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3102740224627561329/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3102740224627561329' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3102740224627561329'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3102740224627561329'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/12/agriturismo-ai-trozi-la-fraia-de-le.html' title='Agriturismo &quot;Ai trozi&quot;: &quot;La fraia de le vache&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8134387065934462878</id><published>2008-11-18T12:12:00.001+01:00</published><updated>2009-08-17T22:30:01.062+02:00</updated><title type='text'>Il blog "Bisiacaria e bisiac" segnalato da "Il Piccolo"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som9uBvcPNI/AAAAAAAAAC8/WEf04d9wmPI/s1600-h/sommacco.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som9uBvcPNI/AAAAAAAAAC8/WEf04d9wmPI/s400/sommacco.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371032629055077586" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La Bisiacaria ancora in rete con un blog storico-culturale&lt;br /&gt;il Piccolo — 16 novembre 2008   pagina 06   sezione: MONFALCONE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RONCHI La Bisiacaria ancora in rete. Nasce un nuovo blog Bisiacarìa e bisiàc e si può trovare all'indirizzo bisiacivan.blogspot.com. La particolarità del blog, rispetto ad altre realtà similari, è di occuparsi in modo esclusivo della parlata veneta bisiaca e della cultura ad essa correlata. L’idea dei suoi promotori, tra i quali il poeta e pittore Ivan Crico è di mettere a disposizione di tutti gli appassionati del linguaggio e della cultura della Bisiacaria, dagli insegnanti alle associazioni, uno spazio dove potersi confrontare, offrendo al tempo stesso spunti e riflessioni su come si può cercare di salvaguardare e, soprattutto, valorizzare questo prezioso patrimonio lasciatoci in eredità dai nostri avi. Inoltre, nel blog troveranno spazio molte rubriche contenenti, ad esempio, la storia della Bisiacaria dal tempo dei Castellieri fino alla sua attuale fisionomia, uno studio sulle origini e gli sviluppi nel corso dei secoli di questa parlata, dati sulle ultime ricerche intorno al misterioso termine “bisiac”. Non mancano, ovviamente, i testi di tutti i primi scritti in dialetto, tra Ottocento e Novecento, fiabe ed antiche leggende, filastrocche e proverbi, la spiegazione di tante parole ancor oggi impiegate come “naranza”, ovvero l’arancia o “armelin”, vale a dire l’albicocca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Luca Perrino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8134387065934462878?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8134387065934462878/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8134387065934462878' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8134387065934462878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8134387065934462878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/il-blog-bisiacaria-e-bisiac-segnalato.html' title='Il blog &quot;Bisiacaria e bisiac&quot; segnalato da &quot;Il Piccolo&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som9uBvcPNI/AAAAAAAAAC8/WEf04d9wmPI/s72-c/sommacco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5540043076275956271</id><published>2008-11-09T13:59:00.000+01:00</published><updated>2008-11-09T14:00:01.882+01:00</updated><title type='text'>Espressioni tipiche bisiache</title><content type='html'>No éssar farina par far ostie&lt;br /&gt;(Non essere uno stinco di santo)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fila caligo!&lt;br /&gt;( Levati dai piedi!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pian pa'i volti!&lt;br /&gt;(Attento alle curve, anche in senso fig.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A mi del ti?&lt;br /&gt;(A me vuoi insegnare queste cose?) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;O bezi o vita! &lt;br /&gt;(O la borsa o la vita!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No vér nanca un becanot / No go un bagatin par far cantar un orbo&lt;br /&gt;No ver un che 'l ciame dò / éssar cist&lt;br /&gt;(Non avere il becco di un quattrino) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Magnar anca le aste de Pilato.&lt;br /&gt;(Andare in rovina) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tira al slàif!&lt;br /&gt;(Piantala! finiscila! chiudi il becco!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che te vignisse la sono! &lt;br /&gt;(Che ti venga un accidente!) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi te domanda quanti ani che te ga? &lt;br /&gt;(a chi si intromette in un discorso)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Essar furtunà como 'l can in césa&lt;br /&gt;(essere sfortunato)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rònpar la caveza&lt;br /&gt;Riacquistare la libertà&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mandar de baril a botaz &lt;br /&gt;(andare da Erode a Pilato)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Darghe un cicolatin al mus &lt;br /&gt;(Fare per qualcuno una cosa che non serve a nulla)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A la rufa! &lt;br /&gt;(a chi piglia piglia!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Banpa te bruse! &lt;br /&gt;(che il fuoco ti bruci!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bel! &lt;br /&gt;(mi compiaccio!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che te vignisse la sono!&lt;br /&gt;Che ti venga un accidente!&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Coro!matto &lt;br /&gt;(fossi matto!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ferma al bo! &lt;br /&gt;(Alt!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Go caro! &lt;br /&gt;(Ci ho gusto!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;pàfete pùnfete!&lt;br /&gt;(detto fatto!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;orpo! orpo de bio! &lt;br /&gt;(perbacco!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quela maladeta barca! &lt;br /&gt;(escl. intercalare, anche con riferimento all'andazzo politico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va a ghele! &lt;br /&gt;(vai a raccogliere escrementi!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va' sul pùlfar! &lt;br /&gt;(Va a quel paese, vai  a farti benedire!)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fila calìgo! &lt;br /&gt;(vattene!)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5540043076275956271?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5540043076275956271/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5540043076275956271' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5540043076275956271'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5540043076275956271'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/espressioni-tipiche-bisiache.html' title='Espressioni tipiche bisiache'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-277778348650621999</id><published>2008-11-05T22:47:00.002+01:00</published><updated>2009-08-17T23:02:38.089+02:00</updated><title type='text'>Barzellette bisiache / Le véce buzàre bisiache</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SonFTr_tndI/AAAAAAAAADU/lmCFwgkP3HQ/s1600-h/bianco04.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 297px; height: 350px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SonFTr_tndI/AAAAAAAAADU/lmCFwgkP3HQ/s400/bianco04.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371040972634168786" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;IN MANICOMIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un mat al camina ta 'l zardìn tirando un scartazìn de denti ligà cu'l spago. Un dotor ghe se vizìna e 'l ghe fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   - De che raza xe quel cagnulìn?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   - Ma dotor - ghe responde 'l mat - no 'l vede che xe un scartazìn de denti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Al dotor se dà de maravéa de como che resona 'l mat e lo lassa 'ndar vanti;  po quest al se zira vers al scartazin e 'l ghe fa: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   - Ato vist, Fido, ghe la vemo fata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   ( da "La britula", agost 1972)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;UN BISIAC TA LA CAPITAL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un bisiàc - i conta - al era 'ndà Viena cun quela che 'l voléa cognossar de parsona l'Inperador de Austria. Cussì, co 'l xe partì, al ghe à promitù a duti che 'l ghe varìe contà como che la era 'ndada la sò visita. Lora duti spetar. Co 'l riva ta la Capital del Regno al vede passar Franz Josef t’un defilirùn e corando 'l ghe va incòntraghe dut inborezà par parlarghe. Te pol crédar i giandarmi! I lo guanta t'un védar e no védar e i ghe dà 'na onzuda che i se la recorda fina co ’l vive. Co 'l torna casa, figurarse!, duti dimandarghe como che era 'ndà cu'l Inperador. &lt;br /&gt;  Al à respundù: "No ò bù udienza!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL BO E 'L MOSCON&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Xe un bocon de bo che 'l zuca un varsor e, pozà parsora de la schena, un moscon. &lt;br /&gt;  Riva 'n'antro moscon e l ghe va dogna. &lt;br /&gt;  "Zarman, cossa fato ?" - al ghe dise -.&lt;br /&gt;  "Aremo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un enorme bue che tira l’aratro e, appoggiato sulla sua schiena, un moscone.&lt;br /&gt;Arriva un altro moscone e gli va accanto.&lt;br /&gt;“Cugino, cosa stai facendo” - gli dice-.&lt;br /&gt;“Ariamo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BEPI E L'ANZUL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Bepi, dopo verse slucà più de un quartìn in privata a Beàn, pena passà le stanghe, vignindo vers Pieris, al se tonbòla e 'l finisse cu'la bicicheta dret in t'un macion de russe. Co'l se leva, de bot no l'à 'l corazo gnanca de vérzar i oci par védar como che 'l s'à conzà! Po'l se varda le man, i vistiti: gnente de gnente! Gnanca un sgrafet, un sbrego! Roba de no crédar! E, intant che dut sturnì al varda sto miràcul, al se inacorze che drìo de lu xe un omo bel, dut vistù de bianc, che i lo sta vardar zidìn. "Po cossa véu tant de vardar?" - al ghe dimanda 'nbilà Bepi - "No vé mai vidù calchidun far 'na patafada?". Lora staltro al ghe dise: "Bela magnera de rengraziar chi che v'à salvà!". -"Salvà?" - al ghe fa Bepi. "Sì, propio salvà;" - ghe fa quel antro - mi, Bepi, son al to ànzul custode".&lt;br /&gt;  Sintuda ’na tala, Bepi lora al ghe va 'ncòntraghe, al ghe se ferma dinanzi e, t'un védar e no védar, 'l ghe mola un par de sberloni che 'l ghe fa vignìr le ganasse roàne. "Ma cossa fato mat?" - al ghe dise l'ànzul, - “mi te ò senpre sta dogna par protèzarte e me tràteto cussì?". "Sì, protèzarme!" - al ghe dise Bepi. “E lora onde èreto al zorno che me ò sposà?".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe, dopo aver bevuto più di un bicchiere da quarto in osteria a Begliano, appena oltrepassati i binari andando verso Pieris, cade e finisce con la bicicletta diritto in un cespuglio di rovi. Quando si alza, non ha quasi il coraggio di aprire gli occhi per vedere come si è ridotto! Poi guarda le mani, i vestiti: niente di niente! nemmeno un graffietto, uno strappo! Cose da non credere! E, mentre tutto stordito guarda questo miracolo, si accorge che dietro di lui c’è un bell’uomo, tutto vestito di bianco, che lo guarda in silenzio. “Beh, cosa c’è di tanto bello da guardare?” - gli domanda rabbioso Giuseppe - “non avevate mai visto prima nessuno cadere?”. Allora questi gli dice: “Bel modo di ringraziare chi vi ha salvato!”. “Salvato?” - gli risponde Giuseppe. “Sì, proprio salvato;” - gli risponde l’altro - “io, Giuseppe, sono il tuo angelo custode”.&lt;br /&gt;  Appena sentita questa notizia, Giuseppe gli va incontro, gli si ferma davanti e, in un momento, gli dà un paio di schiaffi così forti che all’altro le mascelle gli diventano viola. “Ma cosa fai, sei diventato matto?” - gli dice l’angelo - “io ti sono sempre stato accanto per proteggerti e tu mi tratti così?”. “Sì, proteggermi!” - gli risponde Giuseppe. “E allora dov’eri il giorno in cui mi sono sposato?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL CAN DEL GIANDARMO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dó giandarmi i se cronpa dó cani. Rivadi in caserma, co i sta par 'ndar durmir, un al ghe dise a quel antro: "Fèrmete! No sta destudar la lume! Senò, diman de matina, como femo a cognossar qual che 'l xe 'l mio e qual che 'l xe al tòu?". "Uh! te à propio reson! No me véu gnanca 'npensà de sta roba. Sinte, femo che mi ghe taio un tochet de recia a quel mio cussì diman savemo de chi che 'l xe…". &lt;br /&gt;  I fa como che i à dit ma, al zorno drìo, calchidun i ghe la à petada e i cata duti i dò cani senza un toc de recia. Riva la note e, cu'la note, l'instessa dimanda: "Como femo a cognossarli?". Lora un dei dò al dise: "Sinte, mi ghe taiarìo quel'antra recia, cossa dito?". "Brau" - al ghe fa quel antro - " te à bù propio 'na bona pensativa, femo cussì". Ma ta 'l diman xe de nòu duti i cani senza rece. Lora, oni sera lori i ghe taia 'na ongia, un toc de coda o i ghe gava un dent, par descoérzar oni matina che calchidun al ghe veva fat conpagno a quel antro can. &lt;br /&gt;   E cussì vanti fina che a sti dò pori cagnoi no xe più cossa taiar o gavar via.&lt;br /&gt;  Riva de nòu la note. Lora un al ghe fa a quel antro: "Sinte, no se pol più 'ndar vanti in sta magnera. Mi varìo 'na idea. Femo cussì, mi ciogo al bianc e ti ciote... quel negro!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SEMO A TERA!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dò vèci amizi i se cata a lì de la Vela a Mofalcon e un al ghe dise a quel antro: "Ciò, cossa dito se 'ndemo farse un bel ziret cu'la batela?" - e quel antro- "Onde voto che 'ndemo, conpare, cun mi orbo e ti cu'n oc' sol?". -"No state tudar tant par gnente" - al ghe fa lu - "femo cussì: ti te cén al timon e mi vogo cussì te digo onde 'ndar". Lora i monta su ta la barca e i ciapa la briva. De là un poc parò, co i xe zà ben fora, a quel che 'l voga ghe sbrissa zò de la fòrcula l'unico remo che cussì 'l finisse t’un vèdar e no védar soto aqua. Lora al se ciapa ta la banda de la barca e 'l varda se 'l riva brincarlo ma, in ta quel, al remo al torna su de colp e i lo ciapa propio ta 'l oc' bon. "Sacrabòlt! - al ziga -  semo a tera!" - Bon" - al ghe fa l'orbo - " lora mi desmonto".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;AL LETRICISTA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Finì al lavor, al letricista al tira fora de la scarsela al bilget c'un cont de mezo milion. "Zinquezento carte de mila par un lavoret de dò ore? - al ghe fa 'l cliente - "Ma gnanca mi che son mèdego no dimando cussì tanti schei!"&lt;br /&gt;"So ben!" - al ghe responde quel antro cu'la pachéa - "Anca mi féu 'l dotor prima!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA LETARA DE SAN POL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  De la lètara de San Pol a la Cumunità dei Dentisti: "Carissimi".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I SANTINI DE SANT ANTONI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dò moneghe le azeta un passagio de 'na siora. De là un poc, le ghe dise: "Ma che bela pilìza che la à siora!" - e ela la ghe responde - "E cosa volete, sorelle, una notte di passione...". Passa un poc de tenp e le taca dirghe: "Ma che bei brazai e che bei ricini che vè!" - e ela de remando - "Eh, una notte di passione...". Po, vanti de desmontar le ghe torna dir: "Cunplimenti, siora, la à un àuto propio belonon!". "Ah, cosa volete sorelle, sempre una notte di passione...". &lt;br /&gt;  Rivade ta 'l convent, vìa pa 'la note, le sinte "toc, toc" bàtar ta la porta. Xe al frate. E éle in coro: "Va in malòrsega, ti e i to santini de Sant Antoni!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OSTREGA CHE DINDIATI!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un omo al varda - cu'i oci cu'le luméle pa'la cuntenteza - un vinti dindiati che i becota, pieni de pitìt, 'na badilada de biava sparnizada pa 'l curtìu.&lt;br /&gt;   "Ostrega che dindiati! - al ghe fa de colp un che 'l passa par de lì. "Comòdo àlo fat par tirarli su cussì bocononi, sior?"&lt;br /&gt;   "Cossa vòlelo" - al ghe fa lu dut orgolioso - al secrét al sta prima de dut ta la biava, che la à de éssar speziala, e po ta 'l menarli a passon oni zorno parziò che i pode catar curgnoi, vermeti, sgurbisoi: duti quéi boni magnari, insuma, che a lori i ghe piasona...&lt;br /&gt;   "Ma 'l me dise - al ghe fa sùbito drìo staltro - àlo al parmés par far dute ste robe?"&lt;br /&gt;   "Al parmés? Che parmés? No me resulta miga che bogna vér un parmés..."&lt;br /&gt;   " E 'nveze sì che l'ocore - al ghe dise l'omo mostrandoghe un tesserìn de la finanza - e ocore anca pagar, oni ano, 'na tansa. Se no la à 'l parmés, e lora no la à gnanca pagà la tansa - par forza - me toca darghe mezo milion de multa".&lt;br /&gt;   "Mezo milion! Fiuu! Cun mezo milion, porca la pissabòbula, un alevamént, de dindiati, me podéu cronpar!"&lt;br /&gt;   Al zorno drìo, dut vilì, l'omo al varda i dindiati magnar e 'l se 'npensa, tra sì e sì, de quant che i ghe vien a costar onidun. Propio in ta quél che i à finì l'ùltin granél de biava, passa rente casa sova un omenét e, vedendo ste bestie belonone, al ghe dimanda 'ncantesemà cossa fàlo par tirarle su cussì bocone, bele e vivarose.&lt;br /&gt;   "E, sior - al ghe fa lu che, zaromai, al s'à 'ntaià - xe un secrét sto qua che pochi i cognosse...&lt;br /&gt;   "E che secrét sarìelo? - al ghe fa 'ncuriusì quel antro.&lt;br /&gt;   "Al secrét al sta che mi no ghe dago biava, crugnoi, vermeti, e no gnanca salata o radic' de zocheta - pa'l amor de Dio, no son miga mona - no, no, mi ghe buto 'na bela buaza, calda, 'ncora che la fuma!"&lt;br /&gt;   "Ma como - al ghe fa quel antro cui oci sverzeadi - la me vol dir che la ghe buta 'na buaza de vaca?"&lt;br /&gt;   "Anca de caval, se xe! - al ghe fa lu - e 'l varìa de védar como che i se la magna cuntenti, cuntentoni anzi; no rivo gnanca far ora de butarghela che lori, t'un védar e no védar, i se la fa fora duta...".&lt;br /&gt;   " Ma la sa che, par leze, no se pol far de ste robe? Salo lu che xe vietà? Naltri, de la protezion nemai, par 'na roba conpagna demo multe anca de un milion; e vu, par quel che la m'à contà, se la méreta propio!"&lt;br /&gt;   De nou, al zorno drìo, sto omo al varda cun senpre più manincunìa i dindiati che i torziola lègri pa'l curtìu quando che, in t'un zerto momént, un sior dut in grìngula al vien dogna de la fereàda e 'l taca smirar, zidìn zidìn, sto spetàcul de bestie.&lt;br /&gt;   A lu zà ghe scuminzia còrar i sgrisuloni zò pa'la schena.&lt;br /&gt;   "Che béi dindiati, propio bei, e vara che galoni, che pét! - al fa de là un poc ronpendo al zito. " Ma la me dise, sior, cossa ghe dàlo de magnar par farli vignir su cussì bocononi?"&lt;br /&gt;   "La me staghe sintìr - al ghe fa lu cu'n sbuf - mi no voi 'npazarme cui so afari. Ghe dago zento lire paromo e, po, che i vaghe a magnar a là che i vol!"&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;AL PARON DEI POLASTRI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Xe zà un par de volte che i ghe roba i polastri. Cussì al paron al se intaia, al se sconde ta 'l pulinar e 'l ghe fa la guàita cun ta le man un bocon ranganel de agaz. Al va vanti al prin, quacio quacio, e, como che 'l mete drento la zuca, ghe riva 'na sacodada che la ghe scavaza più de calche dent. "Al pavon, al pavon!" al zerca de zigar lu, no rivando più prununziar le parole iuste. E quel altro: "No 'l pavon, mona, ciol le galine!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TA L'ASTRONAVE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Mission spazial. I à de mandar via cu'n astronave, par un spiriment, un porzel e un caribigner. &lt;br /&gt;  Vanti de partir i ghe dà 'na lètara paromo (se fa par dir...) e i ghe dise de vèrzarla noma co i xe a diesemila metri via de tera, prima al porzel e po al caribigner. I ghe mete le tute e cussì i parte. Co xe ora de vérzar la létara, al porzel i la leze, al taca fracar zentenari de botoni de duti i colori e tirar manoele par un bon quart de ora. Al caribigner, zà dut sudà, al smarmuia fra sì e sì: "Ostregheta! se i ghe à dà al porzel de far duti quei lanbichi a lì chi sa a mi cos che me toca!". E intant che 'l se tavana al vede che 'l porzel al à finì. Lora, cu 'l tremaz ta le man, al verze anca lu la so lètara. &lt;br /&gt;  Su era scrit: "No sta tocar gnente. Dàghe de magnar al porzel!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA PROVA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I caribigneri i ferma un che ’l xe drìo còrar  cu’la lanbreta a  zigu zagu. I ghe mostra la paleta e lu al se ferma a oro la strada.&lt;br /&gt;  “Mi dica, ha forse bevuto?” i ghe fa. “Ma… cossa la vol” – al ghe fa lu” – ero a zena cun quatro amizi e vemo biù un dó butiliete de quel bon paromo. Par digiarir un par de tronbete de amari e, po, xe rivà anca quel mona de dotor cu’n fias’c de trapa. Cussì, intant che zugavìsi de brìscula, vemo fat fora anca quela…”.&lt;br /&gt;  “ Bene, allora si avvicini e soffi in questo palloncino che vediamo se ha bevuto…”.&lt;br /&gt;  “Ma parché”- al ghe fa lu- “no la me crede?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IN DÓ SUL ZINQUANTIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  I ferma dó amizi, duri como comàti, che i core su’n zinquantìn. &lt;br /&gt;  Al puliziot al ghe dise: “ Ma lei non sa che questo mezzo può portare solo una persona?”. “Zerto, sior!”. “E allora perché siete in due?”. Lora lu al se zira de scat vers al só amigo e’l ghe fa: “Orpo! Ma ti cos te fa qua?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PARCHÉ AL CANTA 'L GAL?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Savéu parché al canta al gal? Al primo mutìu lo savé duti, no: par rengraziar al Signor che l’à fat le galine senza mudande. E ’l secondo? Parché co le se svéa al sa zà che no ’l podarà più vèrzar al bec!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CO XE RIVADI I TALIANI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Ta la Prima Guera, co ’l gal al à vist in zima del pilastro rivar i soldadi, al s’à mitù zigar: “I Ta- i ta – i taliani!”. Lora al dindiàt al à scuminzià zirar in zercio disendo: “Dio, dio, dio, dio, dio!..”. E la raza:”qua, qua, qua i resta, qua, qua, qua i resta…”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LE DÓ AMIGHE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  “Basta cun sti òmini che i ne porta fora sol par magnar la pissa! Te sa cos che te digo, bela? Doman ’ndemo fora noi dó, bassole, a magnar ’na bona zena de pes a Maran!”.&lt;br /&gt;  Lora le va magnar ma, co le xe drio tornar, una la ghe fa a quel antra: “Fermemose subito de calche banda che go tut un sbrundulament ta ’l stòmego!”. Se vede che al pes no l’era fres’c parché anca l’amiga no la se sinte ben. Lora la se ferma cu’l àuto vanti de un zimiterio in mezo i canpi. “Ma cossa, no te volarà miga che’ndemo lì drento?”, ghe fa quel antra. “E parché no? Lì drento de secur no xe gnissun che ’l ne varda!”.&lt;br /&gt;  Le va drento lora, le se dilìbara, e par netarse, no vendo gnente antro, una la se gava le mudande. “Cos te fa, te bute miga via le mudande?” ghe fa una. “Bon, cos te vol che sìe, par zinque mila lire! E po no vemo carta, cun cossa te vol che femo?!”. “Zà, cun cossa?”, la se ’npensa quel antra che la véa indos noma che un par de “Tanga”: un filet cun biec de seda che era poc cossa far de lu! &lt;br /&gt;  Lora, vist che ’l “tanga” no ’l bastava gnanca par netarse la s’ciàiba (figuremose par antro!), in ta quel scuriot fis no la te vede t’un mulument ’na zoia de orar, de quele dei caduti!  E, senza tant pensarghe su, la sbrega via un par de nastri che i picava. La fa quel che la véa de far e cu’l nastro che ’l restava, vist che la véa fredo cussì duta crota, la se à ’nvultizà  a la bona par no ’ndiazarse.&lt;br /&gt;  Al zorno drìo, se cata i dó maridi e un ghe fa a quel antro: “Te vevo dit, mi, che ’na volta che le lassemo ’ndar fora bassole le ne mete i corni! Pènsete! La me fèmena iarsera la xe vignuda casa senza mudande!”. “Omo”, al ghe fa quel antro, “ a ti la te xe ’ndada’ncora ben! Pensa che la mia la véa al post de le mudande al nastro de l’Otavo Rigiment!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DÓ VECETI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Xe dó veceti ta’l let de passa nonanta ani. Al vec’ al se svéa e ’l dise, tocando al nizòl cu’l dé: “toco, taca” e, portandoselo sot al naso, “naso, spussa”. “Lela”, al ghe fa, “te à caga ti?”. “No, lelo”, la ghe responde èla. “Lora son sta mi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAR PASQUA SE MAGNA L'AGNEL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Par Pasqua se magna l’agnel. I dó conpari, che no i à gnanca un ta la scarsela, i se à mitù decordo par ndarlo robar. Al paron al ga nasà che de sicur calchidun soto Pasqua al ghe varìa robà l’agnel e ’l se se mete oni note drio al stalot cu’l baston. Un dei dó parò al cognosseva al paron e lora al ghe dise che vaghe quel antro. Lora ’na note al fa par ’ndar cior sto agnel ma al se beca ’na bocona de paca par la testa. Co i se cata in ostarìa quel che no l’era ndà al ghe fa a quel antro cantando par no farse capir: “Paolo, Paolo meo come se porta l’agnelum tuum?”. E ’l conpare, tocandose la crùgnula: “I me ga trovà ta’l staloto suo e i me ga roto al testamento meo…”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA ME FÈMENA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Xe tre amizi e un al taca: “ Cari mii, la me fèmena la xe bravonóna: La ciol su par un mese dute le frègule ta’l mantìl, i le mete via t’un scartoz e, po, la fa i gnochi de pan”. &lt;br /&gt;  “La me fèmena ’nveze”, al scuminzia quel antro, “pensève, la scola oni zorno al vin vanzà de duti i goti ta ’na butilia par far l’asè”.&lt;br /&gt;  “E la mia?”, al fa al terz, “La mia la xe più brava de tute: la va guàr cui altri par no cunsumarme mi!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;QUELA DE LA GALOSSA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Xe ’na famea siora, piena de canpi, de vache, de roba, che parò no i pol ver fioi. Lora la muiera,’na bela fèmena, la va del dotor par farse visitar e lu al ghe dise che èla la xe a post ma no cussì al marì. Lora i la cunsilgia che i se trove calchidun parchè xe un pecà, no, perdar dut par no ver un ’rede. &lt;br /&gt;  Lora i pensa e i se ’npensa e i dezìde de dirghe a Toni, un só mezadro, un bocon de omo fort, pien de vigurìa. Al paron i lo ciama, al ghe dise che xe cussì e cussì. se ghe piase só molie, gnanca parlar al ghe dise lu. “Bon”, al ghe fa al paron, “se nasse un fio te regalo ’na vaca”. Lora sto qua al à azetà e al va de Maria, la só fèmena, che parò no la xe tant decordo. “Ma Maria”, al ghe fa lu, “xe par ’na volta sola e po, cun tuta sta miseriona,’na vaca la ne starìe sòlche ben!”. “Bon, se xe par ’na volta sola femo cussì, a…”. Toni lora al se lava ta la vasca, che al era senpre cragnoso in mezo le bestie, al va là de la siora e ’l fa al lavor. Passa al tenp, e la siora la parturisse dó zemei. Toni al spetava ma no ’l veva corazo de dirghe al paron qualcossa. Tut un moment al paron i lo ciama ta’l ufizio e al ghe à dit: “Como che èrisi dacordo, vara go vù dó zemei, lora te dago dó vache”. Toni al va casa dut content e ’l ghe dise a la fèmena: “Pensa ti Maria, se no me sbrissava la galossa ’npinàvisi la stala!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA CAVRA VÈRZENE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Xe ’na famèa che la ga ’na cavra. La cavra la xe in calor e bogna conpagnarla. La molie la ghe dise al só omo, che ’l feva al murador: “Vara che sto qua no xe lavor par mi, sta casa un zorno del lavor e va conpagnarla”. Lora al marì al ciapa sta cavra par la cadena e al parte par ’ndar del cavron. L’omo al passa devanti la privata e i amizi i ghe dise: “Onde vato? Fèrmete un moment a bèvar un bicer”. Al liga la cavra ta ’na vida, al va bèvar un bicer e, de un a dó, l’à passà dut al zorno in privata. Al vien casa e par dó zorni la cavra la sta bona cuïèta anca parché la xe stada dut un zorno intiero a sberegàr e senza magnar ligada ta la vida. &lt;br /&gt;  Passa un mese e la cavra la torna in calor. Lora altro zorno de ferie e portar de nóu la cavra del mas’cio. Al marì parò sta volta al ciapa n'altra strada par no passar devanti la privata. “Se no me toca como l’altra volta”, al se dise. Ma, intant che ’l ’ndeva, al passa visavì de ’na ostaria e lì al cata altri amizi che i lo ferma par bèvar al bicer. Al liga la cavra ta la palada e lì xe passada la zornada. &lt;br /&gt;  Dopo dó zorni la cavra la sta mal. La fèmena la ciama al vitrinario e tant che ’l riva la cavra more. La fèmena la ghe dise al vitrinario che xe sta de secur al cavron che al ghe ga fat murir la cavra e la vol che ’l paron al ghe daghe indrìo i schei. Lu la al visita la cavra e al ghe dise: “Siora, varde che sta qua la xe morta de gola par tant sberegàr. Al cavron no i lo à gnanca mai cugnussù”.&lt;br /&gt;  Co ’l riva casa, al marì al confessa che ’l à biù e no ’l à mai menà la cavra del cavron. &lt;br /&gt;  Lora la fèmena, parziò che ’l se refe, la ghe dise: “De ancói ti te varà al to pignatin del magnar e te ndarà durmir in sufita”. Ela la pensava che lu dopo calche zorno i la varìe scunzurada de tornar zò, ma no la xe ’ndada cussì. Al marì defati gnanca no ’l se sversa, al va vanti, al ciol oni zorno al só pignatin como se gnente fusse e al va durmir in sufita. &lt;br /&gt;  Dopo un quindese, vinti zorni, ’na sera se sinte dut un sdrondenamént. Xe só muiér che a le undese la se mete lavar par tera, la move le careghe, i taulini, e no la se ferma un moment. Lu al se remena ta’l paion ma no ’l pol serar oc’. Lora al vien zò pa’i tapi par védar cos che suzede e ’l ghe dise: “Bela, cossa xelo sto rengo?”. E la fèmena la ghe responde: “Ciò, voto che fago anca mi la fin de la cavra?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL VIDEL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  In ta un studio de avocato a Mofalcon qualche ano fa. Al pare avocato al mete a posto le carte intant che al fio al zuga cu’l autin soto la tola.&lt;br /&gt;  Bate la porta e vien drento un contadin de Staranzan: “Sior avocato”, al fa dut incorà, “la me vaca la ga fat un videl in ta’l canp de me fradel, de chi xe al videl?”. L’avocato cu’la calma senza vardarlu al fa: “De chi xe la vaca?”. “Mia!” dise al contadin. “Bon”, dise l’avocato alzando la testa, “lora se la vaca la xe tua al videl al xe anca tuo. Comunque se xe problemi vien qua de mi che iustemo dut”.&lt;br /&gt; Dopo un poc, intant che al putel al zugava senpre cu’l autin, bate la porta e vien drento quel’altro fradel: “Sior avocato”, al fa senza fià, “la vaca de me fradel la ga fat al videl in ta’l me canp, de chi xe al videl, mio o suo?”. “De chi xe al canp?”. “Mio!” al fa al contadin. “Bon”, al dise l’avocato, “vol dir che’l videl al xe tuo”. “Sicur?” al fa al contadin. “Sicuron!” al dise l’avocato, “te vol saver più de mi che ò studià, ma se xe qualche problema vien qua de mi che iustemo dut”. Al putel che al zugava senpre soto la tola e l’era sta tent al dise: “Ma papà, al videl al xe de un fradel o de quel altro?”. Al pare al se scrufùla, al ghe mete le man su le spale e vardando al fio in ta i oci al dise: “Nostro, omo, al videl xe de sicur nostro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vittorio Spanghero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TA'L RIOPLANO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ma xe vera?” “Sì, te go pur dit: ta’l rioplano i te dà de bèvar sol un cognachin o un uischi, ma gnente de più…”. “Bon”, lora al fa Toni, “mi vago a Roma cu’la corsa, almanco su quela pos portarme drìo al dopio, no?”. Cussì xe sta che Toni, par ’ndar a Roma, al s’à ciot un bilget par le caroze cu’la coceta; al va drento, al dà ’na bona scluncada de refrosc’, e ’l se mete ta’l calduz sot le coverte. De là un poc, vien drento ’na bela femena, duta in grìngula che i lo saluda e la se mete a durmir. Ma longo al viazo se ronpe al riscaldament e de là un poc Toni, dut ’ndiazà, cu’i sgrìsui che i ghe scuminzia corar zò pa’la schena, al ciapa corazo e ’l ghe fa: “La me scuse, siora, se la desmissio, me podarìela passar quela coverta vizin de èla che go fredonon!” “Va ben, la ghe fa éla, ma vist che semo qua soi, in sta situazion, senza far tante zirimonie podarissi far anca como marì e muier…”. Toni, de colp dut pien de murbìn, al ghe dise: “Mai de mei!”. E ela lora drìo: “Bon, bocon de mona, se te vol la coverta vientela a cior!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MÈNULE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ta la vecia “Ostaria de Vinz” a Foian ’na volta era un cicilian che ’l ’ndeva oni zorno a magnar a mezozorno e zena sarvì de la Gilda Vinza. Sol che sto qua al veva senpre quela de saver tut cossa sta siora la feva de disnar o de zena. Lora un zorno la riva la Glida Vinza, e lu al taca dimandarghe: &lt;&lt; Cosa ci fa da pranzo signora Gilda?&gt;&gt;. E èla la ghe responde a dute le só dimande. &lt;&lt;E di cena, signora Gilda, cosa ci fa di buono per cena?&gt;&gt; E èla, che zaromai la veva le bale s’dionfe de sto omo, la ghe à respondést: &lt;&lt;Mènule! (che sarìe ’na bona onzùda…)&gt;&gt;. E lu: &lt;&lt;E so’ buone queste “mènule” signo’?&gt;&gt;. &lt;&lt;Se ben fracade sì!&gt;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella vecchia “Osteria di Vinz” a Fogliano c’era una volta un siciliano che andava ogni giorno a mangiare a mezzogiorno e a cena servito dalla signora Gilda. Quest’uomo però era fissato con il menù e voleva sapere sempre nei particolari cosa si faceva sia a pranzo che a cena. Allora un giorno arriva la Gilda, e lui subito inizia a chiedere: : &lt;&lt; Cosa ci fa da pranzo signora Gilda?&gt;&gt;. E lei risponde per filo e per segno ad ogni sua domanda. &lt;&lt;E di cena, signora Gilda, cosa ci fa di buono per cena?&gt;&gt; ma lei, che non lo sopportava più, gli ha risposto: &lt;&lt;Mènule! (che sarebbe a dire un fracco di botte…) &gt;&gt;. E lui: &lt;&lt;E so’ buone queste “mènule” signo’?&gt;&gt;. &lt;&lt;Se ben premute sì!&gt;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL RAME&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Iera un che ’l ’ndava robar fii par spelarli e cior fora al rame. Un zorno, un par védar quant rame che ’l veva, al ghe dise: “Ciò, omo, me servirìa un poc de rame. Quant te ga?”. E quel antro, intaià, al ghe ga rispundù: “Tant che te vol, bel”. “Ma quant, quant te ga, dime no!” i lo tontòna. “ Ma… varò un trenta quintai boni”. “Orco dindio, cussì tantoni!”. “Trenta quintai, sì, de rame…de agàz!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rame&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  C’era uno che andava a rubare cavi della corrente per ricavarne poi del rame. Un giorno, uno per vedere quanto rame aveva, gli disse: “Mi servirebbe un po’ di rame. Quanto ne hai?”. E l’altro, insospettito, gli rispose: “Quanto ne vuoi”. “Ma dimmi quanto, quanto ne hai in tutto! insiste l’altro. “Ma… ne avrò una trentina di quintali”. “Per la miseria, così tanto!”. “Trenta quintali, sì, di “rame” (che in bisiàc vuol dire “rami”) …d’acacia!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MISTIERI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  A Nane, gnanca rivà casa del Cantier, la só fèmena la ghe dise: "Omo, vara che xe drìo ronparse le bartuéle dei balconi, sarìe ora de iustarli!". E lu, cu'la pachéa: "Bela, no son miga un favro mi!". Al zorno drìo, co 'l torna, gnaca picà al terlis ta'l picatabari, rèpete: "Omo, no te vede che la porta la russa partera, bogna darghe 'na fregada!". E lu drio: "Bela, cossa voto, no son miga un marangon mi!". E cussì par duta la stemana cun lu che no 'l xe idraulico, che no 'l xe murador, che no 'l xe letricista. Un zorno po al torna e 'l cata tut iustà: "Cossa nasse, bela, ato ciamà 'na dita?". "No, no la ghe fa èla, à fat tut al nostro vizìn". "Ostrega, ma cossa ne xe costà duta sta roba?". " Poc e gnente, bel, parvìa che 'l me à dimandà sol se ghe favo un strùcul o se voléu guàr cun lu". "E ti - ghe fa Nane - te ghe à fat al strùcul, no?". E èla: " E cossa po, no son miga 'na pastiziera!"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA FONTANA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  T'un paeset de la Bisiacarìa riva al nou piovan. La domènega al va ta'l cunfessional e 'na siora la ghe dise: "Pare, go pecà, go fat bec me marì...". "Tase, tase bela, che qua fora xe pien de vecete cu'le rece inpirade. Se te parle in sta magnera doman sa tut al paese. Femo cussì: se te suzede de nou de pecar, te me disarà che te xe cascada ta la fontana, una, dó, tre volte, va ben?". E cussì al ga fat cun dute. Passa i ani, al prete vec' al more e riva un pretuz zòvin. Le babe, cunvinte che 'l sàpie, le va vanti a dir che le xe cascade ta la fontana e lu no 'l riva capir: "Ma te te ga fat mal, bela?". "No, pare, mal no me go fat, ma volarìo che la me daghe 'na pinitenza...". E lu: "Va, va bela, no 'core, sol sta più tenta la prossema volta!". &lt;br /&gt;  Dopu dò stemane che 'l sinte de dute le babe sta roba, tut preucupà, 'na sera al distina de 'ndar del Podestà. Pena rivà al ghe dise: "Qua no se pol più 'ndar vanti cussì. Toca far calcossa, bogna che la cumun la se dizìde finamente a iustar sta benedèta de fontana!". Sintuda 'na tala, al podestà, che 'l sa tut, al taca sbregarse de le ridade. Ghe bala la panza, ghe vien le làgreme ta i oci che 'ncora un poc ghe ciapa un colp. Lora al pretuz al ghe fa tut serio: "Sior Podestà, xe poc cossa rìdar: la varde che anca la sò femena sta stemana la xe zà cascada dò volte!".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL PIÙ VELOCIÓN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Xe un ciap de putei e un al taca: "Me pare al xe l'omo più velocion de tuti, parchè al fa al colaudator pa'la Ferari". Lora subito drìo un altro al ghe fa: "Bela roba, e me pare lora che al xe pilota de rioplano!". 'N'antro garzon, tut inborezà, al scuminzia zigar: "Vardé che me pare al fa l'austronauta e nissun ta'l mondo al va più svelt de lu!". Lora l'ultimo al ghe dise: "E no bel, me pare al xe più velocion 'ncora de tuti i vostri!". "E cossa al fa de mistier?", i ghe dise quei altri dandose de maravéa. "E, me pare al xe un cantierin". "Un cantierin?". "Sì, al finisse de lavorar a le zinque ma a le zinque meno diese al xe zà casa!".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-277778348650621999?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/277778348650621999/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=277778348650621999' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/277778348650621999'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/277778348650621999'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/barzellette-bisiache-le-vce-buzre_05.html' title='Barzellette bisiache / Le véce buzàre bisiache'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SonFTr_tndI/AAAAAAAAADU/lmCFwgkP3HQ/s72-c/bianco04.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-2626109791624617881</id><published>2008-11-05T18:03:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:04:09.315+02:00</updated><title type='text'>Usanzie / Tradizioni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZ7gESynI/AAAAAAAAAEk/CGyHdFYB7Ys/s1600-h/costumi+bisiachi.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZ7gESynI/AAAAAAAAAEk/CGyHdFYB7Ys/s320/costumi+bisiachi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371134015603657330" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella foto: alcuni componenti del GRUPPO COSTUMI BISIACHI DI TURRIACO sulle rive dell'Isonzo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Bisiacarìa, anche per quanto riguarda i riti e le tradizioni popolari, si presenta come una zona affatto particolare, dove potevano convivere usanze dalle più diverse provenienze, dalla “Bella Stella” dell’Epifania o il “Battere Marzo”, tipiche dei paesi dell’arco alpino, ad altre provenienti dal mondo veneziano, ladino, slavo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BATAR MARZ&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal libro della Ciceri: “L’antico calendario romano iniziava col mese di marzo, dedicato a Mars che, prima di essere dio della guerra, fu dio della vegetazione. In quel mese si accendeva il “fuoco nuovo” nelle case e nel tempio di Vesta. Era il tempo dell’espulsione della vegetazione vecchia (Mamurio Veturio), della festa di Anna Perenne (pre-annos) e durante i Liberalia i giovani assumevano la toga virile. La cacciata di Mamurio Veturio è richiamata, in culture folcloriche meno antiche, dalla cacciata della Morte (nel mondo slavo) e da contese rituali tra Inverno e Primavera”. A questi riti, certamente si ricollega un’antica usanza, ricordata da Tullio Benfatto, che raccontava come, fino ai primi anni Cinquanta del secolo scorso, vi fosse ancora a Redipuglia l’usanza di celebrare l’arrivo della primavera, della nascita della vegetazione e dei raccolti, appendendo alle pergole d’uva fuori casa oggetti d’alluminio, “tochi de banda”, e percuotendoli per tutta la sera fino all’una di notte. I più vecchi, senza i giovani, facevano a volte anche il giro del paese armati di pezzi di latta, pentole ed altro che anche in questo caso venivano percossi fortemente. Tutto fa pensare che si tratti, dunque, degli ultimi ormai annacquati ricordi di quel “battere marzo” conosciuto soprattutto nei paesi dell’arco alpino dalla Carnia fino in Trentino Alto Adige.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MANDAR IN AVRIL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pesce d'aprile viene chiamato in Bisiacarìa "mandar in avril, mandar zercar avril, far avril". Di solito ci si prendeva gioco dei bambini più ingenui chiedendo loro di fare azioni insensate. Ecco uno scherzo riportato nel grande vocabolario fraseologico bisiàc: "Va in spiziarìa a ciórme dó soldi de samenze de fil turchìn! (Va' in farmacia a comperarmi due soldi di semenze di filo turchino!)" oppure "Vame cior un quart de chilo de onbra de canpanil (Vai a comperarmi un quarto di chilo d'ombra di campanile)".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL MAZO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; L’uso d’innalzare nel mese di maggio, da parte dei giovani del luogo, il lungo fusto di un albero, chiamato generalmente “Maj”, appositamente tagliato al centro della piazza, ha caratterizzato per secoli i paesi di tutta la regione. Questa antica usanza, che sopravvive ancora in molti paesi sia friulani che sloveni, sembrava estranea alla Bisiacarìa. In realtà esiste un minimo accenno nel noto libro della Ciceri dove si fa riferimento a San Canzian d’Isonzo e Staranzano (due nomi persi però in mezzo a molti altri e forse per questo sfuggiti finora all’attenzione degli studiosi locali). Nei primi anni Novanta del secolo scorso, però, Beniamino Braida, nel corso di una conversazione con Ivan Crico, ricordò di aver visto ancora quello che, in dialetto bisiàc, era chiamato “mazo”, cioè un “talpon, alt zirca vinti metri, che al vignìa cincinà cun fior e ’l vignìa mitù ta’l mezo de la piaza dei zòvini de la vila par farse védar de le garzone” (“un pioppo, alto circa venti metri, decorato con addobbi floreali, che veniva piantato al centro della piazza dai giovani del paese per mettersi in mostra davanti alle ragazze”). Braida riferì anche che quella, come altre tradizioni locali, venne presto dimenticata dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando si tendeva nei nostri paesi a disfarsi di ogni legame con un mondo passato che era visto soprattutto come sinonimo di miseria e mancanza di cibo più che come custode di riti e sapienze millenarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SDRONDENADE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Era al zinque de agost del milotozentononantaquatro co, su "Pagine Friulane", al studioso Peteani al scrivéa: "L'uso di suonar le cioche ai vedovi che si rimaritano si riscontra in tutta Italia e fuori sotto differnti nomi, come: Sdrondenade (Friuli) Batterella (Veneto) Bacillata (Lunigiana) Facioreso (Novi) Ciabra (Piemonte) Scampanata dei vedovi (Toscana) Scampanacciata (Roma) Suonar le tenebre (Genova) Tenghiglien (Ornavasso) Tucca (Pesaro) Chiarivari ( Francia) Cencerrada (Spagna). Su quel  di Monfalcone i più audaci arrischiano persino di pigliare i due sposi vedovi (se sono in età matura) quando escono di chiesa e li depongono a viva forza in una carriola e fanno con essi qualche piccola corsa, accompagnati dalle "sdrondenade", finchè le due vittime si liberano da quel poco gradito e meno comodo veicolo. A Ruda, gli sposi vedovi devono fare un giro di danza attorno il pozzo che si trova di fianco la chiesa, prima di entrare nella medesima".  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VINCUL&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'incubo, come nel friulano, è chiamato in Bisiacarìa "vìncul" o "vèncul": "Quando che vien al vìncul, bisogna pissar ta la fiasca e taponarla subito. De sicur la matina dopo riva la striga a pregar de destaponarla che senò éla la móre".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DENTI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;’Na volta i credeva che co un putel ghe vien fóra prima i denti de sóra che quei de soto, al móre prest e che quei denti xe le broche che le sèra la cassa.&lt;br /&gt;Co inveze ai putei ghe cascava un dent se lo meteva sot al cussìn che sarìe vignù al sorzét a ciorlo. Ta’l doman al catava de sot un soldìn.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-2626109791624617881?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/2626109791624617881/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=2626109791624617881' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2626109791624617881'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/2626109791624617881'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/usanzie-tradizioni.html' title='Usanzie / Tradizioni'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZ7gESynI/AAAAAAAAAEk/CGyHdFYB7Ys/s72-c/costumi+bisiachi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3056451328677879970</id><published>2008-11-05T13:09:00.002+01:00</published><updated>2009-08-18T07:15:16.050+02:00</updated><title type='text'>Storia della Bisiacarìa</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo4qO-70qI/AAAAAAAAAH0/EKASP42o2dg/s1600-h/monfalcone+codice.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 242px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo4qO-70qI/AAAAAAAAAH0/EKASP42o2dg/s320/monfalcone+codice.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371167803820462754" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Tra l’Isonzo, il Timavo, il Carso e il mare: &lt;br /&gt;brevi cenni sula Bisiacarìa e la sua storia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E la récia scolta&lt;br /&gt;la ròia che conta&lt;br /&gt;e 'l vent che canta&lt;br /&gt;pa i busi. Passa&lt;br /&gt;intorno de mi&lt;br /&gt;i sécui sul pel&lt;br /&gt;de l'aqua fresca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silvio Domini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lambita dal mare Adriatico con le sue lagune che da millenni offrono riposo ai grandi stormi di uccelli migratori provenienti dal Nord verso l'Africa; chiusa tra le verdi acque dell'Isonzo ed i segreti percorsi del Timavo mentre sullo sfondo si ergono i deserti profili del Carso, con i suoi laghi, le doline, le pietraie in autunno miracolosamente arrossate dalle foglie dei sommacchi: la pianura su cui sorgono i comuni di Monfalcone, Ronchi dei Legionari, San Canzian d’Isonzo, Staranzano, Fogliano-Redipuglia, Turriaco, San Pier d’Isonzo ed il paese di Sagrado, in provincia di Gorizia, ha preso il nome, per molti secoli, di "Territorio", un nome che - seppur nato per altre ragioni - alla fine ben si presta a definire un insieme così vario di situazioni paesaggistiche uniche racchiuse in uno spazio così limitato. Una zona sconosciuta ai più in Italia, come faceva notare Claudio Magris in un suo bel saggio comparso alcuni anni orsono sul "Corriere della Sera", ma poco nota, crediamo, anche a molti nello stesso Friuli Venezia-Giulia.&lt;br /&gt;Ragioni storiche associate alla sparizione di gran parte dei documenti conservati negli archivi, spesso distrutti in incendi durante le molte, devastanti guerre che si sono combattute in quest'area, hanno fatto sì che la cosiddetta Bisiacarìa, il suo linguaggio rimanessero per molto tempo una realtà poco, se non per nulla, studiata. &lt;br /&gt;Ripercorrerne la storia, le innumerevoli vicissitudini, seppur brevemente, può essere d'aiuto anche nel comprendere come si sia formato ed evoluto in queste zone un linguaggio particolare come il bisiàc e a fissarne meglio i lineamenti ancora così sfuggenti e a volte quasi indefinibili: gli stessi che caratterizzano anche, per certi versi, la poesia che qui si è andata scrivendo.&lt;br /&gt;Come ricordava Italo Santeusanio nel suo saggio Traccia storica del territorio, apparso sulla rivista "Il Territorio" (saggio a cui questo scritto attinge ampiamente), secondo gli storici, i primi ad insediarsi nell’attuale Bisiacaria, furono gli Euganei, costruendo diversi castellieri sul Carso ancor oggi in parte visibili. Successivamente presero il loro posto i Veneti che si spinsero, tra il X e il VII secolo a. C., nella parte orientale del nostro paese. Dai pochi frammenti rimasti del passaggio di questi popoli (perlopiù resti di pasto appartenenti alla pecora, alla capra, al maiale e al bue, come al cervo, al capriolo e all’orso bruno) si può desumere che fossero dediti alla pastorizia, all’allevamento e alla caccia. Ai Veneti seguirono, circa cinquecento anni più tardi, i Galli; e a testimonianza della loro presenza bisognerà ricordare che lo storico Tito Livio, parlando della fondazione di Aquileia nel 181 a. C., scrisse che il senato romano decise di stabilire qui una sua colonia, tra l’altro, proprio per contrastare i movimenti delle popolazioni celtiche.&lt;br /&gt;Tracce dei frequenti contatti con Aquileia, tra il II secolo a.C. e il V secolo d. C. durante il periodo della dominazione romana, rimangono i numerosi reperti di carattere archeologico trovati un po’ ovunque nel monfalconese, tra cui i resti delle Terme Romane ricordate da Plinio nella sua Naturalis Historia, oltre a quelli riguardanti le fabbriche di laterizi e le tintorie del litorale. Bisogna ricordare, inoltre, la via consolare che da Aquileia conduceva verso Tergeste (Trieste) e da lì a Tarsatica (Fiume) fino a Iulia Emona (Lubiana) e che attraversava il delta lungo la direttrice San Canzian d’Isonzo (ad aquas gradatas) - Dobbia - Ronchi.&lt;br /&gt;Nel periodo paleocristiano, tra il secolo IV e VI, Aquileia divenne un importantissimo centro di irradiazione del messaggio cristiano in tutta la regione e, quindi, anche nel Territorio. A conferma di questo, a San Canzian d’Isonzo è stata scoperta piuttosto di recente un’antica basilica paleocristiana (secoli IV-VI) nella quale fu riconosciuta la tomba dei martiri Canzio, Canziano e Canzianilla, caduti durante la persecuzione voluta dall’Imperatore Diocleziano. Dagli studi suscitati da questo rinvenimento si può affermare, oggi, che questo paese fu uno dei centri cimiteriali più importanti e venerati di Aquileia cristiana. &lt;br /&gt;Nel IV secolo d.C., i Goti invasero la penisola seguiti, di lì a poco, dagli Unni guidati da Attila che ridussero la grande e splendida città di Aquileia ad un paesaggio di rovine e, con essa, nella distruzione vennero coinvolti tutte i centri abitati limitrofi, i ponti abbattuti, le strade interrotte. &lt;br /&gt;Dopo la fine dell’Impero Romano, nel 568, guidati da Alboino, i Longobardi occuparono l’intera regione lasciando, ancor oggi, influenze della loro parlata nel friulano e nell'idioma di tipo veneto che si parla in queste zone, il cosidetto bisiàc, in parole come per esempio Crodia da Hrudia, (cotenna) o balcon da balko (finestra), mentre la presenza dei Franchi è testimoniata da altri termini come biau da blao (azzurro chiaro) o falisca da falawiska ( scintilla).&lt;br /&gt;Andando più avanti nel tempo, diversi documenti attestano che, a partire dall’819 d. C. fino al 1420, il Territorio si trovava sotto la giurisdizione dei patriarchi di Aquileia. E proprio in questi testi, incastonati tra il latino medievale, iniziarono a comparire i primi rari frammenti di termini poi travasati nel friulano prima e di riflesso, poi, nella parlata bisiaca. Nell 1377, ad esempio, in un documento si parla di un terreno denominato Barè (derivante probabilmente dal latino "baretum", luogo ricoperto da sterpaglia) che si trova nei pressi di Staranzano ed è conosciuto ancora oggi con il nome di Barè de Dotori. Significativo rimane inoltre il fatto che in friulano ed in bisiàc si sia conservato il significato originario di questa parola nei secoli, e non soltanto il toponimo come quasi sempre accade, dal momento che ancora il termine barè indica genericamente un luogo incolto, lasciato in abbandono, disseminato di cespugli e rovi. Nel bisiàc molte sono comunque le parole d'origine latina rimaste intatte nel tempo da caligo (nebbia) o panzére da panthere (grandi reti per l'uccellagione) come anche d'origine greca, da ascriversi all'influenza dell'impero bizantino, come criùra (gelo) o brule (canne di palude).&lt;br /&gt;In questo periodo, secondo gli studi di Maurizio Puntin, dai territori dell'ex Yugoslavia si insediarono nel monfalconese gruppi numerosi di persone di origine slava lasciando, soprattutto nella toponomastica, un gran numero di testimonianze della loro ormai più che millenaria presenza in queste zone.&lt;br /&gt;Soltanto dopo il Mille sorsero però le tre pievi della Marcelliana, di San Canziano e di San Piero assieme ai molti villaggi che costituirono il districtis Monfalconesis. In questo periodo difatti Monfalcone venne protetta da una cinta muraria, e di conseguenza venne chiamata, come ogni centro abitato circondato da mura, "Terra", mentre la zona circostante prese il nome di "Territorio", termine che fu mantenuto anche all’epoca della dominazione veneziana e che sopravvive ancor oggi. Questa città, a quel tempo trovandosi sull’unica naturale via di collegamento con l’Oriente, la strada per Trieste e l’Istria, divenne ben presto un rilevante centro commerciale, diventando posto di Muda (ossia di dogana). Trovandosi a metà strada tra i rivali Conti di Gorizia e Duino, il castello di Monfalcone assunse anche una notevole importanza dal punto di vista strategico. &lt;br /&gt;Nel Duecento invece, assistiamo anche ad un interessante trasmigrazione, in queste zone, di termini d'ascendenza provenzale: tra gli altri curtìu da cortiu-s e nomi in -or come lusór o spiandór. ma sopratutto garzon, da garcon, parola rimasta nell'uso con il suo significato originario di "ragazzo" soltanto nei paesi della Bisiacarìa, come ricordava la studiosa Piera Rizzolati, e la cui ultima testimonianza in altri dialetti o lingue minori risale alla metà dell'Ottocento. Mentre ancora, di quell'epoca, rimangono nel parlato termini davvero arcaici come comódo (come) o bròilo (brolo, orto recintato), cuntìnevo (continuo), solo per citarne alcuni, ritrovabili nella stessa identica forma in molti testi della letteratura medievale come accade con ancòi ( forse la forma più antica tra quelle venete per dire "oggi") presente anche nella DivinaCommedia. &lt;br /&gt;Inoltre, solo per fare un esempio, già nei Proverbia quae dicuntur super natura feminarum, scritto a Venezia tra il 1152 ed il 1160 ca., il più antico testo in volgare italiano, come annotò Gianfranco Contini, troviamo molti termini ancor oggi rimasti intatti nel bisiàc: dai più comuni rasor (rasoio), forfese ( forbici ), cevole ( cipolle ), omini ( uomini ), como ( come) fino ad altri più rari come crïatura ( creatura ). Il confronto con molti testi medioevali veneti svela sopratutto come, in queste aree marginali, siano sopravvissute nella loro forma originaria parole in quelle zone scomparse a volte da centinaia d'anni come "balistra" (arco), "zerendìgul" (fionda), lo stesso verbo inpiàr (accendere) ancora usato nel veneziano settecentesco del Goldoni come anche nel friulano.&lt;br /&gt;La sostituzione del prelato aquileiese con il governo della Repubblica di Venezia (comunque presente già da tempo nella zona) coincise con un’immediata cessazione delle numerose lotte interne e con una certa ripresa dell’economia del Territorio. &lt;br /&gt;A questo periodo risale anche la prima vera e propria documentazione diretta di alcuni termini ancora presenti nel bisiàc, registrata tra il 1447 e il 1448, e contenuta negli Acta Criminalia conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Monfalcone. Com’era uso in quell’epoca, il cancelliere redigeva gli atti istruttori in latino o tosco-veneto, riportando però le ingiurie e le frasi infamanti esattamente come venivano pronunciate. Si trovano dunque espressioni quali:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che tu sia squartado... &lt;br /&gt;cagasangue te vegna, bruta striga... &lt;br /&gt;herbera che te va a tajar le legne de li impicadi... &lt;br /&gt;io l’ò vendudo che te vegna il cagasangue... &lt;br /&gt;che vostu dire e me vien voia de ghetarte in acqua e de storzarte il collo... &lt;br /&gt;te à la coda como uno bilfo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre a numerosi documenti di carattere notarile, o gli interessantissimi inventari con i nomi di tutti gli oggetti d’uso comune dettati dagli stessi contadini con il corrispondente nome bisiàc, che attestano la continuità nell’uso di una parlata veneta nei secoli seguenti, dobbiamo arrivare alla fine del Settecento per trovare tracce di veri e propri testi letterari.&lt;br /&gt;Ma ancora, nei secoli seguenti, queste zone furono provate da terribili vicissitudini come il passaggio, con le inevitabili e note scie di violenze lasciate alle spalle, delle armate turche. Oltre ai mirabili Diari del Sanudo e a varie testimonianze di minor valore, esiste tra l’altro una preziosa testimonianza tramandata dalla tradizione orale, che bene delinea il clima di incertezza e di paura in cui si trovavano a vivere i bisiachi del tempo. Si tratta di un’interessantissima preghiera, pubblicata da Silvio Domini nel suo volume Staranzano, in cui, alla richiesta di protezione rivolta alla Serenissima Repubblica di San Marco, si mescolano strani scongiuri legati, forse, ad antiche credenze quasi sconfinanti con la superstizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Me buto leto&lt;br /&gt;cu’l ànzul profeto&lt;br /&gt;cu’l ànzul de Dio,&lt;br /&gt;San Bortolomìo,&lt;br /&gt;i dòdese apòstui,&lt;br /&gt;Sant’Ana, Santa Susana&lt;br /&gt;una me leva&lt;br /&gt;l’altra me ciama;&lt;br /&gt;s’ciarissete dì&lt;br /&gt;me alzarò cun ti.&lt;br /&gt;Ar del leto, verbo mio!,&lt;br /&gt;go scontrà ’l Signoredìo&lt;br /&gt;e no go paura&lt;br /&gt;no de strighe&lt;br /&gt;no de Ongari&lt;br /&gt;no de Turchi&lt;br /&gt;no de Scochi&lt;br /&gt;né Confongari&lt;br /&gt;De Samarco proteto,&lt;br /&gt;cu’l libro serà&lt;br /&gt;è la spada,&lt;br /&gt;cu’l libro vèrt&lt;br /&gt;è la pase,&lt;br /&gt;Zuan, Luca e Matìo&lt;br /&gt;da pie, da cau&lt;br /&gt;e da crose&lt;br /&gt;del nostro santo leto.&lt;br /&gt;Cussì sia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una preghiera che appare, in fondo, quasi come uno strano rituale da recitare prima di addormentarsi e che si ritiene, con ogni probabilità, di origine secentesca. Vi si nominano, difatti, i Turchi e anche gli Uscocchi, le feroci truppe croate al comando dell’arciduca d’Austria Ferdinando che nel novembre 1615, durante le cosidette "guerre gradiscane" tra Venezia e gli Asburgo, con un attacco improvviso devastarono con violenza selvaggia l’intero Territorio. Oltre a questo inoltre, a dimostrazione dell’antichità del testo, la preghiera contiene al suo interno la forma molto arcaica di "ar", per "arente", che significa "vicino", e l’espressione, altrettanto vetusta e scomparsa nel bisiàc moderno, "verbo mio!". &lt;br /&gt;Questi sono anche gli anni in cui, come risposta ai ricorrenti fenomeni di spopolamento del Territorio dovuti alle incursioni ottomane, oltre che alla miseria, una terribile epidemia di peste ed alle malattie legate ad un ambiente ancora in gran parte malsano, assistiamo a nuovi fenomeni di immigrazione legati all'arrivo di famiglie provenienti da diverse località del Veneto, come testimoniano cognomi come "Trevisan", "Visintin", "Padovan" ed altri. Questi nuovi immigrati contribuirono, al tempo stesso credo, ad arricchire di molto la parlata originaria facendone forse un unicum tra i dialetti della fascia costiera in quanto a ricchezza di termini ed espressioni verbali. &lt;br /&gt;Dal 1617 al 1797, comunque, anno in cui terminò il dominio di Venezia, le popolazioni locali non conobbero ulteriori guerre anche se non furono risparmiate da una crescente miseria collegata anche, com’è logico, al declino economico della Serenissima. Parallelamente al processo di decadenza del mondo Veneziano in Friuli, proprio in quegli stessi anni, si tentò di aggiornare la produzione letteraria, ponendola in linea con quanto si faceva nel resto d’Europa, attraverso una notevole ed erudita serie di pubblicazioni. Uno dei promotori di questo risveglio culturale fu certamente Basilio Asquini, nato a Udine nel 1662. La sua famiglia aveva molti possedimenti nella zona di Staranzano e, dai suoi contatti frequenti con queste zone, nacque quella che è la prima analisi di largo respiro dedicata al monfalconese, il Ragguaglio geografico storico del Territorio di Monfalcone nel Friuli, pubblicato ad Udine nel 1741. Oltre alle numerose e utili notizie che vi sono contenute, questo testo appare interessante inoltre anche perché segna l’avvio, nell’ambito della produzione locale, del passaggio dall’antica erudizione ecclesiatica ad un approccio moderno, di tipo illuministico, alla ricerca storiografica. &lt;br /&gt;Il primo monfalconese a raccogliere questa eredità, il primo studioso locale finora conosciuto ad occuparsi di questi temi, fu l’avvocato Antonio Del Ben, nato nel 1729 e morto nel 1801, autore di un testo manoscritto intitolato Notizie storiche e geografiche della Desena e Territorio di Monfalcone. Ma la figura più importante di quel periodo fu certamente l’abate Berini. Nato a Ronchi nel 1746, dopo aver studiato a Udine, si laureò a Padova in lingue. Parlava e scriveva perfettamente in greco, latino, tedesco, sloveno, francese e italiano. Amico di Caterina Percoto, del grande scienziato triestino Bartolomeo Biasoletto e del botanico tedesco Schiede, intrattenne contatti con il naturalista e biologo francese Georges Cuvier e con il tedesco Bartling di Monaco. Traduttore della Storia Naturale di Plinio, grande appassionato di archeologia, si dedicò con fervore e precisione allo studio dei reperti romani esistenti o che venivano via via ritrovati, come accadde per la cosidetta tomba degli "Eusebi", nel monfalconese. La sua opera più interessante, in un certo senso una summa delle osservazioni fatte fino ad allora sul Territorio, fu pubblicata ad Udine nel 1826, Indagine sullo stato del Timavo e delle sue adiacenze al principio dell’era cristiana.&lt;br /&gt;Il 19 marzo 1797, attraversando il guado di Cassegliano, giunsero nel Territorio le truppe napoleoniche. I gravissimi danni provocati dai soldati francesi, in seguito a continue razzie, incisero ulteriormente sulle già durissime condizioni di vita degli abitanti del monfalconese. &lt;br /&gt;In questo periodo entrano nel parlato anche alcune parole d'origine francese che godranno di particolare fortuna come visavì (dirimpetto) e sopratutto remitùr da demi-tour (confusione, frastuono) che deriva da una voce militare di comando.&lt;br /&gt;Nonostante questo, nei dieci mesi dell’occupazione, vennero eliminati il maggior consiglio, le decanie e dazi e privilegi secolari. Le idee di libertà, uguaglianza e fraternità non passarono dunque senza lasciare traccia anche se allora, rassegnati da secoli di sopraffazioni di ogni tipo, gli abitanti del Territorio non potevano che ripetere un proverbio rimasto poi nell'uso popolare da allora:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Napoliòn, Napoliòn,&lt;br /&gt;ganbia menestra&lt;br /&gt;ma resta al paron.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo il trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, che assegnava tutti i territori della Repubblica di Venezia ad est dell’Adige all’Austria, mentre i ducati di Milano e Mantova assieme a territori del Belgio andarono a Napoleone, nel giro di soli tre mesi il Territorio passò in mano alle autorità austriache. Le truppe napoleoniche nel frattempo, nell’attesa di abbandonare queste zone, si diedero a saccheggi e devastazioni di ogni genere coinvolgendo anche gli archivi delle amministrazioni veneziane, delle confraternite e delle chiese; archivi che, del resto, contribuirono a mutilare anche molte persone del luogo, tese a far scomparire - nell’imminente arrivo dell’Austria - tutti quei documenti che avrebbero potuto rivelarsi compromettenti.&lt;br /&gt;L’Austria ebbe gioco facile (dopo che i principi di uguaglianza sociale, promulgati da francesi, avevano seriamente rischiato di far perdere per sempre gli antichi privilegi alle classi benestanti del Territorio) accappararsi le simpatie di quelli che, fino a poco prima fedeli sudditi della Serenissima, erano stati i suoi più acerrimi nemici. &lt;br /&gt;Tutto, o quasi, ritornò com’era prima dell’arrivo dei francesi. &lt;br /&gt;Le nuove truppe stanziatesi nella zona, però, non diedero problemi minori di quelle napoleoniche; e, sopratutto, l’Austria da subito iniziò una forte azione di controllo sulle attività e sulla popolazione del Territorio. Una popolazione che sapeva, seppure non lo dimostrava in modo palese, in larga parte ostile. Si richiesero, di conseguenza, ai parroci elenchi di persone sospette perseguitando sopratutto quelle persone di cultura che si dedicavano spinte dalle nuove idee libertarie, anche attraverso l’insegnamento, all’emancipazione degli strati sociali più bassi. Tra queste, vennero ben presto compresi tra gli altri Domenico Scocchi, Giuseppe Berini e Leonardo Brumati che, assieme ad altri studiosi locali, tra cui il poeta Francesco Cosani di Turriaco (1772-1855), fecero parte del corpo insegnante presso il "Ginnasio monfalconese". La vita di questa istituzione scolastica, promossa inizialmente dall’Austria nell’ambito della riforma scolastica portata avanti nelle provincie dell’Impero, fu ben presto apertamente osteggiata dal momento che in essa vi si ravvisò un pericoloso centro di diffusione di idee libertarie e italiane.&lt;br /&gt;Ma già il 17 novembre del 1805, in seguito alle sbalorditive e fulminee vittorie che andava mietendo ovunque, spingendosi addirittura fino a Vienna, l’esercito francese rientrò nuovamente nel Territorio. Non differentemente dalle altre volte, la presenza dei soldati, con le richieste estenuanti di carne per il vitto, legname e foraggi, ridusse allo stremo la popolazione locale. Il Friuli e le terre che furono veneziane, il 28 novembre 1805, suddivise in distretti, passarono sotto la giurisdizione di un Governo Provvisorio Centrale a Udine. L’Austria allora di lì a poco, il 26 dicembre, firmando il trattato di Presburgo e riconoscendo il nuovo Regno d’Italia, cedette tutte le terre ex venete che furono aggregate al Regno. Ma il destino della zona del monfalconese, vista l’esistenza degli inclusi di possesso austriaco, e nonostante il decreto imperiale di Monfalcone del 30 marzo 1806, rimase incerto. Difatti, dopo appena un anno e mezzo, a Fontainebleau si arrivò ad un accordo che poneva il corso dell’Isonzo, dalla sorgente alla foce, come confine tra l’Austria e il Regno d’Italia. Da quel momento Isola Morosini fu staccata dal Territorio storico, a cui era appartenuta da sempre, e divenne parte, con Gradisca e l’intero Friuli, del Regno d’Italia. &lt;br /&gt;L’Austria riprese allora il controllo della zona, anche se per poco. Avvennero nuove battaglie, provocate dal desiderio degli austriaci di recuperare le terre friulane perdute, cosa a cui non si erano mai rassegnati del tutto. Ma ben presto i francesi, nel primo momento presi alla sprovvista, reagirono con forza rioccupando per l’ennesima volta il Territorio. Napoleone costrinse di seguito l’Austria agli articoli della pace di Vienna, firmati il 14 ottobre 1809, con i quali gli Asburgo rinunciarono a Gorizia, Monfalcone, Trieste e a molte zone dell’Istria. Tutti questi territori, assieme al Circolo di Villacco, alla Corniola, all’Istria Veneta, a Fiume, alla Croazia alla Dalmazia, allo Stato di Ragusa, alle bocche di Catarro e ai Baliaggi di Lienz e di Liellen (Tirolo), vennero riuniti in un nuovo stato francese, con governo a Lubiana, le cosiddette "Provincie Illiriche" la cui breve vita ricopre l’arco di tempo che va dal 1809 e il 1813.&lt;br /&gt;Durante questo periodo le zone del monfalconese conobbero, regolate dal codice napoleonico, alcune radicali trasformazioni: furono soppressi definitivamente i privilegi e diritti nobiliari; molti terreni, mal coltivati, vennero espropriati al clero; ci fu una riforma dei pesi e delle misure con l’introduzione del sistema metrico decimale. Nuove norme igieniche vennero introdotte e sopratutto, cosa che favorì nuovi traffici commerciali, si ripristinò la rete stradale. Inoltre si tentarono opere di bonifica delle zone paludose. Anche "Il Ginnasio monfalconese" riprese nuovo slancio durante il periodo dell’occupazione francese, per merito soprattutto di Domenico Scocchi di cui parleremo più avanti diffusamente. &lt;br /&gt;Nel 1813, quando il potere di Napoleone cominciò ad incrinarsi, l’Austria infranse la neutralità e invase le Provincie Illiriche. Dopo diversi e sanguinosi combattimenti nel 1814, ripetutamente sconfitto, il Beuharnais firmò l’armistizio del 16 aprile 1814, a cui seguì, il 23 luglio, l’annessione delle Provincie Illiriche all’Impero Austroungarico. Il 7 aprile tutti i possessi dell’Imperatore Francesco i in Italia vennero riuniti in uno Stato che prese il nome di Lombardo-Veneto. Sempre in quell’anno, nel mese di agosto, si costituì il Regno d’Illiria retto da due governi, uno per la Carinzia e la Corniola, l’altro per il Litorale con Trieste, la Contea di Gorizia e Gradisca, una parte della Croazia e Monfalcone, Monastero, Duino, Sesana e Coma. &lt;br /&gt;Da questo momento l’Austria rimase al potere per i cent’anni successivi, portando avanti numerose riforme, come quella dell’introduzione di un nuovo Catasto e adoperandosi tra l’altro, con buoni risultati, nella lotta contro l’analfabetismo allora diffusissimo in tutt’Italia. Bisogna notare che però, al tempo stesso, ogni focolaio di libero pensiero continuava ad essere spento sul nascere: si trattava comunque pur sempre di una dominazione seppur, per certi versi, illuminata.&lt;br /&gt;La brusca interruzione dei secolari contatti con Venezia e le città lagunari comportò comunque gravi perdite per l’economia locale, riducendo l’importanza del porto di Monfalcone, e riducendo drasticamente i traffici commerciali. Si tentò di ovviare a questo attraverso lo sviluppo dell’agricoltura. Tra i vari tentativi ci fu anche quello della coltivazione del riso, che ebbe nefaste conseguenze sulla vita dei contadini, prima fra tutte la diffusione di una malattia terribile come la malaria, che andava a compromettere condizioni di vita già estreme, se pensiamo che ancora negli anni Venti del Novecento continuavano ad esistere abitazioni contadine costruite con canne, paglia e sterco.&lt;br /&gt;I molti anni di contatto con l'Austria portarono all'introduzione nel territorio anche di diverse parole come steure da steuer (tasse) o forbàit da Verweis (ramanzina) assieme a diverse altre spesso derivanti dal gergo militare ( vedi tàulic, "abile alla leva" o rùcsac "zaino militare") o tecnico (vedi slàif, "freno" o "sine" binari ferroviari").&lt;br /&gt;Agli inizi di questo secolo la costruzione dei Cantieri Navali di Monfalcone segnò il passaggio da un’economia di tipo rurale e piccolo artigiana a quella industriale, incrementando enormemente lo sviluppo demografico, e portando a Monfalcone, soltanto per fare un esempio, la popolazione in pochi anni da 4500 a 11000 persone. &lt;br /&gt;Durante la prima guerra mondiale molta parte degli edifici storici della zona furono distrutti e, con essi, quasi tutti gli archivi comunali e privati, il che comporta ancor oggi serie difficoltà nel ricostruire la vita, i costumi e il linguaggio di queste zone. Con l'abbattimento già nell'Ottocento delle mura merlate che circondavano, facendone un piccolo gioiello architettonico, il centro storico di Monfalcone; l'incuria inspiegabile che, dopo i bombardamenti della prima guerra, condannò alla distruzione importanti chiese interamente affrescate come quella cinquecentesca di San Polo, il patrimonio culturale di questo piccolo lembo di terra giuliana è stato irreversibilmente impoverito. Questi furono anche gli anni tragici dell'internamento in campi profughi in varie località dell'Austria (come Wagna) e dell'Italia di moltissimi bisiachi. Si trattò di esperienze durissime, per non dire traumatiche, che segnarono profondamente l'animo di un'intera generazione, testimoniate negli straordinari diari di Tita Adan come nei sonetti, solo in apparenza ironici, di Sabbadini.&lt;br /&gt;Alla fine del conflitto il Territorio fu riunito con il Regno d’Italia e nel 1923 assegnato alla provincia di Trieste.&lt;br /&gt;Durante la seconda guerra mondiale, invece, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il 15 ottobre il Territorio ritornò nuovamente a far parte, com’era accaduto in epoca napoleonica, di una regione fittizia istituita dalle autorità germaniche: la Zona di operazione del Litorale Adriatico. Questa zona comprendeva anche tutto il Friuli, l’Istria e la Slovenia, e fu liberata dalle truppe partigiane jugoslave, italiane assieme a quelle regolari anglo-americane. In seguito per quaranta giorni il Territorio fu occupato dai reparti jugoslavi, fino al 12 giugno 1945, quando passò sotto il Governo Militare Alleato anglo-americano in attesa del trattato di pace tra l’Italia e le potenze vincitrici, trattato che fu firmato, a Parigi, il 10 febbraio 1947. &lt;br /&gt;Da quel momento, Monfalcone e parte del goriziano - la zona che attualmente costituisce la provincia di Gorizia - diventarono definitivamente parte dell’Italia pur continuando a vivere tutte quelle problematiche, sia positive che negative, comuni ad altre aree di confine. Problematiche che spesso, come si è visto, hanno avuto origine spesso in anni lontanissimi, facendo dell'instabilità, della mancanza di riferimenti precisi e fissi con cui rapportarsi (a partire dalla classe dirigente) quasi un patrimonio genetico di queste genti per secoli abituate a subire invasioni, saccheggi, dominazioni straniere. &lt;br /&gt;Alla fine di questa rapida (e necessariamente riduttiva) cronistoria delle genti bisiache, l'analisi più lucida finora del tardo sviluppo culturale di questa zona mi sembra, ancor oggi, quella descritta nel suo saggio letteratura in bisiaco da Pier Maria Miniussi: "Posto ai margini di una regione periferica e povero di risorse naturali, inospitale e malsano a causa delle paludi che occupavano buona parte della sua limitata estensione, il Territorio era predestinato all'emarginazione economica, sociale e culturale e la storia non fece altro che assecondare questa sua vocazione. Per tutto il Medioevo, l'appartenenza ad uno stato feudale come quello patriarchino, più vicino al mondo tedesco che a quello italiano, tenne la civiltà comunale lontana da Monfalcone ed impedì alla città, che pure come sede di muda (dogana) godeva di un certo benessere, di dotarsi di una borghesia imprenditoriale e mercantile che facesse da volano al suo sviluppo civile e culturale; d'altra parte, l'angustia e la povertà del Territorio impedirono la formazione di una nobiltà indigena e l'insediamento di centri di vita religiosa, che a loro volta assumessero, come invece avveniva nel Friuli, la leadership politica ed intellettuale della zona. Il passaggio alla Repubblica veneta peggiorò la situazione del Monfalconese, che dopo Worms divenne una enclave in territorio ostile, oggetto di saltuarie ed insufficienti attenzioni da parte del governo veneziano al quale interessava solo quale avamposto militare o come moneta di scambio in caso di negoziato con gli Asburgo per il recupero pacifico di Gradisca. In questa contrada povera, spopolata e teatro di ricorrenti eventi bellici, il seme di una qualche attività culturale non poteva trovare terreno fertile". &lt;br /&gt;Gli anni della dominazione asburgica, del resto, da questo punto non favorirono - ma piuttosto ostacolarono - il nascere di una intelighenzia locale anche se, come abbiamo visto, la Bisiacaria non era certo sprovvista di studiosi o artisti (come Marianna Pascoli, amica del Canova) noti anche all'estero. La mancanza di una vera autonomia o libertà caratterizzò così, da sempre, la vita di queste genti. Autonomia e libertà che necessariamente sono state ricercate allora - perché forse altro non si poteva fare - in un atteggiamento interiore di orgogliosa appartenenza alla propria comunità, al proprio linguaggio, ai propri luoghi (il che ha favorito invece il nascere di una cultura popolare ricca ed interessante) creando così, sulla terraferma, una sorta di isola i cui confini erano, per chi li abitava, solo quelli naturali del Carso e dell'Isonzo. Confini facilmente attraversabili, sì (anche se, ricordiamo, il primo ponte in legno sull'Isonzo, fu costruito a Sagrado soltanto nel 1845), ma allora sufficienti a dividere nettamente, pacificamente ma senza possibilità di confusione, gli abitanti della Bisiacarìa dai vicinissimi friulani e sloveni. Confini che hanno reso possibile la conservazione, di conseguenza, di una parlata e di una cultura dai tratti così particolari fin quasi ai nostri giorni. &lt;br /&gt;Più che da una perseguita volontà di isolamento, questo senso dell'appartenenza ad un gruppo ben preciso, con le sue leggi comportamentali ferree sebbene non scritte, ha però forse la sua origine in un'estrema ricerca di difesa: difesa di se stessi dallo smarrimento, dal timore di sparire senza lasciare altro che labili tracce dietro di sé come i tanti, provenienti dai paesi più diversi, che hanno attraversato queste terre di frontiera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(IMMAGINE TRATTA DAL SITO DELLA BIBLIOTECA&lt;br /&gt;COMUNALE DI MONFALCONE)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3056451328677879970?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3056451328677879970/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3056451328677879970' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3056451328677879970'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3056451328677879970'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/storia-della-bisiacara_05.html' title='Storia della Bisiacarìa'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo4qO-70qI/AAAAAAAAAH0/EKASP42o2dg/s72-c/monfalcone+codice.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5650753424035649155</id><published>2008-11-05T07:46:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:02:02.421+02:00</updated><title type='text'>"Nobiltà dei vini bisiachi" di Silvio Domini</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZnKcJHmI/AAAAAAAAAEc/R2BSJymSk-8/s1600-h/traminer.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 255px; height: 286px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZnKcJHmI/AAAAAAAAAEc/R2BSJymSk-8/s320/traminer.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371133666200723042" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;"né per lo spirito, né per lo gusto,&lt;br /&gt;né per altra qualità, che nei più pregiati &lt;br /&gt;si cerchi, non cedon la palma" &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Non è qui il caso di lodare ancora il più classico dei vini monfalconesi e cioè il Pucino, al quale, secondo le informazioni dell'insigne naturalista romano Plinio il Vecchio, va il merito di aver mantenuto in salute ed in vita fino alla tarda età l'imperatrice Livia. Così lo studioso si esprime nelle pagine della sua Storia Naturale: "...gignitur in sinu Adriatici maris, non procul a Timavo fonte, saxeo colle, maritimo afflatu, paucas coquente amphoras". In passato si è discusso molto e si è scritto diffusamente onde determinare a quale vitigno odierno corrispondesse il Pucino. A noi interessa solamente che tale celebre vino venisse prodotto ai margini orientali del nostro Territorio in una condizione ambientale che è nostra.&lt;br /&gt;  Sempre dalle opere di Plinio e da quelle di Virgilio, lo storico e traduttore Giuseppe Berini da Ronchi (1746-1831), attinse le notizie su due altri vini che le nostre terre offrivano già in epoca romana. Riportiamo l'interessante passo riguardante San Canzian d'Isonzo:&lt;br /&gt;" Andava ancor io dicendo tra me: qui, ove presentemente gracida l'importuno ranocchio, in tempi lontani eccheggiava da un luogo all'altro il giulivo canto del carettiere di Nauporto e di Emona, che aveva cioncato ciotole ricolme della dolce Elvola e del durevole vino prodotto dalla vite Aminea. Questi due vini corrispondono alla Rebola e al Cividino. Sono ambidue vini bianchi e ricercati, in modo particolare dai popoli della Carniola e della Carinzia. Il nome di Rebola deriva dal vocabolo latino di "helvola", con cui denotavasi la stessa uva di quei tempi, come lo dimostra la uniformità della desinenza e, meglio ancora, il colore dei suoi acini.  L'uva di tal nome ha un certo rosso pallido tendente al giallastro, quale è appunto il colore che dicevasi "helvus" dai Latini. Nel Cividino si combinano i connotati assegnati da Virgilio pel secondo vino, cioè di essere un vino da durata, "vimum firmissimum", e di venir prodotto da una vite scevra di minio, "aminea". Certe vini come il Refosco e simili varietà, contengono nella cellulare della parte legnosa una sostanza colorata che imita il cinabro detto "minio" dai Latini. Questa sostanza al tempo della lagrimazione scola fuori pei tagli della potatura, insieme alla linfa della vite, e tinge gli strati mucillaginosi che vi si formano intorno al tronco. La mucillaggine che si condensa sulla vite del Cividino non è rossa, ma pallida e cioè "Aminea".&lt;br /&gt;  La presenza del Cividino, in Bisiàc chiamato Zividìn, e della sua coltura nelle nostre terre ci viene pure confermata da un antichissimo toponimo del territorio comunale di San Canzian d'Isonzo (Saganziàn). Esiste appunto una località denominata già in tempi lontani al Zividin, nome che venne registrato nelle mappe catastali del 1818 nella versione italianizzata di Cividino.&lt;br /&gt;  In un codice dell'Archivio Comunale di Monfalcone, risalente agli anni 1447-48, sono registrate le molte spedizioni di merci dal porto di Monfalcone e dirette a Venezia, consistenti per la maggior parte in agnelli, lino e un'infinità di botti di vino del Territorio. Per dare un breve esempio riportiamo le registrazioni del giorno 15 maggio 1447:&lt;br /&gt;  Die XV mai ser Petrus Tajapiera de Burano conducis Venetias in eius barcha arnasia (1) tria circullata vini, sunt urne (2) octo.&lt;br /&gt;  Die suprascripto Johanes Petri de Burano conducit in Venetias in eius barcha arnasia duo vini, sunt urne sex. Item unam barillam vini.&lt;br /&gt;  Die suprascripto Julianus de Venetiis, procurator ser Nicolai de Claricinis mittit, par  Victorem Oxello de Venetiis patronum barche, arnasia 16 et barillas quatuor vini, sunt urne 43 vini.&lt;br /&gt;  Così accadeva quasi ogni giorno. I vini locali, in questi tempi medioevali andavano a rallegrare le mense dei nobili veneziani (3).&lt;br /&gt;  Lo storico udinese conte Basilio Asquini nel 1741 così scriveva dei vini del Territorio monfalconese, e a lui, intenditore e specialista, possiamo credere in quanto la sua famiglia possedeva da secoli vaste tenute presso Staranzano:&lt;br /&gt;  Ma in niuna cosa spicca maggiormente la meravigliosa attività di questo Territorio, che nella produzion delle piante (4), le quali ben nutrite, e perciò ritte, grosse e succose s'incontrano quasi in ogni luogo: singolarmente le viti, né di più feconde, né di più folte crediamo che in tutto il suo imperio possa vantare Bacco. Parrebbe cosa difficile a credersi, e forse tra le menzogne da reputarsi, quando ciò non constasse da Quartesi, o sieno Decime, di una ogni quaranta misure, che si pagano nel Territorio de Monfalcone alli Parochi, il dire, che questo picciolo e ristretto paese, che appena per la metà è piantato di viti, essendo in molti luoghi occupato da monti, prati, pascoli e spezialmente da longhe e  ben larghe paludi, imbotti un anno per l'altro circa dodicimila Orne di vino, che danno Conzi (4) circa ventimila, misura di cui servesi la maggior parte del Friuli. Ma ciò che rende maggior meraviglia si è, che in tanta copia di vino, non vi manca il suo pregio: se però si eccettuano le Rossare, da cui spremesi un sempre debole e scolorito licore. Gli altri tutti sono, per le mense particolarmente, di una singolarissima stima: dimodochè né per lo spirito, né per lo gusto, né per altra qualità, che nei più pregiati si cerchi, non cedon la palma, non dirò solamente a quelli del resto del Friuli, quntunque di squisitissimi ne produca, ma ne pure ad alcun altro de più lodati che ne vanti l'Italia; imperciocché molto pettorali sono e passanti; e di più grand'acqua portano senza gran fatto scemare di vigore...".&lt;br /&gt;  Che questo singolare apprezzamento ci arrivi dal conte Asquini, non è dir poco e possiamo supporre che uno di questi vini lodati sia stato il Picolit. Forse proprio dalle campagne di Dobbia i Conti Asquini portarono questo vitigno a Fagagna presso il loro castello. Infatti il nipote Fabio Asquini nel 1762 iniziò, per la prima volta, il commercio di questo dolce e profumatissimo vino bianco, facendo soffiare a Murano delle bottiglie speciali che presero la volta delle Corti europee e del Vaticano. L'origine bisiaca del Picolit certamente è una supposizione, ma che viene avvalorata dall'esito della presentazione dei migliori vini della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca alla Mostra Internazionale di Londra del 1862, dove vennero premiate con medaglie d'oro le sei bottiglie di Picolit dell'anno 1849 prodotte dal possidente monfalconese Domenico Vio nei vigneti di Staranzano e Dobbia. La Società Agraria Goriziana, nel dare, in un suo periodico, questo lieto annuncio, informava che del Picolit  vincente erano disponibili 1.000 bottiglie, uguali a quelle inviate a Londra per la giuria.&lt;br /&gt;  Concludendo, Monfalcone e il suo Territorio, possono ben a ragione vantare eccellenti vini, che trovano nella storia illustri predecessori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Note:&lt;br /&gt;1) Arnaso, "botte per il vino"; recipiente in legno per cantina.&lt;br /&gt;2) Orna, tino per le vendemmie; misura per liquidi (anticamente sotto Venezia corrispondeva a sei secchie).&lt;br /&gt;3) A questo proposito, nel testo Delle rime piasevoli di diversi autori, nuovamente raccolte da M. Modesto Pini, &amp; intitolate La Caravana, Parte prima, in Venetia (appresso Sigismondo Bordogna) 1573, troviamo: "In casa mia ieri pi pien che un vuovo, / Vini da mar, vini da Monfalcon".&lt;br /&gt;4)  Conz, antica misura per vino, in leg&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5650753424035649155?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5650753424035649155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5650753424035649155' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5650753424035649155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5650753424035649155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/nobilt-dei-vini-bisiachi-di-silvio.html' title='&quot;Nobiltà dei vini bisiachi&quot; di Silvio Domini'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooZnKcJHmI/AAAAAAAAAEc/R2BSJymSk-8/s72-c/traminer.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-4574169270331063037</id><published>2008-11-04T21:12:00.000+01:00</published><updated>2008-11-04T21:15:05.071+01:00</updated><title type='text'>Premio teatro in veneto del Circolo Brandl</title><content type='html'>PREMIAZIONI CONCORSO TEATRO IN PIAZZA 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si sono svolte venerdì 5 settembre, nell'ambito dei festeggiamenti della Festa in piazza edizione 2008, le premiazioni del primo concorso Teatro in piazza promosso dal Circolo culturale e ricreativo Brandl.&lt;br /&gt;Alle 20.30 sotto al tendone allestito in piazza Libertà dietro al complesso del Curtivon alla presenza della giuria composta da registi, giornalisti, uomini di teatro ed esperti in dialettologia quali Mario Mirasola, Luca Perrino, Fabio Miotti, Ivan Crico e una rappresentanza della compagnia teatrale Brandl, è stato nominato il vincitore assoluto del concorso: il premio unico è andato per quest'edizione alla triestina Patrizia Sorrentino.&lt;br /&gt;Altre segnalazioni sono andate ai bisiachi Livio Glavich e a Enrico Colussi che si sono distinti per l'originalità dei testi e per la proprietà del linguaggio impiegato. L'iniziativa, bandita a fine 2007, gode del patrocinio della Regione, della Provincia, dell'amministrazione comunale, dell'Istituto di cultura e lingua veneta per il FVG, Istria e Dalmazia e della Proloco Turriaco. &lt;br /&gt;Lo scopo principale del concorso era quello di rilanciare l’interesse verso le forme della scrittura teatrale dialettale ed incoraggiare la diffusione dei linguaggi del teatro soprattutto tra le giovani generazioni ed era rivolto ad  autori di testi teatrali scritti in un dialetto appartenente all'area veneta.&lt;br /&gt; A seguire la compagnia teatrale del Brandl ha proposto la rappresentazione del testo risultato vincitore del concorso, una commedia dal significato particolare intitolata "Le streghe di Cernika".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa Baldo&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-4574169270331063037?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/4574169270331063037/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=4574169270331063037' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4574169270331063037'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4574169270331063037'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/premio-teatro-in-veneto-del-circolo.html' title='Premio teatro in veneto del Circolo Brandl'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-5891883517632884612</id><published>2008-11-04T19:37:00.002+01:00</published><updated>2009-08-18T07:22:02.837+02:00</updated><title type='text'>testi in bisiac tra '800 e '900</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo6RsXn9sI/AAAAAAAAAIE/qrtoLXXhLsk/s1600-h/rocca+di+monfalcone.png"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 282px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo6RsXn9sI/AAAAAAAAAIE/qrtoLXXhLsk/s320/rocca+di+monfalcone.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371169581235173058" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testi bisiachi tra Ottocento e Novecento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;COS CHE CATARÉ&lt;br /&gt;INDICE:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) "TRE POESIE" di LEONARDO BRUMATI (1837)&lt;br /&gt;2) "DETTI SENTENZIOSI" DI LEONARDO BRUMATI (1852)&lt;br /&gt;3) "LA SAGRA DEI DISCOLZI" DI PIERO CAUZER (1882)&lt;br /&gt;4) TESTI DI FILIPPO E GIOVANNI CECHET (1893 - 1894)&lt;br /&gt;5) "L'ORA DE AMOR" DI VALENTINO BATTILANA (1898)&lt;br /&gt;6) "LA STRIGA BRUSADA VIVA" (1901)&lt;br /&gt;7) "LA VITA MILITAR" DI ANTONIO COLOBIG (1904)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"TRE POESIE" DI LEONARDO BRUMATI (1837)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Leonardo Brumati nacque a Ronchi dei Legionari il 4 agosto 1774 da un’umile famiglia di artigiani. Come ricordava Silvio Domini nelle belle pagine a lui dedicate e da cui abbiamo tratto le note seguenti, dimostrando fin da piccolo una non comune intelligenza, venne mandato a studiare da Giuseppe Berini, anch’esso di origine ronchese, importante archeologo, storico e traduttore di classici, nato nel 1762 e morto nel 1820. Leonardo Brumati compì i suoi studi superiori a Udine e successivamente, per meriti personali, fu invitato a Venezia dove ebbe modo di perfezionare le materie, sopratutto di tipo scientifico, per le quali era naturalmente portato. Pochi mesi dopo la caduta della Serenissima, il 14 gennaio 1837, ricevette a Gorizia l’ordine sacro.   &lt;br /&gt;  A Vermegliano, un piccolo paese presso Ronchi dei Legionari, fu cappellano esposito. Presso il "Ginnasio" di Monfalcone, in cui insegnarono anche Giuseppe Berini, Alessandro Stagni, Domenico Scocchi e Francesco Cosani, dove si distinse per le sue doti di insegnante di fisica, scienze naturali e grammatica latina. L'istituzione scolastica ebbe, però, vita breve: fu difatti soppressa dall’Austria che vedeva, in questi insegnanti di vedute assai avanzate per l’epoca, abituati ad intrattenere contatti con i maggiori studiosi europei, dei fautori di idee libertarie e antiaustriache. Il Brumati, di conseguenza, fu a lungo osteggiato tanto da spingerlo ad un soggiorno, probabilmente forzato, in Istria. Rientrato in questi luoghi, che divennero negli anni l’oggetto principale di tanti appassionati e precisi studi, divenne cappellano festivo a Staranzano. Rimase però a vivere in una sua casa che possedeva nel borgo ronchese di San Vito e a Vermegliano dove, tra l’altro, creò un suo Orto Botanico visitato da prestigiosi studiosi italiani e stranieri. Contatti che sono testimoniati anche da un interessantissimo epistolario con lettere del chimico francese Gaj Lussac, del conchigliologo Buillet, del celebre professor Bertoloni di Bologna, dello scienziato tedesco Guglielmo Schiede di Cassel d’Assia, del botanico triestino Bortolo Biasoletto, del filologo Jacopo Pirona (autore del grande vocabolario friulano, che si era avvalso del Brumati per tradurre esattamente in italiano nomi di piante ed animali del vicino Friuli), e della poetessa friulana Caterina Percoto, che soggiornava spesso a Ronchi dei Legionari. Tra questi, inoltre, anche uno dei massimi botanici tedeschi, il Reichenbach (1793-1879) che gli dedicò il nome di una pianta che cresce lungo le rive del Natisone, il “Leontodon Brumati” appunto. Fu tra i fondatori dell’Orto Botanico di Urbino e, per la sua opera di ricercatore instancabile, preparatissimo, ottenne l’encomio solenne dell’Accademia delle scienze di Francia e un ambito riconoscimento della Società dell’Agricoltura di Milano. &lt;br /&gt;  Presso le Biblioteche di Udine e Gorizia sono conservate più di una ventina di sue opere manoscritte, ma soltanto due suoi lavori, escludendo i numerosi articoli apparsi su giornali o riviste del tempo, furono pubblicati in vita: il Catalogo sistematico delle conchiglie terrestri e fluviali osservate nel Territorio di Monfalcone  edito a Gorizia nel 1838 dalla tipografia Paternolli, e la lunghissima ode anacreontica, intitolata Per Messa Novella, dedicata a Don Giovanni Battista Nob. Dottori e fatta stampare a Udine nel 1838 da Padre Pietro Benedetti presso la tipografia Murero.&lt;br /&gt;  Il Brumati sentì il bisogno di diffondere fra il popolo,  dal quale proveniva, una cultura pratica - specialmente nel campo dell’agricoltura - che era frutto delle sue esperimentazioni, dei suoi studi e, se si vuole, della sua notevole erudizione. E nella prima metà del secolo scorso fu lui il personaggio trainante della comunità contadina e non solo di questa, fu lui il consigliere, il burbero amico, il confortatore, il maestro. Arrivava sul suo calés, trainato dal musset, per andare da una stalla all’altra, dalle vigne alla palude, dalla chiesa alla canonica-scuola con la tonaca impolverata e la barba incolta. Si rimboccava le maniche per insegnare, lavorando insieme ai gruppi che lo aspettavano o lo mandavano a chiamare. E’ merito suo se le donne staranzanesi (e quelle vermeglianesi) iniziarono la raccolta di quelle erbe e di quelle piante che, per diversi scopi, venivano preparate e portate a vendere a Trieste. L’opera di questo uomo genuino - particolare per quei tempi - favorì pure l’economia del paese, ma soprattutto gettò le basi di quelle idee e aspirazioni nuove (compito difficile in una comunità contadina e conservatrice!) che furono lievito sociale e culturale per molti decenni.&lt;br /&gt;  Era creduto e ascoltato, perché la sua azione disinteressata era ben diversa da quelle di coloro che non si ponevano neppure il problema dell’emancipazione delle classi subalterne e che curavano soltanto gli interessi personali e la conservazione dei privilegi. Con la sua voce tonante, tramandano i vecchi, si esprimeva nel colorito e vigoroso dialetto antico, mezzo insostituibile per entrare nelle menti di poveri analfabeti o quasi, piuttosto restii alle innovazioni; dialetto che egli sentì il bisogno di fissare sulle pagine dei suoi interessanti e precisi cataloghi sistematici della flora e della fauna del Territorio. Al Brumati sono stati attribuiti anche gli ottanta Detti sentenziosi, proverbi, adagi e pronostici de' Contadini del territorio di Monfalcone che più frequentemente si sentono, possibilmente esposti nel vernacolo ivi usato, salvo qualche parola cambiata a motivo di decenza, pubblicati anonimi alle pp. 53 e 54 del "Calendario per l'anno bisestile 1852 dell I.R. Società Agraria di Gorizia.&lt;br /&gt;  Mi sembra qui importante, dato l'interesse della scoperta, riportare per intero l'articolo che Silvio Domini ha dedicato al rinvenimento di tre poesie inedite del Brumati. Un articolo che contiene inoltre numerose ed importanti considerazioni riguardo al tipo di bisiàc impiegato: "Catalogando l’archivio dei notai Cosolo quando sono arrivato agli atti del 1830, in mezzo ad un fascicolo di contratti e testamenti, legato con un nastrino verde, mi è saltato fuori un fascicoletto di tre sole pagine, legato sul dorso con un cordoncino bicolore. Alla vista di tre composizioni poetiche in dialetto scritte con l’orignale calligrafia di Leonardo Brumati, la mia sorpresa è stata enorme. In calce al primo foglio, con altra scrittura minuta, la seguente scritta: “Manoscritti di Leonardo Brumati del 1837 e da me posseduti - Giuseppe Cosolo”.&lt;br /&gt;  Confesso di essermi emozionato, in quanto questa scoperta sposta l’inizio della letteratura bisiaca di molto indietro: il primo verseggiatore in bisiaco che finora si conosceva era il foglianino, Pietro Cauzer, che nel 1882 compose una serie di quartine, che lasciano molto a desiderare metricamente e di scarso valore letterario, per la “Sagra dei discolzi”.&lt;br /&gt;  La prima composizione del Brumati è un sonetto, scritto per le nozze di Giuseppe Cosolo con Elisabetta Lucia Maria Vio, avvenute nel 1789. Gli endecasillabi hanno rima AC BD nelle due quartine ed AC nelle due terzine: la metrica è perfetta e il bisiaco è quello usato a cavallo tra Sette e Ottocento.&lt;br /&gt;  Devo far notare che lo stesso anno dello sposalizio del Cosolo, il Brumati venne consacrato sacerdote: così si spiega questa poesia nata dalla loro amicizia per essere stati quasi coetanei.&lt;br /&gt;  La seconda poesia, intitolata “Morosi”, è composta da quattro quartine di perfetti ottonari con rima AD BC; in essa si rivela tutta la verve dell’autore, arguzia che già si conosceva nella citata “Ode anacreontica”.&lt;br /&gt;  La composizione "Morosi" non è databile con precisione, comunque sta nell’intervallo tra il 1798 e il 1837.&lt;br /&gt;  La terza composizione, intitolata umoristicamente “Mussa vernacola” (quel “Mussa” è una scherzosa trasformazione di “Musa”) è ancora un sonetto non caudato: le due quartine sono rimate AC BD e le due terzine AB, con C della prima e A della seconda che amalgnao i sei endecasillabi. L’argomento è serio: l’Autore si sfoga con i ricchi possidenti che avevano tentato, contro il suo parere di esperto e con nessun successo, la coltivazione del riso cinese o a secco, rovinando povera gente di San Canziano e di Staranzano e portando le zone malsane a ridosso dei paesi. Questa poesia è stata scritta senz’altro nel 1837. E’ pensabile che l’anziano notaio proprio nel 1837 abbia chiesto al Brumati di scrivergli i testi delle tre composizioni poetiche: la prima lo riguardava direttamente, le altre due forse gli piacevano.&lt;br /&gt;  Non sapremo forse mai quante e quali siano state le poesie del Brumati: io penso molte.&lt;br /&gt;  Ci sono bellissimi vocaboli come “felize”, “finamente”, “zoventù”, “corazo”, “solache”, “noma”, “cunsilgi”, “feva”, ecc. che ci confermano la continuità nei secoli di termini che sono arrivati fino a noi e che vengono ancora usati da quelli che parlano bisiaco. Mi fermo ancora un attimino soltanto sulle voci verbali “diseuo”, “andeuo” e “desfauo”, dove la “u” sta al posto della “v”, come si usava negli scritti veneti anche di molti secoli passati; queste voci, nell’uso parlato, avevano perso molto tempo prima la vocale finale, diventando “andéu” e “diséu”, uso che perdurò fino alla fine del secolo scorso e anche oltre, per trasformarsi col tempo, anche nell’uso scritto, in “andevo” e “disevo”. E si potrebbe continuare, perché le tre poesie offrono molti spunti sull’evoluzione del nostro dialetto.&lt;br /&gt;  Per concludere dirò che è stata per me e, immagino!, per quelli che si interessano di letteratura bisiaca una grande e fortunosa scoperta, che non solo dà modo di far principiare la desiderata antologia con un autore degnissimo che iniziò a scrivere in dialetto nel 1798, ma anche di far cadere la teoria dell’esistenza di due parlate dialettali venete nel Territorio storico di Monfalcone".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonet&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                                           A Lùzia e Bepi Cosul&lt;br /&gt;                                                           Sposi&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anca ti Lùzia te xe maridada,&lt;br /&gt;felize mi te auguro la vita&lt;br /&gt;finamente ti te à coronada&lt;br /&gt;quela speranza che la era zita&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;cignuda ta ’l to cor e ben serada.&lt;br /&gt;Dès bogna che te pense a far fioreti&lt;br /&gt;parché la zoventù te à donada&lt;br /&gt;a Bepi che al speta bei fioleti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par far faméa che la vaghe vanti drita&lt;br /&gt;su quela strada segnada del Signor.&lt;br /&gt;E ti Bepi corazo, ta la vita&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;xe anca spini e no solache fior.&lt;br /&gt;Ma tut passa in sto mondo, passa via,&lt;br /&gt;resta noma che al grando, vero amor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                     &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonetto. Anche tu, Lucia, ti sei maritata, / felice io ti auguro la vita / finalmente hai coronata / quella speranza che silenziosa // tenevi nel cuore ben custodita./ Adesso bisogna che tu pensi a far fioretti / poiché la gioventù hai donato / a Giuseppe che aspetta bei figlioli // per metter su famiglia che vada avanti diritta / lungo quella strada segnata dal Signore. / E tu Giuseppe coraggio, nella vita // ci sono anche le spine e non soltanto fiori. / Ma tutto passa in questo mondo, passa via, / rimane soltanto il grande, vero amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morosi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro zorno al mus se ferma&lt;br /&gt;e no zova la vis’ceta&lt;br /&gt;mi desmonto e vardo a dreta&lt;br /&gt;e de bot ò la conferma&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;drio la macia la cavala&lt;br /&gt;de sior Pinperle passona&lt;br /&gt;chieta chieta, bona bona,&lt;br /&gt;e al me mus, lu no no fala,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al te zira svelt a dreta&lt;br /&gt;ma sul oro li xe un fos&lt;br /&gt;e rucando a più no pos&lt;br /&gt;al rebalta la careta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando che ghe ciapa i sete&lt;br /&gt;i morosi i fa conpagno&lt;br /&gt;no i te scolta gnanca al lagno&lt;br /&gt;e i cunsilgi de mi prete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fidanzati. L'altro giorno l'asino si ferma / e a nulla serve il frustino / io scendo e, guardando alla mia destra, / capisco subito il perché: // oltre agli alberi la cavalla / del signor Pinperle bruca l'erba / quieta quieta, buona buona / e infallibile il mio asino // gira veloce a destra / ma, sul margine, lì c'è un fosso / e tirando a più non posso / rovescia il carretto. // Così, quando sragionano, / i fidanzati si comportano allo stesso modo: / non danno più ascolto né alle lagnanze / né ai consigli di me prete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mussa Vernacola&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tenp un bon udor la bavisela&lt;br /&gt;sufiava su de la marina cara&lt;br /&gt;ma dès cu’i risi, questa la é bela,&lt;br /&gt;vien su una spussa che l’é propio rara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No i à vulù scoltarme co diseuo&lt;br /&gt;de no piantar quei risi ta ’l paludo&lt;br /&gt;e i siori quando che mi lazò andeuo&lt;br /&gt;i me feva scanpar como un por gudo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par guantarme de bot in ta la nassa.&lt;br /&gt;Ma mi cun arte desfauo la madassa&lt;br /&gt;scrivendoghe a Gurizia le reson&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che no le à valù, parché al paron&lt;br /&gt;l’é senpre lu che al vinze e intant al por&lt;br /&gt;al à magnà le vache e al so lavor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mussa vernacola. Un tempo un buon odore la brezza leggera / portava su dalla marina cara / ma ora con le risaie, questa è bella, / arriva una puzza davvero rara. // Non mi hanno voluto ascoltare quando ripetevo / di non coltivare il riso nella palude / e i ricchi, quando mi recavo laggiù, / mi facevano scappare come un povero pesce // per cercare di farmi poi finire nella rete. / Ma io con arte disfacevo la matassa / scrivendo a Gorizia le ragioni // che però non sono servite, perché il padrone / alla fine è sempre lui a vincere e intanto il povero / ha perduto le mucche ed il suo lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I "DETTI SENTENZIOSI" DI LEONARDO BRUMATI (1852)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Gli ottanta Detti sentenziosi, proverbi, adagi e pronostici de' Contadini del territorio di Monfalcone che più frequentemente si sentono, possibilmente esposti nel vernacolo ivi usato, salvo qualche parola cambiata a motivo di decenza, pubblicati anonimi alle pp. 53 e 54 del "Calendario per l'anno bisestile 1852 dell I.R. Società Agraria di Gorizia, sono - con grande probabilità - da attribuirsi a Leonardo Brumati. Il grande interesse nei confronti del mondo naturale e, di conseguenza, anche alla vita dei contadini e al loro linguaggio, da parte di questo insigne studioso, è stato del resto confermato anche dalla recente scoperta di tre composizioni in dialetto bisiàc di cui una, in special modo, direttamente legata proprio a questi temi. &lt;br /&gt;  Ad ulteriore testimonianza del suo amore per la natura ricordiamo qui - ripercorrendo le belle pagine a lui dedicate da Silvio Domini - che a Vermegliano, tra l’altro, il Brumati creò un suo Orto Botanico visitato da prestigiosi studiosi italiani e stranieri. Contatti che sono testimoniati anche da un interessantissimo epistolario con lettere del chimico francese Gaj Lussac, del conchigliologo Buillet, del celebre professor Bertoloni di Bologna, dello scienziato tedesco Guglielmo Schiede di Cassel d’Assia, del botanico triestino Bortolo Biasoletto, del filologo Jacopo Pirona (autore del grande vocabolario friulano, che si era avvalso del Brumati per tradurre esattamente in italiano nomi di piante ed animali del vicino Friuli), e della poetessa friulana Caterina Percoto, che soggiornava spesso a Ronchi dei Legionari. Tra questi, inoltre, anche uno dei massimi botanici tedeschi, il Reichenbach (1793-1879) che gli dedicò il nome di una pianta che cresce lungo le rive del Natisone, il “Leontodon Brumati” appunto. Fu tra i fondatori dell’Orto Botanico di Urbino e, per la sua opera di ricercatore instancabile, preparatissimo, ottenne l’encomio solenne dell’Accademia delle scienze di Francia e un ambito riconoscimento della Società dell’Agricoltura di Milano. &lt;br /&gt;  Presso le Biblioteche di Udine e Gorizia sono conservate più di una ventina di sue opere manoscritte, ma soltanto due suoi lavori, escludendo i numerosi articoli apparsi su giornali o riviste del tempo, furono pubblicati in vita: il Catalogo sistematico delle conchiglie terrestri e fluviali osservate nel Territorio di Monfalcone  edito a Gorizia nel 1838 dalla tipografia Paternolli, e la lunghissima ode anacreontica, intitolata Per Messa Novella, dedicata a Don Giovanni Battista Nob. Dottori e fatta stampare a Udine nel 1838 da Padre Pietro Benedetti presso la tipografia Murero.&lt;br /&gt;  Il Brumati sentì il bisogno di diffondere fra il popolo,  dal quale proveniva, una cultura pratica - specialmente nel campo dell’agricoltura - che era frutto delle sue esperimentazioni, dei suoi studi e, se si vuole, della sua notevole erudizione. E nella prima metà del secolo scorso fu lui il personaggio trainante della comunità contadina e non solo di questa, fu lui il consigliere, il burbero amico, il confortatore, il maestro. Arrivava sul suo calés, trainato dal musset, per andare da una stalla all’altra, dalle vigne alla palude, dalla chiesa alla canonica-scuola con la tonaca impolverata e la barba incolta. Si rimboccava le maniche per insegnare, lavorando insieme ai gruppi che lo aspettavano o lo mandavano a chiamare. E’ merito suo se le donne staranzanesi (e quelle vermeglianesi) iniziarono la raccolta di quelle erbe e di quelle piante che, per diversi scopi, venivano preparate e portate a vendere a Trieste. L’opera di questo uomo genuino - particolare per quei tempi - favorì pure l’economia del paese, ma sopratutto gettò le basi di quelle idee e aspirazioni nuove (compito difficile in una comunità contadina e conservatrice!) che furono lievito sociale e culturale per molti decenni.&lt;br /&gt;  Era creduto e ascoltato, perché la sua azione disinteressata era ben diversa da quelle di coloro che non si ponevano neppure il problema dell’emancipazione delle classi subalterne e che curavano soltanto gli interessi personali e la conservazione dei privilegi. La sua voce tonante, tramandano i vecchi, si esprimeva nel colorito e vigoroso dialetto antico, mezzo insostituibile per entrare nelle menti di poveri analfabetti o quasi, piuttosto restii alle innovazioni; dialetto che egli sentì il bisogno di fissare sulle pagine dei suoi interessanti e precisi cataloghi sistematici della flora e della fauna del Territorio. &lt;br /&gt;  Per quanto riguarda i Detti sentenziosi, quel che appare più evidente - rispetto alle poesie ritrovate - è un tentativo di rendere maggiormente comprensibile il dialetto ai lettori attraverso un estesa italianizzazione dei termini impiegati volgendosi anche verso modelli che allora potevano apparire "alti", come appunto il veneziano. Nonostante questo, vi sono - oltre a numerosissimi termini - diverse spie che possono ricondurre alla parlata ottocentesca come l'uso di "ha" al posto del più moderno "ga" o l'uso frequente di "è" al posto di "xe". Troviamo parole come "scomenza" per "comincia" testimoniate ancora dal Bozzi e "ulìu" (qui scritto "uliv") assieme a molte altre. L'unico punto oscuro è rappresentato da "bauele" che potrebbe però essere anche un errore di trascrizione. A meno che non si tratti di qualche specie animale di cui non si sia tramandato il nome (ma è un po' improbabile visto la relativa vicinanza temporale) possiamo tentare qui un'ipotesi. La suddetta parola, come abbiamo detto, non compare nel nostro Vocabolario ma, dato il contesto, potrebbe forse trattarsi di "bartuele" nel senso di "bandelle, cerniere degli scuri", che possono a volte cigolare in corrispondenza dell'approssimarsi della pioggia. &lt;br /&gt;  Rimandiamo invece, per mancanza di spazio, al libro che raccoglie i proverbi della Bisiacaria (curato dagli autori del Vocabolario fraseologico del dialetto bisiàc) per quanto riguarda le spiegazioni dei detti qui di seguito riportati (n.d.r.).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;Detti sentenziosi, proverbi, adagi e pronostici&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;de' Contadini del territorio di Monfalcone, che più frequentemente si sentono possibilmente esposti nel vernacolo ivi usato, salvo qualche parola cambiata a motivo di decenza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1  Delle Calende no me n'incuro, pur che s. Paolo no fazza scuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2  Anno de neve, anno de gran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3  Anno de erba, anno de sterco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4  Inverno fredo e nevoso fa sperar buoni raccolti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5  Zenar fredo dà buon segno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6  S. Bastian colla viola in man.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7  Santa Gnesa tutta basa mezza mesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8  S. Vincenzo della gran freddura, s. Lorenzo della gran caldura, l'uno e l'altro poco dura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9  La Madona ceriola, che dal fredo semo fora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10 Se il dì delle candele è bon, l'orso vien fora della tana e torna disendo: dopo 'l bon vien el tristo, se è tristo va fora: dopo el tristo vien el bon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11  Fevrarut pezor de tut.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;12 Formento morbedo in fevrar, tropa paja, poco gran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;13 Marzo suto, Avril bagnà, Marzo temperà, beato el contadin che ha semenà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;14 Formenton raro, impina il granaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;15  Zapeme pizzul, tireme su grando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16  Se piove de la Sensa, se perde la semenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;17  Se se pianta i fasoi il dì delle rogazion, le forbese li magna soto tera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;18 Se piove a s. Barnabà, la uva se ne va.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;19  La notte de s. Zuan, el mosto entra nel gran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;20  Quando 'l sorgoros mostra 'l muso, la brava contadina fila il fuso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;21 La prima piova d'Agosto rinfresca 'l bosco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;22  El secco tra le Madone è pezzo de tuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;23  S. Rocco dà la chiave a ogni pitocco, s. Simon la torna al paron.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;24 La montana de s. Michel no la resta mai in ciel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;25  S. Simon strazza vele.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;26  S. Simon la vera seminion.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;27  Chi tardi semina e l'indovina &lt;br /&gt;      nol conti alla vicina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;28  Chi varda la luna no fa fortuna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;29  Varda 'l teren quando 'l va ben.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;30  A s. Martin ogni mosto deventa vin.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;31  A s. Andrea il porcel sulla brea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;32  L'inverno del fonte, l'istà del monte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;33  Bondanza in mar, caristia in tera,&lt;br /&gt;      bondanza in terra, caristia in mar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;34  Chi troppo brazza gnente strenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;35  Chi va pian va san.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;36  Quando una roba va ben quanto che basta,&lt;br /&gt;      no ghe tetar de drio che la se guasta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;37  Bezzi e fede manco che se crede.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;38  Bezzi e santità la metà della metà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;39  Pan fresco, legni verdi, e parona zovena rovina la casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;40  Scarpa grossa paga tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;41  Duro con duro no fa bon muro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;42  Quando la piova scomenza al mezzo dì, la dura tutto il dì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;43  Rosso de sera bon tempo se spera, &lt;br /&gt;      rosso de mattina piova vicina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;44  Cerchio de sera bon tempo se spera&lt;br /&gt;      cerchio de mattina piova vicina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;45  Cerchio lontan piova vicina,&lt;br /&gt;      cerchio vicin piova lontana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;46  Fumo che va per tera mostra piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;47  Sol in socca, o vento o aqua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;48  Lampa in ponente, no lampa per gnente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;49  Le razze sbatte le ale, e le va soto aqua, le mostra piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;50  Il porco zira colla fascina o colla paja in bocca 'l sinte piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;51 Le bauele le canta dì e notte, piova sicura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;52  Le cisile sgola raso terra, piova senza fal.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;53  Le formighe va in procession, vemo presto piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;54  El rusignol canta forte? 'l nasa piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;55  Casca 'l calizin, la caldiera chiapa fogo, segno di piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;56  La rumatera lavora, presto piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;57  Nuvoli alti no i dà piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;58  Le passare va in truppa per le macchie, le sente neviera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;59 Se de Nadal al zogo, de Pasqua al fogo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;60  Uliv bagnà ovi suti, uliv suto ovi bagnadi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;61 La stagion che canta 'l cuc, un'ora bagnà, un'ora sut.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;62  Lavoro e ledan, e no le sante man.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;63  Chi lavora ha una camisa, chi no lavora ghe n'ha do.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;64  Fatto sta che chi lavora magna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;65  L'aquazzo de matina è segno de piova vicina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;66  La papa fa la schiatta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;67  Quando i nuvoli è fatti a lana,&lt;br /&gt;      piova dentro la settimana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;68  Chi fa fala, falando s'impara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;69  Le cornacchie ciga, le nasa bora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;70  Salta fora i scorpioni i sinte piova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;71  Bezzi e amicizia sgorba la giustizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;72  Il pesce grando magna 'l pizzul.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;73  Chi le fa le pensa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;74  Scirocco chiaro, tramontana sicura&lt;br /&gt;      trattete in mar e non aver paura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;75  Il diaolo nol sarà poi tanto bruto che i lo fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;76  Can no magna de can.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;77  Co lo sterco monta in scagno,&lt;br /&gt;      o 'l spuzza, o 'l fa danno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;78  Più pressa che se à, più il diaulo tenta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;79  Chi la fa se l'aspette.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;80  Chi pensa mal spesso l'indovina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"LA SAGRA DEI DISCOLZI" DI PIERO CAUZER&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Piero Cauzer nacque nella località detta "Cornat" a Fogliano-Redipuglia. Non sono note né la data di nascita né quella di morte e non si conosce nulla nemmeno sulla sua vita. Speriamo che ricerche ancora in corso possano fornire in futuro qualche notizia utile su questo autore. In una pubblicazione di Ranieri Mario Cossar, riscoperta dallo studioso Pier Maria Miniussi, Usanze popolari d'un Comune della provincia di Trieste, edita nel novembre del 1941, è riportato un suo testo del 1882, accompagnato da una gustosa presentazione in bisiàc che qui di seguito riportiamo: "L'ano mileotozento e otantado nel mese de zugno i regazzi d'un borgo de Foian, che i lo ciama Cornat, s'avea metù in testa de 'ver anca lori un bal comòdo quei de la vila.&lt;br /&gt;  Alora xè 'nda in podestaria una deputazion de lori, par domandar al permesso del bal.&lt;br /&gt;  No essendo al podestà, al capocomun ghe dise: "Cossa volè balar, v'altri cornatari, che se tuti discolzi". E no ghe iera sta dat al permesso, calcolando che lori no iera solventi par le spese.&lt;br /&gt;  E l'ora i à parla co l'oste de quel borgo e lui ghe à fat la garanzia.&lt;br /&gt;  Al bal xè sta fat, xe vignù tanti foresti che xè sta fat un incasso sul bal che no i se spetava, parchè i foresti credeva proprio par vero che i varia balà discolzi". &lt;br /&gt;  Le undici quartine di ottonari non rivestono un gran peso dal punto di vista letterario mentre come documento linguistico (a parte alcune incertezze) offrono un'idea abbastanza precisa di quella che poteva essere la parlata bisiaca - con alcune particolari sfumature che ritroviamo anche nei testi dei Cechet e di Bozzi - nella Fogliano di fine Ottocento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Sagra dei Discolzi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era 'l sabo de la sagra,&lt;br /&gt;se capissi dei discolzi,&lt;br /&gt;sti regazi squasi bolsi&lt;br /&gt;stan slargando al bregàr.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se lavora dì e note,&lt;br /&gt;par far bel sto gran paese,&lt;br /&gt;e no se varda par le spese,&lt;br /&gt;che ghe tocarà pagar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La domeniga matina,&lt;br /&gt;tut al borgo xe in festa,&lt;br /&gt;e i à squasi pers la testa&lt;br /&gt;e no i sa più quala far.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le parone de le case&lt;br /&gt;le xe tute in gran fazende,&lt;br /&gt;preparando le merende,&lt;br /&gt;par i rivadi che sarà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Là s'un tuti i fogolari&lt;br /&gt;'na galina xe in ta la zita,&lt;br /&gt;par darghe un poc de vita&lt;br /&gt;al magnar de sto gran dì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando sona la canpana,&lt;br /&gt;al disnar xe su la tola,&lt;br /&gt;nissun dise 'na parola,&lt;br /&gt;par la granda comozion.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al magnar de sto gran zorno,&lt;br /&gt;al xe como quel dei siori,&lt;br /&gt;xe de iusto che anca i pori&lt;br /&gt;una volta à de magnar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A le quatro ore in punto,&lt;br /&gt;xe rivà la banda intiera&lt;br /&gt;cun dinanzi la bandiera&lt;br /&gt;cu la stema del Cornat.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qua se bala, qua se salta,&lt;br /&gt;comodo tanti mati,&lt;br /&gt;no pensando a altri fati&lt;br /&gt;che a saltar como cavrioi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Xe rivada tanta zente,&lt;br /&gt;e anca tanti balarini,&lt;br /&gt;a lassar tanti fiorini&lt;br /&gt;che in ta 'l doman i li spartirà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eco al luni de matina,&lt;br /&gt;i xe tuti in ostaria,&lt;br /&gt;par spendar cun ligria&lt;br /&gt;tuti i bezi che xe vanzà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Sagra degli Scalzi. Era il sabato della sagra, / degli scalzi si capisce, / questi ragazzi quasi sfiniti / stan allargando per il ballo il tavolato. // Si lavora giorno e notte, / per far bello questo gran paese, / e non si tien conto di tutte quelle spese / che bisognerà poi pagare. // La domenica mattina, / tutto il borgo è in festa, / ed han quasi perso la testa / e non san più che cosa fare. // Le donne nelle case / son tutte affaccendate, / preparando le merende / per coloro che verranno. // Là su tutti i focolari / c'è nella pentola una gallina, / per dare un po' di vita / al cibo di questo gran giorno. // Quando suona la campana, / ed il pranzo è sulla tavola, / nessuno dice una parola / per la grande commozione. // Il cibo di questo gran giorno / è uguale a quello dei signori, / ed è giusto che anche i poveri / per una volta possan mangiare. // Alle quattro in punto, / è arrivata la banda intera / con davanti la bandiera / e lo stemma del Cornat. // Qui si balla, qui si salta / come tanti matti, / non pensando ad altro / che a saltare come caprioli. // É arrivata tanta gente, / e anche tanti ballerini / a lasciare tanti fiorini / che domani ci si spartirà. // Ecco, al lunedì mattina / son già tutti in osteria / per spendere in allegria / tutti i soldi che son avanzati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TESTI DI FILIPPO E GIOVANNI CECHET (1893 - 1894)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Filippo Cechet nacque nel 1872 a Fogliano dove vide la luce anche il fratello Giuseppe. Della loro produzione poetica, che dovette essere assai vasta secondo quanto ricorda Carlo Luigi Bozzi, non rimane quasi nulla. Con Tenp birbante, Giuseppe Cechet  vinse il concorso per il testo di una canzonetta bandito nel 1894 in occasione dell'esposizione artistica di Gorizia, che apparve su "Pagine Friulane" del 5 agosto 1894 e ripubblicata dal Bozzi nel 1971, in un ricordo dei due fratelli apparso sulla rivista “La britula”. Quando che ’ndéu catarla invece, scritto da Filippo nel 1893, è il testo di una tra le più belle e famose canzoni bisiache: canzone già analizzata da Don Narciso Miniussi ma il cui autore è a lungo rimasto anonimo fino alla scoperta, da parte di Pier Maria Miniussi, di un dimenticato saggio di Ranieri Mario Cossar, Usanze popolari d’un Comune della Provincia di Trieste, in cui è riportato il testo con l’indicazione dell’autore. &lt;br /&gt;  Giuseppe Cechet, dopo essersi laureato in legge entrò nella Magistratura fino a divenire Presidente del Tribunale di Gorizia. Filippo Cechet invece, costretto da una malattia alle gambe all’invalidità, si dedicò allo studio delle lingue e a quello della musica, divenendo un noto e apprezzato traduttore e autore di testi e musiche popolari. Morì ancor giovane nel 1912. &lt;br /&gt;  Ma ecco qui di seguito come li ricordava, nel suo colorito bisiàc, Carlo Luigi Bozzi: "A Foiàn xe nassù più de zento ani fa Bipin Zechet, nomenà Morés, che ’l veva studià par dotor de leze e ’l xe ’ndà cu’l tenp in alt, de doventar gnente meno che President del Tribunal de Guriza. Ma Bipin Morés no se contentava de métar nomo in presón i birbanti; a tenp pers al scriveva anca puisìe in bisiàc, recordandose senpre del só paese e de la só zente. (...) Bipin Morés véva un fradel ( al véva veramente un zinque o sié, ma dès ne ’nporta sto qua) dispossént, che ’l véva pers le ganbe e ’l stava senpre ta ’l let.  Sto omo de bassól al véva inparà a scrivar e a lèzar; po, un poc par volta, al se véva mitù a studiar la lèngua taliana e a lèzar e comentar la Divina Comedia e i Promessi Sposi tant de savér a mente le parte più bele. Ma no basta ancóra: al véva studià al todesc’ e al franzese e ’l fava traduzion de libri, scriti in ste dó lèngue, par stampar su foli de Trieste e de Guriza.&lt;br /&gt;   E ’ncóra no basta: al véva anca ’nparà le note de la musica e a sonar al mandulìn e la ghitara, e cussì, cu’la pazienza, al véva mitù insieme un poc par volta una orchestra de mandulìni che ’ndava a sonar pa’le sagre e a Gradisca.&lt;br /&gt;   Insùma, miràcui, robe mai viste cossa che pol far un omo anca distirà ta let. (...) Sto omo al se ciamava Filipo e l’era cugnussù in duti i paesi bisiachi e furlani".&lt;br /&gt;  Sempre il Bozzi, su "La Cantada" del 1969, assieme al testo di Quando che 'ndeu catarla pubblicò due sonetti, non specificando l'autore dei testi, descrivendo i tre componimenti come "tre quadretti, tre scenette, svoltesi in altri tempi in un paese della Bisiacaria (che naturalmente no xe Foian) dipinti o dipinte (como che volè) da un versaiolo non privo di malizia e di morbin". Il Bozzi attribuisce i tre testi ad un unico autore che potrebbe essere quindi Filippo Cechet (di cui ormai è stata dimostrata la paternità della canzone) anche se non si può del tutto escludere - in mancanza d'altri documenti - che i sonetti siano stati scritti dal fratello Giuseppe oppure potrebbero essere il frutto di una collaborazione tra i due. Per la maggior comprensione dei testi bisogna ricordare che vi compaiono due figure d'altri tempi: un cieco suonatore d'organetto chiamato Peteata, ed un frate dell'ospedale di Gorizia che faceva il cavadenti per carità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tenp birbante&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pina la se ciamava&lt;br /&gt;la fiama del me cor;&lt;br /&gt;do oci che brusava,&lt;br /&gt;un muso dut amor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ’l tenp, sì quel birbante&lt;br /&gt;ghe piase variazion,&lt;br /&gt;e senza pensar massa&lt;br /&gt;la lasso in abandon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Me cato una seconda&lt;br /&gt;cossa volé de mei!&lt;br /&gt;Graziosa, viva, bionda,&lt;br /&gt;cu’i denti cussì bei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cato una terza fora&lt;br /&gt;de prima qualità&lt;br /&gt;la carnagion xe mora&lt;br /&gt;e bela in virità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Senpre cussì ganbiando&lt;br /&gt;como pavéa al fior,&lt;br /&gt;vado a piazér gustando&lt;br /&gt;cossa che xe l’amor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pina, Marieta, Rosa&lt;br /&gt;le se ga sposà;&lt;br /&gt;la storia xe curiosa:&lt;br /&gt;vedràn mi son restà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando volé sposarve&lt;br /&gt;no ste far como mi;&lt;br /&gt;no ste desmentegarve&lt;br /&gt;quel che xe dit a lì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al tenp, sì quel birbante&lt;br /&gt;ghe piase variazion&lt;br /&gt;e prima de ’vertirve&lt;br /&gt;ve lassa in abandon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tempo birbante  Pina si chiamava / la fiamma del mio cuore; / due occhi che ardevano / un viso tutto amore. // Ma il tempo, sì quel birbante / ama le variazioni, / e senza pensarci troppo / la lascio in abbandono. // Mi trovo una seconda, / cosa volete di più!, / graziosa, viva, bionda, / con denti così belli. //. Ne trovo una terza / di prima qualità / la carnagione scura / e bella in verità. // Sempre così cambiando / come farfalla il fiore,  / vado a mio piacere gustando / che cos’è l’amore. // Pina, Marietta, Rosa / si sono sposate; / la storia è curiosa: / scapolo son rimasto. // Quando vorrete sposarvi / non fate come me; / non dimenticatevi / di quel che è stato detto qui. // Il tempo, sì quel birbante / ama le variazioni / e prima di avvertirvi / vi lascia in abbandono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Filippo Cechet&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando che ’ndéu catarla&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando che ’ndéu catarla&lt;br /&gt;la me vigniva dogna&lt;br /&gt;e no la véa vergogna&lt;br /&gt;se ghe tachéu un bus.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anzi la véa caro&lt;br /&gt;mi ghe diséu lora:&lt;br /&gt;- “Catina ’ndemo fora&lt;br /&gt;pozarse al scalamus!” -&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- “Ah! no” - la féva èla -&lt;br /&gt;“no Toni, no bazìlo,&lt;br /&gt;e po, te vede che filo&lt;br /&gt;e fora xe tant scur”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò, par no disgustarla&lt;br /&gt;no ghe verzéu più boca,&lt;br /&gt;ma ghe ciapéu la roca&lt;br /&gt;e ghe la sgnachéu in ta’l mur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E po la me vigniva,&lt;br /&gt;pa’l col la me ciapeva,&lt;br /&gt;e po la me diseva:&lt;br /&gt;- “Te xe rabià cun mi?” -&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi ghe strenzéu la vita&lt;br /&gt;e la busséu sui oci&lt;br /&gt;e ghe diséu “Baloci&lt;br /&gt;te amo sola ti!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando andavo a trovarla. Quando andavo a trovarla / lei mi veniva vicino / e non provava vergogna / se le davo un bacio. // Anzi, la rendeva felice / e allora le dicevo: / - “Caterina andiamo fuori / ad appoggiarci sullo scalandrino!” - // - Ah, no” - lei rispondeva - / “no Antonio, non mi interessa, / e poi, non vedi che sto filando / e fuori è così buio”. // Così, per non disamorarla / non aprivo più bocca / ma prendevo la conocchia / e la scagliavo contro il muro. // E poi lei mi ritornava accanto, / mi abbracciava al collo, / e dopo mi diceva: / - “Sei arrabbiato con me?” - // Io la stringevo alla vita / e sugli occhi la baciavo/ e le dicevo “ Mia cara, / amo soltanto te!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Duta la note sto dent del juidizi...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Duta la note sto dent del juidizi!&lt;br /&gt;Che dolori, madona de l'altar,&lt;br /&gt;como se vessi in boca un par de stizi&lt;br /&gt;de quei che i arde ben sul fogolar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Te xe como i putei, pien de caprizi!&lt;br /&gt;mi te pridìco e ti no te sta scoltar.&lt;br /&gt;Te go dit mi e duti i to amizi:&lt;br /&gt;- Va là del frate e fatelo gavar!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Gavar un dent? ciò, femina danada&lt;br /&gt;ciò senza cor... mi me domando a mi:&lt;br /&gt;ma no te sa che duta la notada&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;como 'l Signor in crose go patì!&lt;br /&gt;Como'l Signor in crose! Che bulada&lt;br /&gt;dir: - Gava 'l dent! Prova gavarlo ti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutta la notte questo dente del giudizio... Tutta la notte questo dente del giudizio! / Che dolori, Madonna dell'altare!, / come se avessi in bocca dei legni incandescenti, / di quelli che bruciano bene sul focolare. // Sei come i bambini, pieno di capricci! / Io predico e tu non mi stai ad ascoltare. / Te l'ho ripetuto io e tutti i tuoi amici: / -Vai dal frate e fattelo togliere! // -  Togliermi un dente? Ah, femmina dannata / ah senza cuore... ma mi domando: / lo sai che per tutta la nottata // ho sofferto come il Signore sulla croce! / Come il Signore sulla croce! Facile / dire: - Fatti togliere il dente! Fattelo togliere a te!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che roba che go vist, in ta la vila...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che roba che go vist, in ta la vila:&lt;br /&gt;xe un che parla in t'un scartoz de lata&lt;br /&gt;al canta e 'l sona tant che Peteata&lt;br /&gt;cu'l organet; e un antro che 'l sivila&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;como 'na corsa. I xe i putei in fila&lt;br /&gt;par star sintir sta nova besteata.&lt;br /&gt;Cossa credeu che'l sie, vu mo, tata,&lt;br /&gt;sta piria che pridìca e che sivila?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più che te pol tiente a la larga, fia,&lt;br /&gt;de quel che 'nventa dès sti farisei:&lt;br /&gt;ta la piria xe 'l diàu, ànima mia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cussì diseu che 'l sie? Pori putei&lt;br /&gt;danai senza saver, giesumaria!&lt;br /&gt;Al diàu li rustirà como dordei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa ho visto in paese... Che cosa ho visto, in paese: / c'è uno che parla in un cartoccio di latta / e canta e suona come Peteata / con l'organetto, ed un altro che fischia // come un treno. Ci sono i bambini in fila / per ascoltare questa mostruosità. / Cosa credete che sia, voi, padre, / quest'imbuto che predica e sa fischiare? / Più che puoi tieniti alla larga, figlia mia, / da quello che inventano ora questi farisei: / nell'imbuto c'è il diavolo, anima mia! // Così dite? Poveri bambini / dannati senza saperlo, Gesù Maria! / Il diavolo li arrostirà come dei tordi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"L'ORA DE AMOR" DI VALENTINO BATTILANA (1898)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Valentino Battilana nacque a Monfalcone il 22 luglio 1871, come ricorda Aldo Buccarella in un suo scritto apparso nell'opuscolo edito in occasione del II "Festival de la Canzon Bisiaca" del 199l. Il padre gestiva la prima impresa di pompe funebri a Monfalcone ed egli iniziò ancor giovane a lavorare nella ditta paterna divenendo presto un provetto falegname ("marangon de fin"). Per la sua bravura e sensibilità artistica, il comune gli affidò di allestire le scene per il teatro comunale curandone anche gli addobbi in occasione di feste, balli e casi particolari. Per la sua predilezione ad usare nei festoni allegorici i colori della bandiera italiana, non era visto di buon occhio dagli austriaci e d'altra parte lui non nascose mai le sue forti simpatie per l'Italia, tanto da frequentare un gruppo di monfalconesi che intrattenevano rapporti con Cesare Battisti. Dal 1907 al 1915 fu membro comunque del consiglio comunale. Allo scoppio della guerra fu arruolato e mandato a combattere in Russia, da dove per le lotte ed i disagi ritornò invalido. Morì a Monfalcone nel 1938. Lasciò una discreta produzione di prose e canzoni ancora in parte da scoprire. Di recente sono stati pubblicati due suoi testi e cioè la "Canzonetta monfalconese" L'ora d'amor nel sopracitato opuscolo e, a cura di Pier Maria Miniussi, Evviva il fin del secolo, scritta il 2 febbraio 1900 in bisiàc, apparsa su "La Cantada" del 1991. Ambedue furono musicate dal maestro Nicolò Pletz. Della prima si conosceva una versione, datata 1898, composta da sei quartine che ad un primo esame risultano piuttosto sconclusionate e scritte in un dialetto approssimativo. La seconda versione invece, purtroppo mutila di un verso, è stata stampata nel 1899 dopo un esteso lavoro di revisione che l'ha resa più musicale sia nel ritmo che nella metrica. Le quartine sono diventate nove, scritte in settenari a rima alternata e franta, in cui l'autore esprime tutto il suo amore per la sua bella e per quei luoghi della vecchia Monfalcone che andavano scomparendo e che erano testimoni muti della storia amorosa. Si tratta comunque di testi dallo scarso valore letterario con cui si cercava, attraverso la celebrazione degli anni della dominazione veneziana e del ruolo che aveva rivestito nel passato la città - in linea con le tesi di storici del tempo come il Pocar o Caprin - di veicolare, come sempre sottolineava Pier Maria Miniussi, un messaggio irridentistico. Bisogna ricordare che, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, diversi altri autori si dedicarono alla creazione di canzoni, riscuotendo un tale favore da rimanere impresse, per molti anni ancora, nella memoria della gente. Canzoni che potevano trattare temi leggeri, amorosi, o fatti particolarmente efferati come La storia de la povera Marcelina, ma che non disdegnavano temi d'attualità come l'inaugurazione del canale navigabile di Monfalcone, come La cantada del cor del 1904 o, con No se iera che un vilagio del 1912, l'elevazione di Ronchi al rango di borgata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ora d'amor&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando che parlo, Lina,&lt;br /&gt;con ti, me bate 'l cor;&lt;br /&gt;la sera e la matina&lt;br /&gt;no penso che a sto amor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De là, drio de la fossa,&lt;br /&gt;andemo a far l'amor,&lt;br /&gt;. . . . . . . . . . . . . . . .&lt;br /&gt;mi te parlo de cor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La luna xe za fora,&lt;br /&gt;e fresco xe 'l borin,&lt;br /&gt;fate più in qua, xe l'ora...&lt;br /&gt;fate a mi più vizin.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bionda, se quel mureto&lt;br /&gt;là, poderia parlar...&lt;br /&gt;del nostro amor...scometo&lt;br /&gt;romanzo se pol far.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pensa che un giorno iera&lt;br /&gt;fortezza sta città...&lt;br /&gt;solo che quatro muri&lt;br /&gt;in memoria xe restà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dai tempi più remoti&lt;br /&gt;qua iera 'l gran Leon...&lt;br /&gt;E la Roca portava&lt;br /&gt;per stema el falcon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuto ga fin nel mondo,&lt;br /&gt;e tuto passa e vien...&lt;br /&gt;camina fina in fondo,&lt;br /&gt;sempre te voio ben.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Senti, l'orloio bate...&lt;br /&gt;le nove xe vizin,&lt;br /&gt;ma prima de lassarte&lt;br /&gt;dame ancora un basin.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo sarà 'l mio pegno;&lt;br /&gt;senpre te voio amar,&lt;br /&gt;dona te farò almeno&lt;br /&gt;e mai te voi lassar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ora d'amore. Quando parlo, Lina, / con te, mi batte il cuore; / la sera e la mattina / non penso che a questo amore. // Di là, oltre il fossato, / andiamo a far l'amore, / (...) / ti parlo con il cuore. // La luna si è già levata, / e fresco è il borino, / fatti più in qua, è l'ora ... / stammi più vicino. // Bionda, se quel muretto / lì, potesse parlare... / del nostro amore... / scommetto / che un romanzo se ne potrebbe fare. // Pensa che un tempo è stata / una fortezza questa città... / soltanto quattro mura / in sua memoria son rimaste. / Dai tempi più remoti / qui c'era il grande leone... / e la Rocca aveva / come stemma il falcone. // Tutto ha fine nel mondo, / e tutto passa e viene... / cammina fino in fondo, / sempre ti voglio bene. // Senti, l'orologio batte... / son quasi le nove, / ma prima di lasciarmi / dammi ancora un bacin. // Questo sarà il mio pegno; / sempre ti voglio amare, / donna ti farò almeno / e mai ti voglio lasciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"LA STRIGA BRUSADA VIVA" (1901)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciolta su a Segrà dell'Isonz&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Una diambara de veciata la iera cognosuda de tutt el paese par una striga patentada parché se la rivava ad ora a toccar qualchidun i restava subito strigati, che la ghe ni ga fatti anca morir, e tutti quanti i scampava de ela come il Diaul dell'aqua santa; cun dutt questo sempre la dinegava.&lt;br /&gt;  So fiole le ga benedì l'ora che le xe sposade, perchè no le podeva più sopportarla de tant tremenda che la iera, e il fio se ga cavà fora de casa anca lui, e quando che la è restà sola ghe ga dimandà a 'sto ultimo una putella che la ghe fassi compagnia, lui che ga 'cordà giusto per il rispetto de mare.&lt;br /&gt;  Una sera, che la iera dormir con so nezza, se ga alzà dal letto verso mezzanotte e la stava per andar via, quando che la putella dismissiada la ga comincià a pianzar che no la sta sola, che la ga paura.&lt;br /&gt;  Allora so nonna ghe dise:&lt;br /&gt;  - Ben, vien anche ti con mi, allora; ma no sta verzar bocca a nessun.&lt;br /&gt;  - No ghe digo a nessun, no nonna; e dove andemo?&lt;br /&gt;  - Vien cun mi ti e tasi cidina ve, che se te parla qualcossa te taio la lingua.&lt;br /&gt;  La à menà in cusina, e lì se ga messo a portar via la cinisa del fogoler e toccando no so in cossa ghe ga onzù i polsi e le tempie e dopo ciapada palla man le xe sparide tutte due pal cammin.&lt;br /&gt;  La putella mo, che se capisce, come tutti i putei, che no 'i xe boni de tegnir scondù niente, ghe ga ditto pochi giorni dopo a so pare che una notte la xe andada fora con so nonna, come che la ghe ga fatto, che le xè scampade pal camin, e rivade in tun prà grando, grando, dove che iera tante siore che le saltava, le ballava, le se contava storie, le zugava, ecc. ecc. e anca la nona cun lore, e po' no la sa in che maniera in tun moment le se ga trovà a casa.&lt;br /&gt;  Il puar omo al se ga mess pensar a 'ste parole, e 'l xe restà convint che so mare iera striga.&lt;br /&gt;  Qualche giorno dopo la ghe dise ancora:&lt;br /&gt;  - Tata mi son bona de far vegnir la tempesta, ve!&lt;br /&gt;  - Cos te dise che te se bona de far vegnir la tempesta?&lt;br /&gt;  - Si, si, tata, porteme fora una mastella de acqua e te vedarà.&lt;br /&gt;  - Ma ben se te la fa vegnir dove che no la fa danno?&lt;br /&gt;  - Dove che te vol, anca' sol tal curtiu.&lt;br /&gt;  Al ghe porta fora una mastella de acqua e in tun moment de bel seren che iera, vien su un nul fiss, fiss; la ciol do bachetuzze de sanguanella e la comincia a batter l'acqua con ste bacchette in crose e zò la tenpesta, e sta striguzza domanda a so pare:&lt;br /&gt;  - Tata, te la vol grossa?&lt;br /&gt;  Dopo la vigniva come patate a pien curtiu e fora nianca un spell.&lt;br /&gt;  So pare, tutto spaurì, ghe ga cigà:&lt;br /&gt;  basta, basta! - dal ditt al fatt, xe tornà seren.&lt;br /&gt;  Subito, lui xe andà contarghe al prete il fatt e questo ghe ga rispost:&lt;br /&gt;  - Eh, benedetto, tutta la causa xe vostra mare!&lt;br /&gt;  - E cossa varia de far?&lt;br /&gt;  - ma se volé ver pase in casa, e no ver altri malanni, bisogna che la brusé, e alla putella taiarghe la ponta del dé pizzul!&lt;br /&gt;  - Eh! Signor me perdone! Brusar me mare?&lt;br /&gt;  - Ma mi ve digo pel vostro ben...&lt;br /&gt;  Sto puar omo al se ga persuadù che nol pol far in altra maniera, e andà d'accordo cui cugnadi sovi de buttarla tal forno ben caldo e brusarla.&lt;br /&gt;  In quel giorno che i veva de far la cosa, lui per no vedere che ghe fava anca diol, al xe andà via de casa.&lt;br /&gt;  E cussì i ga fatto, dopo preparà pulito il forno; i gà mandà ciamar la vecia che la xe capitada subito, e appena entrada, vedendo so nora che la misciava sulla vintula che i veva preparà prima, e il forno caldo, la ghe domanda:&lt;br /&gt;  - Cossa véu de far el pan? - e disendo ste parole, la se ga vicinà al forno.&lt;br /&gt;  Allora so zeneri i xe saltadi fora de dove che i era scondudi, apposta i la ciapa e i la butta dentro; dopo i ga serà ben ben la busa, e pontada cun legno, e cussì urlando e cigando del dolor, la ga finì de far mal in sto mondo.&lt;br /&gt;  Dopo qualche temp, guarida il dè, so pare al ghe dise:&lt;br /&gt;  - Dài, famme vegnir un poca de tempesta!&lt;br /&gt;  La ga fatt ella come l'altra volta, ma tempesta no ghe ni xe vignuda.&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La striga brusada viva, secondo quanto riporta Domini nell'introduzione al Vocabolario fraseologico del dialetto bisiàc, venne raccolta da C. Domini a Sagrado e pubblicata da G. Picotti su &lt;&lt;Pagine Friulane&gt;&gt; (vol. XVI, Udine 1901, pp. 182-183) ed è il più antico testo in prosa nel nostro dialetto di cui si abbia conoscenza. Abbiamo deciso di riportarla qui così come è stata pubblicata a suo tempo, senza alcuna correzione, mantenendo i numerosi ed evidenti errori di trascrizione che non sfuggiranno di certo a quanti si interessano al dialetto bisiàc. È interessante far notare che il bisiàc parlato a Sagrado alla fine dell’Ottocento, a differenza di quanto alcuni hanno affermato, non era per nulla dissimile rispetto a quello parlato nel resto della Bisiacarìa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"LA VITA MILITAR" DI ANTONIO COLOBIG (1904)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  In un quaderno manoscritto che raccoglie anche alcune canzoni in italiano, del 1904, segnalatomi dall'amico Cesare Zorzin, tra altre cose meno importanti, ho trovato alcuni anni orsono una specie di sgangherata poesia intitolata La vita militar. L'autore, Antonio Colobig, detto "Toni de Nardo" o anche "Pacifico", era nato a Vermegliano nel 1879 ma si trasferì a Pieris quando aveva quattro anni, sposandosi successivamente con Ernesta Fabris (la donna ritratta sulla copertina del libro dedicato al costume femminile bisiàc), e dove morì il trentun maggio del 1927. &lt;br /&gt;  La poesia racconta, in forma burlesca anche se molto sincera e rivelatrice, del durissimo servizio di leva militare sotto L’Impero Austroungarico, che per la marina durava quattro anni. Si tratta un documento per molti versi importante perché, al di là del pur limitato valore letterario della composizione, ci presenta la vita militare vista dalla parte degli umili, di chi, in fondo, questa vita la subiva come una sorta di punizione incomprensibile che strappava l’individuo dalla vita di ogni giorno, dagli affetti, dal proprio lavoro. Non c’è, quindi, alcuna esaltazione della guerra o ombra di retorica così tipiche di quel periodo: ma, piuttosto, la contrapposizione fra un’umanità semplice, viva e reale, ed un mondo rigido, assurdo e implacabile, che parla una lingua lontana e straniera. E dunque, nascosto dietro un velo di apparente buonumore - attraverso cui chi è vittima, e vittima è destinato a rimanere, dimostra nella sua aderenza al vero la propria superiore umanità - una denuncia implacabile. &lt;br /&gt;  All’interno della poesia - un miscuglio tra bisiàc e un italiano incerto - sono inserite alcune parole e versi in austriaco, che rimandano ad ordini impartiti o a gradi della gerarchia militare. Verso la fine del testo viene nominato il “Mark Hotel”, che si riferisce alla prigione militare del luogo, a cui erano destinati i militari non ligi ai comandi, che venivano perciò chiamati “marchetti”. La poesia, assieme ad una lettera dell'autore, è apparsa nell'articolo Di guesto martirio fulminante, pubblicato dal sottoscritto in "Bisiacaria" nel numero unico 2000-2001.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vita militar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giorno che era festa&lt;br /&gt;E non sapendo cossa far&lt;br /&gt;Mi venne nella testa&lt;br /&gt;Di scrivere la vita militar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Son molti versi in rima&lt;br /&gt;Ma ho scielto i più belli&lt;br /&gt;Che per dirvela in orecchie&lt;br /&gt;Cosa è la marina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co semo in caserma&lt;br /&gt;Femo come l’infanteria&lt;br /&gt;Manovra scola e scherma&lt;br /&gt;Guardia e pulizia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appena spunta il giorno&lt;br /&gt;Con un tiro di cannone&lt;br /&gt;E con un segnal di corno&lt;br /&gt;I ne sveglia del paione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nemmeno ben vestiti&lt;br /&gt;I chiama per caffé&lt;br /&gt;E se presto no se corri&lt;br /&gt;I rispondi più no xe&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El caffé xe ecelente&lt;br /&gt;A quel’óra xe un bonbón&lt;br /&gt;Ma più giorni no ’l val gnente&lt;br /&gt;Nanche un patacón&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E dopo un poco i ciama&lt;br /&gt;“Andret mit ghevchr”&lt;br /&gt;Ancora mezzi indormenzadi&lt;br /&gt;Far tutto questo xe dovér&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se va abbasso là in piazzal&lt;br /&gt;Un per de orette a manovrar&lt;br /&gt;E poi se va in caserma&lt;br /&gt;Per i fucili ben nettar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Neanche ben nettai&lt;br /&gt;Per la guardia semo destinai&lt;br /&gt;E noi poveri marineri&lt;br /&gt;Così passemo la matina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La xe una disciplina&lt;br /&gt;Assai più mal de casa&lt;br /&gt;Ma intanto si avvicina&lt;br /&gt;L’ora de la manasa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con quel buon appetito&lt;br /&gt;Da veri commedianti&lt;br /&gt;Per questa bella partita&lt;br /&gt;Pronti come elefanti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La manasa i porta su&lt;br /&gt;Non pesa cosa cosa granda&lt;br /&gt;Ma nanche no xe più&lt;br /&gt;Quella pisciona de bevanda&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Brodo gnochi e carne lessa&lt;br /&gt;Sempre pasti variabili&lt;br /&gt;Ma noi solo ne interessa&lt;br /&gt;Che i sia grandi e saziabili&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certi domanda risi&lt;br /&gt;Se ghe xe un poco ancora&lt;br /&gt;El cogo se rabia e ’l disi&lt;br /&gt;No xe più va in malora&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El “tag sarse” se rabbia&lt;br /&gt;El disi fé presto magnar&lt;br /&gt;Che abbasso già la guardia&lt;br /&gt;Se senti a ciamar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se comincia indossar&lt;br /&gt;Giberna e munizión&lt;br /&gt;Poi se va a passar&lt;br /&gt;In piazza la revisión&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma poveri marineri&lt;br /&gt;D’istà e ancor d’inverno&lt;br /&gt;Pensando ai fogoleri&lt;br /&gt;Che a casa xe nell’interno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per esempio a Vallebimga&lt;br /&gt;Che de guardia se va là&lt;br /&gt;La xe una troppo lónga&lt;br /&gt;per un povero soldà&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In quel bosco solitario&lt;br /&gt;Che non entra nanche vento&lt;br /&gt;Xe come un santuario&lt;br /&gt;Chiuso come un convento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il magazìn numero sette&lt;br /&gt;Che xe sotto guardia dura&lt;br /&gt;Che per quelle due orette&lt;br /&gt;Se ciapa più d’una paura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni quarto d’óra&lt;br /&gt;per non restar indormenzà&lt;br /&gt;Se devi a squarciagola&lt;br /&gt;Zigar forte “Alt ver dà”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co xe vento in quel boschetto&lt;br /&gt;Qualche fòia la camina&lt;br /&gt;E quel povero che xe al posto&lt;br /&gt;Ghe par zà che sìa una mina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co se ga fatto due ore de posto&lt;br /&gt;Invece de andar dormir&lt;br /&gt;Tocca far due ore de aviso posto&lt;br /&gt;Ancora per soffrir&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo terminà ste quattro ore&lt;br /&gt;Se va per riposar&lt;br /&gt;Ma la panza no permetti&lt;br /&gt;La domanda de magnar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par contentar la panza&lt;br /&gt;Spesso anche ne toca&lt;br /&gt;Con grandissima creanza&lt;br /&gt;Inpinirla de pagnocca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sede poi tormenta&lt;br /&gt;E sbrondóla le budella&lt;br /&gt;Con magnifica eloquenza&lt;br /&gt;Zò de acqua una camela&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così se la passemo&lt;br /&gt;In guardia qua e là&lt;br /&gt;Ma per l’altro noi gavemo&lt;br /&gt;Miseria in quantità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se qualche povaretto&lt;br /&gt;Sul posto fa la spavada&lt;br /&gt;Due o tre mesi de marchetto&lt;br /&gt;I paga ben salada&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per andar fra quelle mura&lt;br /&gt;De marco ostel grande&lt;br /&gt;Fa una certa paura&lt;br /&gt;De farsela in mutande&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vita militare. Durante un giorno di festa / Non sapendo cosa fare / Mi venne in mente / Di descrivere la vita militare // Sono molti versi in rima / Ma ho scelto i più belli / Per farvi intender chiaramente / Che cos’è la Marina // Quando siamo in caserma / Facciamo come in fanteria / Manovre scuola e scherma / Guardia e pulizia // Appena spunta il giorno / Con un tiro di cannone / E con un segnale di corno / Ci buttano giù dal letto // Nemmeno ben vestiti / Ci chiamano per il caffé / E se presto non si corre / Rispondono che più non c’è // Il caffé è eccellente / A quell’ora è una chicca / Ma preso per più giorni vale / meno di una patacca // E dopo un poco ci chiamano / “Andret mit ghevchr” / Ancora mezzi addormentati / Far tutto questo è un dover // Si va giù in piazzale / Per un paio d’ore a far manovre / E poi si torna in caserma / Per i fucili a ben lustrare // Nemmeno finito del tutto di pulirli / Siamo destinati  alla guardia / E noi poveri marinai / Così trascorriamo la mattina // E’ una disciplina / Assai più dura che a casa / Ma intanto si avvicina / L’ora del rancio // Con quel buon appetito / Da veri commedianti / Per questa bella partita / Pronti come elefanti // Portano su il rancio / Che non pesa chissaché / Ma almeno non c’è più / Quella pisciona di bevanda // Brodo gnocchi e carne lessa / Sempre pasti variabili / Ma a noi soltanto ci interessa / Che siano abbondanti e capaci di saziare // Alcuni domandano del riso / se ve ne sia ancora un poco / Il cuoco si infuria e dice / è finito, andate a quel paese! // La guardia si arrabbia / E dice finite presto di mangiare / Che giù ormai si sente chiamare / E si comincia ad indossare / Giberna e munizioni / Poi si va / In piazza per l’ispezione // Insomma poveri marinai / D’estate e ancora d’inverno / Pensando ai focolari / nell’interno delle case // Per esempio a Vallebimga / Far la guardia là / dura troppo a lungo / Per un povero soldato // In quel bosco solitario / Dove non entra nemmeno il vento / Pare di essere in un santuario / Chiuso come un convento // Il magazzino numero sette / che è sempre sotto guardia dura / Che per quelle due orette / Si prende più d’un spavento // Ogni quarto d’ora / Per non cadere addormentato / Si deve a squarciagola / Gridare forte “Alt ver dà” // Quando c’è vento in quel boschetto / Si muove qualche foglia / E quel poveretto che sta al posto di guardia / Gli sembra già che ci sia una mina // Quando si sono fatte due ore di guardia / Invece di andare a dormire / Tocca farne altre due / Ancora per soffrire // Al termine di queste quattro ore / Si va a riposare / Ma lo stomaco non lo permette / Domanda da mangiare // Per accontentarlo / spesso anche ci tocca / Con grandissima creanza / Riempirlo con una pagnotta // La sete poi tormenta / E gorgogliano le budella / Con magnifica eloquenza / Si butta giù una gamella d’acqua // E così ce la passiamo / Facendo la guardia di qua e di là / Ma per il resto non abbiamo altro / Che miseria in quantità // Se poi qualche poveretto / Sul posto di guardia s’addormenta / Passa due o tre mesi da “marchetto” / Pagandola salata // Tra quelle mura andando del “Mark Hotel” / si ha paura / di farsela nelle mutande.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-5891883517632884612?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/5891883517632884612/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=5891883517632884612' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5891883517632884612'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/5891883517632884612'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/testi-in-bisiac-tra-800-e-900.html' title='testi in bisiac tra &apos;800 e &apos;900'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soo6RsXn9sI/AAAAAAAAAIE/qrtoLXXhLsk/s72-c/rocca+di+monfalcone.png' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-6918132158266334759</id><published>2008-11-04T18:44:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:05:26.091+02:00</updated><title type='text'>Proverbi bisiachi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooabDnc_VI/AAAAAAAAAEs/YogxU_TtnKE/s1600-h/proverbi.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 243px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooabDnc_VI/AAAAAAAAAEs/YogxU_TtnKE/s320/proverbi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371134557722312018" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Boca serada no ciapa mussati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Meglio non intromettersi per evitare problemi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I uséi se li ciapa&lt;br /&gt;co i xe’ncora ta la cóa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Bisogna prendere le occasioni al momento giusto)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dute le robe del mondo&lt;br /&gt;le sta ta la ponta de la lengua&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Non bisogna aver timore di chiedere)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Te ghe scanpe a la vaca&lt;br /&gt;e ’l bo al te tra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Letteralmente: Per schivare il calcio della mucca, ricevi quello del bue.&lt;br /&gt;Per sfuggire ad una situazione brutta, spesso ci si ritrova in una ancor peggiore)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al mal al vien in caroza&lt;br /&gt;E ’l va via a onza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Il male arriva velocemente e va via con l’olio di ricino che veniva venduto a oncie)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al vin bon no ghe serve frasca.&lt;br /&gt;(Le cose di qualità non hanno bisogno di pubblicità per essere riconosciute)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La piegura che la sbeléa&lt;br /&gt;la perde al bocon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Chi si perde in chiacchiere rimane a bocca asciutta)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al can de do paroni&lt;br /&gt;al resta senza magnar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Quando si è in troppi a decidere non si conclude nulla)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Magnar par forza&lt;br /&gt;no val 'na scorza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Non è salutare mangiare controvoglia)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co te vol che cegne no cen&lt;br /&gt;e co te vol che no ’l cegne&lt;br /&gt;basta un os de gril par fermar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Detto dai muratori quando si vuol demolire qualcosa e c’è qualcosa che lo impedisce o quando si arava e le bestie si fermavano perché c’era qualche ostacolo all’aratro)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-6918132158266334759?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/6918132158266334759/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=6918132158266334759' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6918132158266334759'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/6918132158266334759'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/proverbi-bisiachi.html' title='Proverbi bisiachi'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooabDnc_VI/AAAAAAAAAEs/YogxU_TtnKE/s72-c/proverbi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-4592370868275774196</id><published>2008-11-04T14:01:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T06:47:53.824+02:00</updated><title type='text'>Véce lïende e conte de la Bisiacarìa</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooyUL8ApzI/AAAAAAAAAHs/EREDSoanU_o/s1600-h/isonzo_a_sagrado.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 166px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooyUL8ApzI/AAAAAAAAAHs/EREDSoanU_o/s320/isonzo_a_sagrado.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371160827976001330" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Vecchie storie e leggende raccolte in Bisiacaria&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;COS CHE CATARÉ&lt;br /&gt;INDICE:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) La storia de Benfato e Malfato (contada de Begnamìn Braida a Ivan Crico a Saganziàn) / La storia di Benfatto e Malfatto (raccontata da Beniamino Braida a Ivan Crico, San Canzian d'Isonzo).&lt;br /&gt;2) "Al lóu e la bolpe" (cuìda de Ivan Crico a Pieris) / "Il lupo e la volpe" (raccolta da Ivan Crico a Pieris).&lt;br /&gt;3) "L’usel negro" (de Jambo de Segrà) / "L'uccello nero" (di Giordano Vittori, Sagrado).&lt;br /&gt;4) "Al gran de fava" (contada de Begnamìn Braida a Ivan Crico a Saganziàn) /  "Un chicco di fava" (raccontata da Beniamino Braida a Ivan Crico, San Canzian d'Isonzo).&lt;br /&gt;5) "Al canpanil de San Piero" (cuìda de Silvio Domini a San Piero) / "Il campanile di San Pier d'Isonzo" (raccolta da Sivio Domini a San Pier d'Isonzo).&lt;br /&gt;6) "Gnagno Vadagno" (cuìda de Aldo Buccarella a Mofalcon) / "Gnagno Vadagno" (raccolta da Aldo Buccarella a Monfalcone).&lt;br /&gt;7) "La lezenda de Samarc dei Bòcui" (cuìda de Aldo Buccarella a Mofalcon) / "La leggenda di San Marco dei Boccioli" (raccolta da Aldo Buccarella a Monfalcone).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia de Benfato e Malfato*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;'Na volta era un dói fradei cu'na mare vecia e malada. Benfato, al più grando, l'era un garzón de sest ma Malfato l'era un pór diau che ghe manchéa più de calche luni.&lt;br /&gt;Un zorno Benfato al ghe à ordenà a Malfato de 'ndar ta'l mulin. Malfato lóra, ciapà al sac ta le spale, l'è 'ndà ta'l mulin e 'l s'à fat masenar al gran. Lassada la muldura par paga, l'à cargà al sac de farina par menarlo fina casa. Strac como che l'era - e vidù che de un buset del sac la poca farina che la vignìa fóra al vént i la sufiéa vers casa sóa - al s'à 'npensà de desvoidar al sac parziò che 'l vent al mene casa la farina senza far fadiga.&lt;br /&gt;Rivà casa, Benfato al ghe à dimandà:&lt;br /&gt;-Onde èla la farina?&lt;br /&gt;E Malfato al ghe à respundù:&lt;br /&gt;- No la è vignuda casa vanti de mi sufiada del vént?&lt;br /&gt;Lóra Benfato al ghe à dit:&lt;br /&gt;- Por mi cun ti. 'Ndarò mi diman ta 'l mulin. Intant ti te tendarà la mare e te ghe farà un bón bagno.&lt;br /&gt;Ta'l diman, Benfato l'è 'ndà ta 'l mulin e Malfato, restà bassol in casa cu'n só mare, al s'à 'npensà che la mei roba par farghe un bón bagno era de mètar scaldar tanta aqua ta la calgera de la lissia. Anzi, par sparagnar fadiga, l'à ciapà subito só mare e i l'à sentada drento la calgera. Ma, desmentegà par un poc de éla, i l'à lassada che la móre cota. Lóra, par remediar, l'à pensà de mètarla in sentón cun ta le man al fil, al fuso e la roca. Intant, l'è rivà casa Benfato che par prima roba, un poc in pinsier, l'à dimandà de só mare. Malfato al ghe à respundù:&lt;br /&gt;- La mare la è in sentón ta 'l let che la fila como 'na serena.&lt;br /&gt;Lóra Benfato, pa'la contenteza de la nutìzia, l'è 'ndà drioman a catarla. Co 'l s'à inacort che la era cota, al ghe à dit a Malfato:&lt;br /&gt; - Scanpemo via, studia, senò, dopo al malan che t'à fat, ne toca 'ndar duti dói in presón! I s'à ciapà su, Benfato inanzi e Malfato - cu'la recomandazion de tirarse drìo la porta par serarla - al ghe è 'ndà drio. Sol che Malfato, Balordo como che l'era, inveze de conpagnarla, la porta i se l'à tirada drìo cargandola ta la schena. &lt;br /&gt;Pieni de sbìgula, camina che te camina, sotonote i è rivadi in t'un bosc; e a lì, par no 'ndar in zerca de malani cu'i nemai, i s'à ranpegà su par 'na róula altóna. Soto de quela granda róula, parò, le 'ndéa cignir conzéi le strighe. Véndo capì quel conzéi, Benfato e Malfato i à sta ziti. Ma vers mezanote, sotoóse, Malfato al ghe dise a só fradel: &lt;br /&gt;- Uh! Che voióna de pissar che me vien!&lt;br /&gt;  Benfato al ghe responde:&lt;br /&gt;  - Pa l'amor de Dio, cèn dur se no semo morti...&lt;br /&gt; Ma calche tenp più in nà, Malfato al ghe fa de nóu:&lt;br /&gt; - No pos cignir più!&lt;br /&gt; E lóra Benfato al ghe dise:  - Sarà quel che Dio volarà. Mola, a...&lt;br /&gt; Al pis, stranfà de travers le rame e le fóie, rivando parsóra de le teste de le strighe, i le à fat dir:&lt;br /&gt; Oh, sta qua è la rosada del ziél!&lt;br /&gt; Ma Malfato, de là un poc, al taca de nóu a dir che no 'l pól cignir più, che stavolta l'à 'na granda voióna de cagar.&lt;br /&gt;Zaromai - al ghe fa Benfato - semo vodadi al Signor. Se propio no te pól più, caga, a...&lt;br /&gt;'Ndando, stranfando zò pa’ le rame, i stronzi de Malfato su le teste de le strighe, ste qua le à dit:&lt;br /&gt;- Oh, sta culì è la mana del ziel!&lt;br /&gt;- E fina lì la è 'ndada dréta. Ma de là un poc Malfato l'à scomenzà lementarse che no 'l podéa più cignir la porta ta la schena. Benfato al ghe à tant recomandà che se 'l mola la porta le strighe stavolta le varìa fasést triàca de lóri. Ma Malfato, no rivando più cignirla, i l'à molada zò crocando i ramazi cu'na cunfusión tala che le strighe, dute sburide, i se l'à mocada.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Al zorno drìo, vignudi zò de l'àrbul, par schivar de éssar recugnussudi, i è 'ndadi: Malfato ta 'l ponte de véro onde che i passéa tanti siori, a dimandar la limòsina, e Benfato, dopo vér trepetà dut al dì, l'è rivà in t'una vecia casa desabitada, e 'l s'à 'npensà de fermarse lì a drumir. Par no éssar ta 'l pirìcul dei nemài del bos'c, e anca par pararse de la granda crïura de la note, al s'à serà drento in t'una vìntula. Vìa pa'la note parò è rivade le strighe, che le era le parone de casa, e Benfato l'à podest scoltar le ciaculade sóve.&lt;br /&gt;Una de éle la ghe à dimandà a quele antre:&lt;br /&gt;- Véu savù che la fia del Re èla tant malada? I bazìla cun duti i mèdeghi e gnissun ghe la 'ntiva guarirla. Mi sò 'nveze comódo che se pól guarirla: bogna far córar par tre, quatro óre quela bela puiéra che 'l Re l'à in ta la stala fina che no ghe vien quatro dé de sbruma ta la schena. Ciór su quela sbruma cu'le fóie de figar, e cun quela russarghele su dut al corp de la prinzipessa. Fat tre zorni cussì, la prinzipessa la guarisse; e 'l Re l'à promitù che a chi che 'l ghe guarisse só fiola  lu i ghe la dà par nuvìza.&lt;br /&gt;Sintuda 'na tala, Benfato l'à spetà zidìn che vegne dì e che le strighe le vaghe via. Po dopo, quacio quacio, l'à traversà al bos'c e l'è 'ndà fina ta 'l palaz del Re, disendoghe che se élo al ghe dà la fia par nuvìza, como che l'à promitù, lu i ghe la varìa guarida.&lt;br /&gt;In ta 'l doman, i servi i à fat como che ghe véa disést Benfato; e cussì, passadi tre zorni de quela cura, la prinzipessa finamente la s'à refà. Subito dopo Benfato, mitù in sest e ben ganbià dei sartori del Re, i se l'à sposada.&lt;br /&gt;Un zorno, lóngo una de le tante spassizade fate cu' la caroza cun sié cavai bianchi, Benfato e la prinzipessa i è passadi pa 'l ponte de véro e i à catà quel poret de Malfato che 'l dimandéa la limòsina. 'Lora a Malfato ghe è vignù de dimandarghe a Benfato:&lt;br /&gt;- Comódo àsto fat par doventar cussì sior?&lt;br /&gt;E Benfato al ghe à contà duta la storia de la casa de le strighe ta 'l bosc. Cussì, dopo vér sintù ste nuvità, anca Malfato l'è 'ndà drumir drento ta quel cassón. Via pa' la note, tornade le strighe, le s'à mitù contarse le robe suzedude vìa pa'la stemana. Una l' à disest:&lt;br /&gt;Véu sintù che cu'la nostra cura àli guarì la fia del Re? Dev' éssar sta de segur calchidun a scoltarne via pa' la note. E voléu védar che quei calchidun saràli oni note a scoltarne?&lt;br /&gt;E 'lora, 'ntaiade, le strighe le s'à mitù a zercar par le stànzie, le cànbare, la càneva, al mezà e par duti i cantóni de casa sóa. No vendo catà gnissun, le s'à 'npensà de vardar anca ta armari, vìntule e cassóni disendo:&lt;br /&gt;- In, in, che spuza de cristianin...&lt;br /&gt;- An, an, che spuza de cristian...&lt;br /&gt;Finaché le è rivade ta 'l dur de un coverc' che l'era cignù ben strent par drento de Malfato. Fat un fià de sforz in dó de éle, le à tirà fora Malfato e ben e no mal i l'à tazà a fetelete.&lt;br /&gt;Cussì è finì Malfato. Benfato 'nveze l' à vivest 'ncora tanti ani de sior cu' la só bela prinzipessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*(La storia è stata dettata da Beniamino Braida a Ivan Crico nel 1992)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia di Benfatto e Malfatto&lt;br /&gt;C’erano una volta due fratelli con una madre vecchia e ammalata. Benfatto, il più grande, era un bravo ragazzo ma Malfatto era un poveretto che non aveva tutte le rotelle al loro posto.&lt;br /&gt;Un giorno Benfatto ordinò a Malfatto di andare al mulino. Malfatto allora, preso il sacco sulle spalle, andò al mulino e si fece macinare il grano. Lasciata un po' di crusca e farina come pagamento per la macinazione, caricò il sacco per portarlo a casa. Ma, stanco com'era - e visto che da un piccolo buco la poca farina che fuoriusciva veniva soffiata dal vento verso casa sua - ebbe l'idea di svuotare il sacco in modo che il vento la portasse a casa senza fare alcuna fatica.&lt;br /&gt;Arrivato a casa, Benfatto gli chiese:&lt;br /&gt;- Dov'è la farina?&lt;br /&gt; E Malfatto gli rispose:&lt;br /&gt; - Non è arrivata a casa, prima di me, soffiata dal vento?&lt;br /&gt; Allora Benfatto gli disse:&lt;br /&gt; - Povero me che ho a che fare con uno come te. Andrò io domani al mulino. Nel frattempo tu accudirai alla mamma e le farai un bel bagno.&lt;br /&gt;L'indomani, Benfatto se ne andò al mulino e Malfatto, rimasto solo in casa con sua madre, pensò che il miglior modo per farle un buon bagno fosse di riscaldare molta acqua nel calderone utilizzato per fare il bucato. Anzi, per risparmiare fatica, prese subito sua madre e la mise seduta là dentro. Ma, dimenticatosi presto di lei, la lasciò morire nell'acqua bollente. Allora, per rimediare, pensò di metterla seduta sul letto con nelle mani il filo, il fuso e la conocchia. Nel frattempo, Benfatto rientrò a casa e per prima cosa, un po' impensierito, chiese notizie della madre. &lt;br /&gt; - La madre è seduta sul letto e sta filando tutta tranquilla. - rispose Malfatto&lt;br /&gt; Allora Benfatto, contento per la bella notizia, andò subito a trovarla nella sua camera. Quando si accorse che era stata cucinata nel calderone, disse a Malfatto:&lt;br /&gt;- Scappiamo via veloci, altrimenti, dopo quello che hai combinato, finiremo entrambi in prigione! - Così, quando uscirono, Benfatto raccomandò a Malfatto di tirare dietro di sè la porta. Ma Malfatto, tonto com'era, invece di chiuderla, scardinò la porta e se la caricò sulla schiena.&lt;br /&gt;Tutti impauriti, dopo aver molto camminato, al crepuscolo arrivarono in un bosco; per non correre pericoli con gli animali randagi, si arrampicarono su un'alta quercia. Sotto quell’albero, ad una certa ora, si riunirono in consiglio le streghe. Accortisi di quel che stava succedendo, i due fratelli se ne stettero in silenzio; ma verso mezzanotte, sottovoce, Malfatto disse al fratello:&lt;br /&gt; - Ah! Che voglia di far pipì che mi è venuta! -&lt;br /&gt;Benfatto gli rispose:&lt;br /&gt;- Per l'amore di Dio, - rispose Benfatto - cerca di trattenerti altrimenti siamo morti ... -&lt;br /&gt;Ma poco dopo, Malfatto ritornò a lamentarsi:&lt;br /&gt;- Non ce la faccio più! -&lt;br /&gt;- E allora falla! Sarà quel che Dio vorrà ... disse il fratello.&lt;br /&gt;Le streghe, sentendo gocciolare, esclamarono:&lt;br /&gt;- Oh, questa è la rugiada del cielo! - &lt;br /&gt;Ma Malfatto, dopo un po', riprese a dire che non ce la faceva più, che questa volta aveva un bisogno urgente di andar di corpo.&lt;br /&gt;- Oramai - gli disse Benfatto - siamo nelle mani del Signore. Se proprio non puoi più trattenerti, fai quello che devi fare. -&lt;br /&gt;Gli escrementi di Malfatto, cadendo attraverso i rami, finirono sulle teste delle streghe, che esclamarono:&lt;br /&gt;- Oh, questa è la manna del cielo!&lt;br /&gt;E fin lì riuscirono a farla franca. Ma dopo un po', Malfatto ricominciò a lamentarsi che non riusciva più a tenere la porta sulla schiena. Benfatto gli raccomandò di non lasciarla cadere, altrimenti, questa volta le streghe li avrebbero fatti a pezzetti. Ma Malfatto, non riuscendo più a tenerla, la lasciò cadere spezzando i rami e provocando un tale frastuono che le streghe, tutte spaventate, scapparono a gambe levate.&lt;br /&gt;Il giorno dopo, scesi dall'albero, per evitare di essere riconosciuti, se ne andarono. Malfatto si recò a chiedere la carità sul ponte di vetro, frequentato da tante persone ricche, mentre Benfatto camminò tutto il giorno, finche giunse in una vecchia casa disabitata. Per non correre pericoli con gli animali del bosco, e anche per ripararsi dal grande freddo di quella notte, si chiuse in una madia. Durante la notte, però, arrivarono le streghe, che erano le proprietarie di quella casa, e Benfatto poté così ascoltare i loro discorsi.&lt;br /&gt;Una di loro chiese alle altre:&lt;br /&gt;- Avete saputo che la figlia del Re è tanto ammalata? Sono andati da tanti dottori ma nessuno riesce a guarirla. Io invece saprei come curarla: è necessario far correre per tre, quattro ore quella bella puledra che il Re ha nella stalla finché non gli vengono quattro dita di schiuma sulla schiena. Con alcune foglie di fico si raccoglie quella schiuma e si strofinano su tutto il corpo della principessa. Facendo questo trattamento per tre giorni di seguito, la principessa guarirà. Il Re, come promesso, la darà in sposa a chi l’avrà fatta guarire. -&lt;br /&gt;Uditi questi discorsi, Benfatto aspettò in silenzio che si levasse il giorno e che le streghe se ne andassero via. Poi, quatto quatto, attraversò il bosco e andò fino al palazzo del Re, al quale disse che se gli avesse dato in sposa la figlia, come aveva promesso, lui l’avrebbe guarita.&lt;br /&gt;L'indomani, i servi seguirono le indicazioni di Benfatto e così, dopo tre giorni di quella cura, la principessa finalmente si riprese dalla malattia. Subito dopo, ben curato e vestito dai sarti del Re, Benfatto se la sposò.&lt;br /&gt;Un giorno, durante una delle tante passeggiate a bordo della carrozza con sei cavalli bianchi, Benfatto e la principessa passarono per il ponte di vetro ed incontrarono quel poveretto di Malfatto che chiedeva l'elemosina.&lt;br /&gt;- Ma come hai fatto a diventare così ricco? – chiese Malfatto al fratello.&lt;br /&gt;E Benfatto gli raccontò tutta la storia della casa delle streghe nel bosco. Così, dopo aver sentito le sue avventure, anche Malfatto decise di provare a dormire in quel cassone. Durante la notte, ritornarono le streghe si misero a raccontare ciò che era successo durante la settimana. Una di loro disse:&lt;br /&gt;- Avete sentito che con la nostra cura sono riusciti a guarire la figlia del Re? Dev'essere stato di sicuro qualcuno che ci spiava durante la notte. Volete vedere che, magari, se ne starà qui ogni notte ad ascoltare i nostri discorsi? -&lt;br /&gt;Insospettite, le streghe si misero a cercare nelle stanze, nelle camere, in cantina, nell’ammezzato e in ogni angolo della casa. Non avendo trovato nessuno, pensarono così di guardare anche negli armadi, nelle madie e nei cassoni. Mentre rovistavano, dicevano:&lt;br /&gt;- In, in che puzza di cristianin ... -&lt;br /&gt;- An, an che puzza di cristan ... -&lt;br /&gt;Ad un certo punto giunsero davanti al cassone dove si era nascosto Malfatto. Due streghe, con un po' di sforzo, riuscirono ad aprire il coperchio e lo tirarono fuori e lo tagliarono a fettine.&lt;br /&gt;Così finì la sua vita Malfatto. Benfatto, invece, visse nel lusso per molti anni, accanto alla sua bella principessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al lóu e la bolpe*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era 'na anada de caristìa granda che tochéa 'ndar bàtar le store. Zaromai più de calche sotàn, parvìa che l'era 'ndà sul òpra par stemàne cu'l stòmego squasi vòido, al véa finì par bàtar fievra e darse marót.&lt;br /&gt;Cussì le pussissión donca, pian a pian, le vignìa lassade in pustot, i canpi de baré. I sbari de le piante i era drio 'ndar zò, pa'l cargo massa gréu de fòie e cavi mai conzadi; e rughe triste, mariùze, e magnapatate soto téra, i era saldo che i tavanéa i frutamari lassadi de bando.&lt;br /&gt;Anca al lòu, comòdo duti quanti, al véa 'na lodra che la ghe féva vignìr le stralùpule e, de bot, al 'ndéa in bast.&lt;br /&gt;De levri no ghi ni era gnanca la feràda e i pulinari, tindudi de cuntìnevo, i li cignìa ben ciusi méi de un satùl. Gnanca le panzére vìa pa'l Lisonz, scundude framezo le màce de agàzi e biancuni culuride de istà dei pirantoni, le podéa far sperar de catar calche mazurìn bón de 'npirar ta 'l spéo.&lt;br /&gt;Insuma de le sume, par dut era un viliment che no 'l finisse più.&lt;br /&gt;Cussì un zorno de zenàr, cu' n fredo zidìn e bonaza cu' la pachéa, c' un zibìu che 'l ghe féva vignìr le buganze ta le zate, torziolando de lóngo trozeti varoladi de flòibe e de busete 'ndiazade, no 'l te vede dut in t' un vignirghe 'ncóntraghe la bolpe ('na bestiùza sperta de fufignezi, pìzula ma sbìlfara e tirìbila comódo un lion), che como savé i era nimìzi e no i se véa mai podest paidìr.&lt;br /&gt; - Paziavìro, vara chi cato! - al ghe dise bél al lòu che 'l spera (no se pol mai savér) che almanco éla i lo iude a zercar 'na s'cianta de cicìn. - Comódo casa tóa, benedeta?&lt;br /&gt; - Graziandìo mi no me pos lementar - la ghe responde éla, petando 'na riduzada par sot i mostaci, cu 'na oseta fiéula fiéula - ti pitosto, 'nveze, cos t' élo suzedù? Dut sinighì, cui oci sverzeàdi: te me par un che l'àpie vidù modant 'na sdruma de sbilfi e òrcule vignudi dreti, de un vìncul, par zoncarghe al gargat...&lt;br /&gt; - Coto che te digo? - al taca staltro a smarmuiar cu' le réce sbassade, 'na codata duta smafiada mituda framezo dói canucini sutii como 'na brula - ancoi è zinque zorni che no cato de crustar gnanca 'na sgorbacavài. Se la va vanti cussì, me spuza che finisso prest a sburtar al radic', magari cussì no!...&lt;br /&gt;Quéla diànbara de 'na bolpe lora, senza custionar como par solit, ma anzi duta zintìla, la ghe à disest:&lt;br /&gt; - Cos te tromentèsto, zarman? So ben mi un logo onde che te pol bévar tant lat che te vòl e socore, se te à furtùna, anca un fià de salà de parar zò.&lt;br /&gt;E sùbito drio:&lt;br /&gt;- Ma dime bél, ésto segur de rivar? No par dir, ma a védarte cussì pivic no so miga se te è bón...&lt;br /&gt;Ma al lòu, sintù che era de far bubàna, de fraiar, de nóu dut 'nborezà al taca dir che spèteli de 'ndar, che é zà tardon, che bogna rivar vanti che quéi de quela faméa i se desmissie e, in t' un védar e no védar, i é zà che i core corando como sïonére vìa pa'l nét.&lt;br /&gt;I riva cu'l scur. Un zito de zimitério de tornovìa, traversà noma che de le iucade de la zuìta e del catùs. Passada la zenta che la zircunda la vila dromenzada, quaci quaci i ghe va dogna de sto lïgo e, sdrassandose cu' la panza par soto de 'na màcia de bàciara, i se cata visavì de un buso sgavà in t' una penza muraza sgrunbulosa de còdui che i spiandóra in ta 'l lusor latisìn e crudo de la luna.&lt;br /&gt;La bolpe cu' n saltuz, liziéra como un saltamarìn, la va sùbito drento. Par al lòu 'nveze (s'anca al era bastanza scarmulìn parvìa che 'l véa zunà duti quei zorni) era calìgo passar, ma ta l'ultima al à rivà instés.&lt;br /&gt;In ta la stanziéta de saladi gnanca signo; ma parò i òcia, pozà ta 'l seciar, un podenél cunpien de lat péna mulzuda e i taca drioman a slapar de deslubiadi.&lt;br /&gt;La bolpe parò oni tant, savendo che la lat la s'dionfa, la mola de bévar par 'ndar a dar 'na ociada se la era uncóra bóna de surtìr de quel buso. Co la era piena como un buldrìc, zidìna zidìna più de 'na lìpara, la é sbrissada fóra in ta 'l curtìu e la à scomenzà russarse contra la scussa moréla de un àrbul de sànzana.&lt;br /&gt;Podopo, vidù al lóu che 'l zupava ta 'l batù de saldàn le ùltime dioze de lat stranfàde, cu 'na panzata toronda como quéla de un lionfante, la à tacà zigar più fort che la podéa:&lt;br /&gt; - Coré zente, al lóu, al lóu, al ladrón, al ladrón!&lt;br /&gt;De colp se 'npïa duti i lusori, se sinte dut un rumitur: garzonéti che i ronta, fémene che le toroca, òmini mezi croti che i se raména vanti e 'ndrìo corando de la teza a la càneva, de le cànbare al mezà, finaché i cata sto por lóu che 'l zerca, dut sburì, de 'ndar fóra de quél malidét de buso doventà dés massa strent par élo.&lt;br /&gt;E zò, in sié de lóri, a molarghe 'na rata che de bot no i ghe scavaza al fìl de la schena, corbe e cudurus, finaché a sòn de dai e dai, cu'n ùltin sburtón, no 'l riva a dilibararse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rivà ta la terzadura de un largo de biava, véla lì la bolpe che la vien fóra sustando, duta sanguanada del ros molà de la sànzana, che ta quel scuriot al par par bón tàce de sangue vér.&lt;br /&gt;Al lóu, strac e pien de scarabazade, al ghe ziga: &lt;br /&gt;- Studia, studia benedeta, che qua se no corémo como fuìni quéi là i fa triàca de mi e de ti!&lt;br /&gt;E éla de remando:&lt;br /&gt; - Cresto bél che sìe tant fàzil scanpar vìa in sti stati? Esto orbo che no te vede como che i m'à crozulà? E po, dato che son stada mi a menarte a fraiar, dés no sarìa iust che te me cióghe ta la schena che stago cussì malonón?&lt;br /&gt;Al lóu, che al era trist sì, ma anca recognossente co ocoréa, la ciól su a sacaperi e zotegando, 'ndando a zigu zago, cu' la lèngua a pindulon al va de lóngo terbàne, bràide, a óro de saleti e rapari, sina che 'l sol al taca cucar fando lusìr i piruloti de diàz che i pica dei ramazi speladi dei murari.&lt;br /&gt;Uncóra 'nguluzadi del prìn fià rosét de la levada, cunpéna vignudi fora del bos'c de le Òraze, ta la largura dei Cocòzi, la bolpe la taca cantuzar, prima pian pian e po senpre cun più murbìn:&lt;br /&gt;  - Zan, zan, al malà al mena al san! &lt;br /&gt;   Zan, zan, al malà al mena al san...&lt;br /&gt;Al lóu intant al va vanti zidìn, como che no 'l varìa sintù gnente, como che le réce i le varìe bude stropade cu'la zéra, fin co 'l riva parsóra de un pontisél alt e strent, onde che podéa passar noma che un cristìan par volta.&lt;br /&gt;E a lì, c'un sburt, de colp al ghe à fat far 'na bóna piunbinada fandola negar ta l'aqua de quel'ara, néta e ciara como l'arzént.&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;*Nota: &lt;br /&gt;Sta antiga storia, contada de me barba Berto che dés al sta a Turiàc, la era cugnussuda in Bisiacarìa, in Furlanìa como anca dei viniziani. Cussì, par divartiment, la xe stada cincinada - como che se pol lézar - cun pisinàl de robe che lu no 'l m'à disest, co l'ò sintuda, ma la storia no la xe stada ganbiada. Disemo donca che la xe stada 'n'ocasion par ligistrar e far cognossar tante espression patoche, como che ò bù la furtuna de scoltarle, e tantóni vocàbui che zaròmai gnissun, magari cussì no, ancói più al dopra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lupo e la volpe*&lt;br /&gt;Era un'annata di carestia tale da costringere la gente ad andare in giro a bussare alle porte in cerca d'aiuto. Oramai più di qualche contadino, per essersi recato al lavoro per settimane con lo stomaco quasi vuoto, era stato colto dalla febbre ed era dovuto rimanersene a casa ammalato.&lt;br /&gt;Così i possedimenti, dovunque, venivano lasciati incolti e i campi in abbandono. I sostegni dei filari cedevano per il carico troppo pesante di foglie e tralci mai recisi; bruchi voraci, coccinelle e grillitalpa sotto terra, tormentavano senza fine gli alberi da frutto, non trattati.&lt;br /&gt;Anche il lupo, come tutti, aveva una tale fame d’avere le vertigini. Delle lepri erano sparite anche le impronte e i pollai, vigilati di continuo, erano tenuti ben chiusi, quasi meglio di uno scrigno portagioie. Nemmeno le grandi reti per l’uccellagione, alle foci dell’Isonzo, nascoste tra le macchie d’acacie e salici bianchi, colorate d’estate dai fiori gialli del topinambur, potevano far sperare di trovare qualche germano reale, buono da infilare poi nello spiedo.&lt;br /&gt;Insomma, ovunque c’era una desolazione davvero infinita.&lt;br /&gt;Così, un giorno di gennaio, con un freddo silenzioso e calma di bonaccia, un freddo che faceva venire i geloni alle zampe, vagando lungo sentieri butterati da pozzanghere e buche ghiacciate, il lupo all’improvviso vide venirgli incontro la volpe (un animaletto esperto d’imbrogli, piccola ma furba e terribile più di un leone), che, come tutti sanno, era sua nemica e non si erano mai potuti sopportare.&lt;br /&gt;- Accidenti, guarda chi trovo! – le disse gentilmente il lupo, speranzoso (non si può mai sapere…) che almeno lei potesse aiutarlo a trovare un bocconcino di carne. – Come va a casa tua, cara? -.&lt;br /&gt;- Grazie a Dio, non mi posso lamentare – risponde lei, sorridendo sotto i baffi, con una vocina fievole – ma a te, piuttosto, cosa ti è successo? Tutto rinsecchito, con gli occhi spalancati: mi sembri uno che abbia appena visto una schiera di stregoni ed orchesse usciti in fila, da un incubo spaventoso, per tagliargli la gola…&lt;br /&gt;- Che cosa vuoi che ti dica? – mormora quest’altro con le orecchie abbassate, la lunga coda tutta spelacchiata, infilata tra due gambe sottili come una canna palustre – oggi sono cinque giorni che non trovo da sgranocchiare nemmeno una libellula. Se continua così, mi sa che presto finirà male, magari così non fosse!&lt;br /&gt;Quel diavolo di una volpe allora, senza far questioni come suo solito, ma anzi tutta gentile, gli risponde:&lt;br /&gt;- Perché ti tormenti tanto, cugino? Conosco ben io un posto dove puoi bere tutto il latte che vuoi e forse, se avrai fortuna, trovare anche un po’ di salame da gustare.&lt;br /&gt;E subito dopo:&lt;br /&gt;- Ma dimmi, caro, sei sicuro di farcela a venire con me? Non per dire, ma a vederti così gracile non so davvero se ne sei capace…&lt;br /&gt;Ma il lupo, sentendo che c’era da banchettare, di spassarsela finalmente, di nuovo tutto ringalluzzito cominciò subito a dire che cosa stanno aspettando, che è già tardi, che bisogna arrivare prima che quelli della famiglia si sveglino e, in un batter d’occhio, eccoli che corrono, più veloci di una bufera, per la pianura.&lt;br /&gt;Arrivano con il buio. Un silenzio di cimitero tutt’attorno, attraversato soltanto dal canto stridulo della civetta e dell’assiolo. Oltrepassata la muraglia che circonda il paese addormentato, quatti quatti, si avvicinano a questa casa e – strisciando con la pancia a terra, sotto una siepe di ligustro – si trovano di fronte ad un foro scavato in uno spesso muro di ciottoli che rilucono nel chiarore latteo e freddo della luna.&lt;br /&gt;La volpe con un balzo, leggera come una cavalletta, entra subito all’interno. Per il lupo invece (anche se era diventato smilzo grazie a tutti quei giorni di digiuno) non era altrettanto facile ma, alla fine, riesce anche lui ad entrare.&lt;br /&gt;Nella cantina però di salami non c’era nemmeno il segno; però scorgono subito, appoggiato su un acquaio di pietra, un secchio pieno di latte fresco e così iniziano a bere ingordamente come forsennati.&lt;br /&gt;La volpe però ogni tanto, sapendo che il latte gonfia, smette di bere per andare a vedere se è ancora capace di passare attraverso quel foro nel muro. Così, quando ha la pancia piena come un porcellino, silenziosa più di una vipera, scivola fuori nel cortile ed inizia a strofinarsi contro la scorza violacea di un corniolo.&lt;br /&gt;Poi, visto il lupo che succhiava sull’impiantito d’argilla le ultime gocce di latte versato, con un pancione rotondo come quello di un elefante, ha iniziato a gridare più forte che poteva:&lt;br /&gt;- Correte gente, il lupo, il lupo, al ladro!&lt;br /&gt;All’istante si accendono tutte le luci, si sente una gran confusione: bambini che strillano, donne che gridano, uomini mezzi nudi che vanno avanti e indietro correndo dal fienile alla cantina, dalle camere all’ammezzato, fino a quando non trovano questo povero lupo che cerca, tutto impaurito, di uscire da quel maledetto foro divenuto ormai troppo stretto per lui.&lt;br /&gt;E allora giù, in sei, a dargli una scarica di botte che per poco non gli rompono la colonna vertebrale, costole e coccige, finché dopo tanti tentativi, con un ultimo strattone, non riesce a liberarsi.&lt;br /&gt;Arrivato sulla capezzagna di un campo di granoturco, eccola lì la volpe che esce piangendo, tutta insanguinata dal rosso della scorza del corniolo, che in quell’oscurità sembra sul serio sangue vero.&lt;br /&gt;Il lupo, stanco e pieno di lividi, le grida:&lt;br /&gt;- Presto, presto benedetta! Che qui, se non corriamo via veloci, quelli là ci fanno in mille pezzetti!&lt;br /&gt;E lei, di risposta: - Credi che sia così facile riuscire a scappare in queste condizioni? Sei forse cieco che non vedi come mi hanno riempita di botte? E poiché sono stata io a portarti dove c’era da mangiare, non credi che sarebbe giusto che sia tu adesso a portare me sulla schiena, dal momento che sto così male.&lt;br /&gt;Il lupo, che era cattivo sì, ma anche riconoscente quando occorreva, la fa salire sulla schiena e zoppicando, andando avanti a serpentina con la lingua penzoloni, cammina per prati, poderi, costeggiando saliceti ed argini, fin quando il sole comincia a spuntare facendo brillare i ghiaccioli che pendono dai rami nudi degli alberi.&lt;br /&gt;Ancora avvolti dal primo respiro rosa dell’alba, appena usciti dal bosco delle Oraze, sulla radura dei Cocozi a San Canzian, la volpe inizia a canticchiare, prima sommessamente e poi con sempre maggior vigore:&lt;br /&gt; - Zan, zan, il malato porta il san! &lt;br /&gt; - Zan, zan, il malato porta il san...&lt;br /&gt; Il lupo nel frattempo va avanti silenzioso, come se non avesse udito nulla, come se avesse le orecchie sigillate con la cera, fin quando non arriva sopra un ponticello alto e stretto, dove poteva passare soltanto un uomo alla volta.&lt;br /&gt;  E lì, con uno spintone, le ha fatto fare un tuffo facendola annegare nell’acqua di quella roggia, limpida e chiara come l’argento.   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* Questa antica storia, raccontata da Umberto Pellizzari (nato nel 1930), cresciuto a Pieris ma che ora vive a Turriaco, conosciuta in Bisiacaria, in Friuli e in Veneto, è stata raccolta ed elaborata da Ivan Crico. Egli, senza modificare la trama originale, ha colto l’occasione per arricchirla di molti vocaboli bisiachi, al giorno d’oggi, purtroppo, caduti in disuso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’usel negro&lt;br /&gt;de Jambo (Giordano Vittori)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ta 'l tenp de le guere gardiscane, Segrà no 'l véa che quatro casete piculade su la Monte, vizin al trozo de San Martin, rente 'na ceseta vecióna, duta rosegàda de i ani. In t'una de quele casete stava la Beta, 'na fia bela como 'na stéla, cun dó oci color de1 ziel e 'na caveàra bionda como l’òro. La 'ndava a passón cu'le cavre in quei pradi 'ndove che dès xe 'l zimiterio e lì, tan che le bestie se pascolava su quela avara tera carsulina, la filava e la cantava cun t'una óse de paradiso. Leganta e graziosa, la véa l'aria de 'na prinzipessa.&lt;br /&gt;La féa l'amor cun Chichìn, servo de un general de l'armata viniziana in guera contro l'Arziduca e, fursi no 'l iera regaz par éla. I se véa prumitù una dimeniga de setenbre, sul Contaron ta un sfulmine de basi.&lt;br /&gt;Una bela zornada de primavera la nostra Beta la era 'ndada a Gardisca a vendar ovi. Via pa'la note véa tant piuvù: al ziel era color blu ametista, i colori de la canpagna era più bei e più carghi, i arcazi pena sfiurìdi i mandava un udor dilizioso e la Beta, sentada ta l'unbria, la pareva la Madona.&lt;br /&gt;In quei ani la zità la era piena de archibusièri arziducai, se spetava zorno par zorno che i Viniziani zircondasse la forteza. Un gradoato te la ocìa là, soto i arcazi: La véa '1 vistitin de la festa, cu la iachitina streta e la traversa recamada, i zocui cu'la galeta e le calze rosse.&lt;br /&gt;Vardando che sto sior i la vardava saldo, la scuminzia riduzár. Lu ghe se vizina e '1 ghe dimanda calcossa: sul prinzipio la risiste e no la responde, ma vardando quel naso ben fat, quei mostaci biondi cucàr fóra de l'elmo guarnì de un bel penac' bianc, in ta '1 védar la strica zala de la ziberna che ghe fassava 'l pet, la se sinte sgionfar al cór e no la riva a far de meno de parlarghe. E intant che la ghe marmùia calcossa, in resposta a le galantarie de quel zóvin, i te lo careza cu'i oci de i pié a la testa.&lt;br /&gt;Lì, soto 'na fila de olmi, era un trozo pìciul, dut fanganà, che menava ta l'Isonz e, par lì, la Beta, como ipnotizada, la se gà lassà menàr a brazet. Cu' la còtula in man, par no sporcarla de fango, cu'i oci squasi seradi, como ta un insogno, la se varìe fat menar anca ta 'l fógo, parchè drento ta le só vissare, la sintiva 'na roba che quel benedet de Chichìn no 'l ghe véa mai fat provar. Al són de la siàbula e dei spironi, al tocar quela bela muntura, ghe dà 'na filizità mai provada. De colp la córe sul óro de la riva de l’Isonz e la se scrufa a ciór su margarite che le spontava fóra dei i sassi.&lt;br /&gt;- Le ciogo par vu! - la ghe dise cu' la so voseta graziosa e po, alzandose, la tenta de inpinirghe le ziberne de fiori.&lt;br /&gt;Alora, sto mostro de todes'c i la ciapa fra i brazi, i la strenze e i la basa; no passava nissun par quela stradeta fangosa, di là de l'arzine. La putela ghe dise de no, che no la vól, che no la pól, che la ga tanta paura, ma intant che la dise de no cu'la boca, la ghe se ufrisse cun tut al só corpisin maraveoso, piena de murbìn como 'na puiéra. Al cór 'l ghe bate como un martèl su l'incuïn e la taca a basarlo anca éla. Lù, senpre più grazioso, 'l ghe careza la iachitina strenzendola sempre più forte: ormai la xe sua, no la capisse più gnente e Beta, squasi par stanparse drento ta la memoria al recordo de quel moment tant bel e tant doloroso, la fissa la muraia negra de la forteza.&lt;br /&gt;Quando che l'omo la saludava, pian pian calava la séra e la canpane1a lontana del Marcadùz bateva sul cór de Beta 'na trista Ave Maria.&lt;br /&gt;Che pianti, dopo, benedeti, che làgreme amare ta '1 só fazulitìn recamà!&lt;br /&gt;A, Chichìn,... te ga pers la to Beta! Póra regaza, de quel zorno xe finì par senpre '1 só ben, nanca che '1 Signor la vesse maludida pa'l só pecà. Pian pianìn la scuminzia perdar i só bei colori, a són de pianzùde, la perde la óse del tut. La deventa bruta, strangussìda e ogni dì, soto note ghe vigniva la fievra. Nanca che quel soldà 'l ghe vesse sufià drento '1 velen, in poc più de tre mesi, no la podeva più gnanca star in pìe. Co passava soldadi par Segrà la se sforzava de alzarse pa' 'ndar sul balcon, dopo vérse strassinà davanti '1 spec', par farse bela, sperando de vedar 'ncóra na volta quel viso lentemà, colpa de la so desgrazia e de la só morte. Defati, no ga zovà gnanca farla binidìr, dopo poc la xe morta.&lt;br /&gt;I veci contava che quan che i la ga soterada era la montana; al ziel l'era negro como '1 corame e tant che '1 piovan de San Piero 'l ghe cantava '1 Dies iræ, ta l'Isonz cargo de 'na riva a quel’altra, se presenta al pas, na figura bianca, trasparenta, a dimandar la barca. L’omo no 'l se ris'ciava parchè l'Isonz al fava propio tanta paura, ma quel onbra gava 'na man de1 gabanot bianc e la ghe fa segno de 'ndàr. Iera na man de mort che se desfava; al barcarol ghe se 'ndriza i cavei e i pìe ghe se indiaza ta i zòcui de tanta sbìgula. Senza parlar, parchè la paura la ghe véa paralizà le gràmule, al tira la corda e la barca, sfidando le onde color del fango, la riva ta 'l mezo. De colp 'na tremenda sïonera, 'na fortóna sufíàda de vent, mena par aria quel'ànema desdoleada e l'omo, fasendose 'l segno de la crose, i la vede sparir ta 'l negrun del ziel de la parte de la Monte del San Michel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dès ogni ano, cu'la prima montana de setenbre, pèna che '1 fa zorno, se vede in alt, sora 'l castel dei Turisani, 'na roba negra che la svola; xe un usel negro, sol che al vien zò un moment a pozarse su la rosta o su1 campanil. Soto note al se poza su la ponta de i zipressi de 'l zimiterio e, là su, al pianze cun t’una óse cussi desperada, che le regaze che passa tornando de la frabica de Sdraussina, sintindo quel lement, le pianze anca éle.&lt;br /&gt;Ta'l doman al xe 'ncóra lassù, su la Monte che 'l sgorla sui pradi indove che la póra regaza la 'ndava a passón cu'le cavre. I mùi de Segrà co i va via e 'l passa bas su le case, i ziga:&lt;br /&gt;- Al falchet, al falchet!-&lt;br /&gt;Ma i mùi de dès no i capisse un boro, no i sa che xe la ànema de la póra Beta che lassù, tra i creti e le grise, la vien ogni ano a piànzar, pintuda de vér tradì al só Chichìn.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uccello nero&lt;br /&gt;Al tempo delle guerre gradiscane, Sagrado non aveva che quattro casupole arrampicate sul Carso, vicino al sentiero di San Martino, accanto ad una chiesetta vecchissima e diroccata. In una di queste casette abitava Betta, una ragazza, bella come una stella, con due occhi color del cielo ed una chioma bionda come l’oro. Andava al pascolo con le capre in quei prati dove ora c’è il cimitero e, mentre le capre brucavano l’erba di quell’avara terra carsica, lei filava la lana e cantava con una voce da paradiso. Elegante e graziosa, aveva l’aria di una principessa.&lt;br /&gt;Era fidanzata con Chicchino, servo di un generale dell’armata veneziana, in guerra contro l’Arciduca e, forse, non era il ragazzo ideale per lei. Si erano scambiati la promessa una domenica di settembre, sul Contaron, in mezzo ad una marea di baci.&lt;br /&gt;Una bella giornata di primavera la nostra Betta si recò a Gradisca a vendere uova. Durante la notte era piovuto parecchio; il cielo era blu ametista, i colori della campagna più vivi che mai e le acacie in fiore emanavano un profumo delizioso. La Betta, seduta sotto la loro ombra sembrava la Madonna.&lt;br /&gt;In quegli anni la città era affollata d’archibugieri arciducali, si aspettava giorno per giorno che i Veneziani circondassero la fortezza. Un graduato notò la ragazza seduta sotto le acacie; Betta aveva il vestito della festa con il giacchino stretto ed il grembiule ricamato, gli zoccoli con il fiocco e le calze rosse. Accortasi che il soldato la guardava, incominciò a sorridere con civetteria. Il soldato si avvicinò e tentò d’attacar discorso. Betta, in un primo tempo fece la riservata, poi vedendo quel bel profilo con i baffi biondi che sbucavano dall’elmo ornato da un bel pennacchio bianco, la striscia gialla della giberna che gli fasciava il torace, si sentì lusingata e non poté fare a meno di parlargli. Mentre farfugliava qualcosa, in risposta alle galanterie del giovane, lo accarezzava con lo sguardo dai piedi alla testa.&lt;br /&gt;Da quelle parti, nascosto da una fila di olmi, c’era un sentierino fangoso che portava nell’Isonzo e Betta, come ipnotizzata vi si lasciò condurre a braccetto. Con la gonna tirata su per non sporcarla di fango, con gli occhi socchiusi come una sonnambula, in quel momento si sarebbe lasciata trascinare anche nel fuoco, perché nelle sue viscere sentiva un’emozione che accanto a Chicchino non aveva mai provato. Il suono della sciabola e degli speroni, lo sfiorare quella bell’uniforme, le davano una felicità mai provata prima d’ora. Improvvisamente corse sulla riva del fiume e s’inginocchiò a raccogliere delle margherite che spuntavano fra i ciotoli.&lt;br /&gt; – Le raccolgo per voi – disse, con la sua voce graziosa, poi si alzò e tentò di riempire le giberne del giovane di fiori.&lt;br /&gt;Allora, l’astuto tedesco la prese fra le braccia e la coprì di baci e carezze…Non passava nessuno in quella stradina fangosa di là dell’argine; la ragazza diceva di no, che non voleva, che non poteva, che aveva paura, ma, mentre a parole si rifiutava, con quel corpo meraviglioso, pieno di desiderio, si concedeva. Il cuore le batteva come un martello sull’incudine e cominciò a ricambiare i baci. Lui, sempre più dolce, le accarezzava il corpetto, stringendola sempre più forte: ormai la sentiva sua, non capiva più niente e Betta, quasi per fissare nella memoria quel momento tanto bello e tanto doloroso, posò lo sguardo sulle nere mura della fortezza. Stava ormai calando la sera quando l’uomo la salutò e la campanella lontana del Mercaduz batteva sul cuore di Betta una triste Ave Maria.&lt;br /&gt;Che pianti, dopo, quante lacrime amare nel suo fazzolettino ricamato!&lt;br /&gt;Ah, Chicchino…hai perso la tua Betta!&lt;br /&gt;Povera ragazza, da quel giorno finì per sempre il suo bene, quasi che il Signore l’avesse maledetta per il suo peccato. Un po’ alla volta cominciò a perdere i suoi bei colori e, a forza di pianti, perse anche la voce. Prostrata dalla febbre che l’assaliva ogni sera, divenne brutta e deperita. Nemmeno che quel soldato le avesse soffiato dentro il veleno, dopo tre mesi non riusciva più a stare in piedi. Quando passavano i soldati per Sagrado, si sforzava di alzarsi per andare alla finestra, dopo essersi fatta bella davanti allo specchio, sperando di vedere ancora una volta quel viso lentigginoso, causa di tutte le sue disgrazie e della sua morte; infatti, non servì neanche la benedizione, e, dopo poco tempo, morì.&lt;br /&gt;I vecchi raccontavano che quando fu seppellita l’Isonzo era in piena; il cielo era nero come il catrame e, mentre il prete di San Piero le cantava il Dies iræ, al guado dell’Isonzo, con l’acqua che lambiva la riva, si presentò una figura bianca, trasparente, a chiedere la barca. Il traghettatore non si arrischiava ad avventurarsi nel fiume perché c’era una corrente che metteva paura. Ma dalle vesti bianche di quella figura uscì una mano che gli ordinò di andare. Vedendo che era la mano di un morto in putrefazione, al barcaiolo, per l’orrore, si rizzarono i capelli e gli si gelarono i piedi negli zoccoli. Senza parlare, perché la paura gli aveva anche paralizzato le mascelle, tirò la corda e la barca, sfidando la furia delle onde color fango, arrivò nel mezzo del fiume. Improvvisamente un vortice d’aria tremendo, portò per aria quell’anima desolata e l’uomo, mentre si faceva il segno della croce, la vide sparire fra le nubi nere dalla parte del San Michele. &lt;br /&gt;Adesso, ogni anno, con la prima piena di settembre, appena fa giorno, si vede sopra il castello dei Torriani, una figura nera che vola; è un uccello nero, solo, che viene un momento a posarsi sulla chiusa o sul campanile. Al tramonto si rifugia in cima ai cipressi del cimitero e lassù, si lamenta con una voce così disperata che fa piangere anche le ragazze che passano, mentre tornano a casa dalla fabbrica di Sdraussina.&lt;br /&gt;L’indomani è ancora lassù, sul Carso che volteggia sui prati dove la povera ragazza andava al pascolo con le capre. I ragazzi di Sagrado, quando se ne va, rasentando le case, gridano: &lt;br /&gt;- Il falchetto, il falchetto!-&lt;br /&gt;Ma i ragazzi d’oggi non sanno nulla, non sanno che lassù, tra le pietraie e le erbacce, è l’anima della povera Betta che torna ogni anno a piangere per il rimorso di aver tradito il suo Chicchino!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al gran de fava &lt;br /&gt;( Beniamino Braida e Ivan Crico, San Canzian d’Is.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;'Na volta, era 'na famèa de contadini poreti, tant poreti che 'l fiól più vèc’, al bramava de sposarse ma no 'l podéa, parvìa de la miseria che i véa.&lt;br /&gt;Lóra, un zorno, 'l s'à 'npensà de 'ndar vìa pa'l mondo in zerca de furtuna e al ghe à dimandà a só pare che 'l ghe daghe fóra la só parte de redità; ma 'l pare, no véndo gnente antro, al ghe à dà noma che un gran de fava.&lt;br /&gt;In ta'l doman, al fiól, che 'l véa nome Bepi, l’à mitù al gran de fava in ta'l scarsilìn e l’è 'ndà via pa'l mondo.&lt;br /&gt;Camina che te camina, sotonote l’è rivà in ta 'na vila lontan lontan e a lì l’à dimandà a 'na famea se i lo ciól drumir, lu e 'l gran de fava bù in redità.&lt;br /&gt;Quela famèa i lo à logà in ta un letuz, ta ‘na stanzieta, e 'l gran de fava i l’à mitù sul gratulìn.&lt;br /&gt;Ma al gal, viduda quela samenza zala e lusenta, al s’à 'ngulusì e, c'una sgorletada, l’è 'ndà a paparselo.&lt;br /&gt;In ta'l doman de matina i s’à levà tuti, i ghe à ufrì anca a Bepi al cafè e lu al ghe à dimandà al só gran de fava. La parona, parò la ghe à dit che no i ghe lo podéa tornar, parchè al gal i se lo véa magnà. Lóra, Bepi al ghe à dit: - Siora, mi iarsera v’ò dà de cignirme al gran de fava che ò bù in redità de me pare. Se sta note al gal i se l’à magnà, lóra vu me vè de dar al gal.-&lt;br /&gt;E cussì, quela siora l’à scugnù darghe al gal.&lt;br /&gt;Bepi, rengraziadi e saludadi, l’à ciapà al ganbin e, sotonote, rivà in ta 'n'antro paseset lontan, l’à dimandà de drumir, par lu e pa'l só gal in ta 'na faméa. Lu i l’à logà s’un letuz e, no véndo antro post, i à mitù al gal in ta'l stalot cu'l porzél.&lt;br /&gt;Ma, vìa pa'la note, zirandose, al porzel l’à fruzà al gal.&lt;br /&gt;In ta'l doman de matina, Bepi al ghe à dimandà a la parona al só gal, e la parona la ghe à disést che no i ghe lo podéa dar, parvìa che 'l porzél, fruzandolo, i lo véa copà. Lóra, Bepi al ghe à disést:&lt;br /&gt;- Siora, mi véu noma che quel bel gal. Dès, o me lo torna o la me dà al porzél.- &lt;br /&gt;E cussì la parona de casa la à scugnù darghe al porzel.&lt;br /&gt;Bepi al s’à ciapà su, i li à rengraziadi e, camina camina, sotonote, l’à dimandà de drumir in ta 'n'antra famea, par lu e pa'l só porzel. No véndo altri posti, lu i lo à logà su la teza e 'l porzél in stala, 'nsieme cu'l caval de quela faméa.&lt;br /&gt;Ma rugnando, vìa pa'la note, al porzél l’à desturbà al caval; al caval, par farlo star zito, cun quatro ripade, l’à copà al porzél.&lt;br /&gt;In ta'l doman, Bepi l’è 'ndà in stala par ciorse al porzél e, co l’à vidù che l’era mort, al ghe à disést a quela famèa:&lt;br /&gt;- Sta note, al vostro caval al m’à copà al porzél. Dès bogna che me tornè al me porzel vìu o che me dè al caval. -&lt;br /&gt;E cussì, quei de la famèa, poreti, i à scugnù darghe al caval.&lt;br /&gt;Bepi, drìo vérli rengraziadi, l’à galopà par tut al zorno e l’è rivà in ta 'na vila lontan lontan e, catà un funeral, l’à dimandà chi che i à in ta la cassa.&lt;br /&gt;- 'Na póra fémena, morta sui trentazinque ani! – i ghe à respondù.&lt;br /&gt;- Voléu darmela a mi che, in sganbio, ve dago al caval? –&lt;br /&gt;E i pizigheti, tuti contenti, i ghe à lassà la morta e i è 'ndadi via cul caval.&lt;br /&gt;Bepi, cargada la morta su le spale, l’è rivà sotonote nanzi al lógo de contadini che i véa lassà la porta vèrta.&lt;br /&gt;Pozada la morta meza sul óro de la porta, dura in pié e, cu'la faza vers drento, al ghe à dimandà a quela famèa de drumir par lu e par la só fémena. E 'l paron de casa al ghe à respundù:&lt;br /&gt;- Ve demo, sì, de drumir; anzi, vist che varè anca fame, vignì vanti che zenè un bocon cun naltri culì! –&lt;br /&gt;- Ve rengrazio – al ghe à disèst Bepi – ma la me fémena la è un fià timeda… bogna che ghe fè corazo –&lt;br /&gt;Lóra, la parona de casa la ghe à disést:&lt;br /&gt;- Su!… corazo, féve vanti siora … -&lt;br /&gt;E la è 'ndada a ciaparla pa'un braz, par farla vignir vanti. Ma, pena urtada, dura como che la era, la morta la è cascada cu'l muso par tera. Bepi, tut desperà, al ghe fa:&lt;br /&gt;- E dès, che me vè copà la fèmena, scogna che me dè vostra fia! –&lt;br /&gt;E 'l paron de casa, par no 'ndar in zerca de finir soto iudizio pa'l malan fat, al ghe à dà só fia Anzoleta.&lt;br /&gt;In ta'l doman, Bepi e l’Anzoleta i s’à mitù a caminar vìa pa'l mondo, anca se l’Anzoleta la 'ndava via malvulintieri, parvìa che la era 'ncóra zóvena.&lt;br /&gt;Ma Bepi, dopo tanti zorni de caminar, al se sintìa strac e al ghe à dimandà a l’Anzoleta se i lo ciól un poc  su la schena. Intant che l’Anzoleta la caminéa cun Bepi su la schena, lu al s’à mitù cantuzar 'na filistoca:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-De un gran a un gal;&lt;br /&gt;de un gal a un porzél; &lt;br /&gt;de un porzél a un caval;&lt;br /&gt;de un caval a 'na morta;&lt;br /&gt;de 'na morta a 'na bela &lt;br /&gt;puta che la me porta!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sintuda un tre, quatro volte sta filistoca, l’Anzoleta, 'nacorta del 'nbrói, la è 'ndada a óro de un fos fondo, pien de aqua e l’à butà Bepi zò de le spale a negarse in ta quela aqua turchina. E cussì, svelta, svelta, la è tornada casa cun só pare e só mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un chicco di fava&lt;br /&gt;Una volta c’era una famiglia di contadini poveri, così poveri che, pur desiderandolo tanto, Bepi, il primogenito, non poteva aspirare di sposarsi.&lt;br /&gt;Allora, un giorno, deciso ad andare per il mondo a cercar fortuna, chiese al padre la sua parte di eredità; il pover’uomo gli diede tutto quello che aveva: un chicco di fava.&lt;br /&gt;L’indomani, Bepi, mise il chicco di fava in tasca e andò via per il mondo.&lt;br /&gt;Cammina, cammina, arrivò, poco prima del buio, in un paese lontano e cercò ospitalità per la notte, per lui e per il suo chicco di fava, ricevuto in eredità.. La famiglia gli offrì un giaciglio in una stanzetta e il chicco di fava lo mise sulla piattaia.&lt;br /&gt;Il gallo, goloso, vedendo quel seme giallo e brillante, con uno sbatter d’ali lo raggiunse e se lo mangiò.&lt;br /&gt;Il mattino dopo tutti si alzarono e fecero colazione. Bepi, dopo aver bevuto il caffè, chiese il suo chicco di fava. La padrona, costernata, dovette dirgli che il gallo lo aveva mangiato.&lt;br /&gt;- Vi avevo chiesto di custodirmelo; quella è la parte di eredità che ho ricevuto da mio padre. Se stanotte il gallo lo ha mangiato, mi dovete dare il gallo. &lt;br /&gt;La donna dovette accontentarlo. Bepi, ringraziò tutti e si rimise in viaggio. Cammina, cammina, arrivò in un paese lontano e anche lì chiese ospitalità per sé e per il suo gallo. La famiglia gli offrì un lettuccio di fortuna e il gallo, non avendo di meglio, lo mandarono a dormire con il maiale.&lt;br /&gt;Durante la notte, il maiale, muovendosi, schiacciò il gallo.&lt;br /&gt;L’indomani Bepi chiese del suo gallo ma la padrona gli dovette confessare che il maiale lo aveva schiacciato.&lt;br /&gt;- Cara signora – disse Bepi – il gallo era l’unico mio bene. O me lo fa rivivere o mi da il maiale! –&lt;br /&gt;E la padrona si dovette rassegnare a dargli il maiale. Bepi ringraziò e riprese il suo viaggio. Prima del buio chiese ospitalità in un’altra famiglia, per lui e per il suo maiale. Non avendo di maglio, mandarono Bepi a dormire sul fienile e al maiale trovarono un posto nella stalla, accanto al cavallo.&lt;br /&gt;Durante la notte il maiale, con il suo grugnire disturbò il sonno del cavallo; quest’ultimo, per farlo zittire sferrò quattro calci e lo uccise.&lt;br /&gt;Il mattino dopo, Bepi, quando andò a prendere il suo maiale lo trovò morto stecchito. Allora andò a lamentarsi dai padroni di casa: - Stanotte il vostro cavallo ha ucciso il mio maiale; adesso o mi ridate il mio maiale o mi date il vostro cavallo.&lt;br /&gt;E così, la famiglia, sebbene malvolentieri, fu costretta a dargli il cavallo. &lt;br /&gt;Bepi montò in sella e, dopo averli tanto ringraziati, partì al galoppo. Dopo aver corso tutto il giorno arrivò in un paese lontano, proprio quando si stava celebrando un funerale. Bepi chiese chi era nella bara. – Una povera donna di trentacinque anni circa! – gli risposero.&lt;br /&gt;- Siete disposti a darmela in cambio del mio cavallo? – chiese Bepi.&lt;br /&gt;I becchini, ben contenti, accettarono subito lo scambio; lasciarono a Bepi la salma e loro andarono via con il cavallo. Bepi caricò il corpo sulle spalle e riprese il cammino.Verso sera arrivò davanti una casa colonica che aveva la porta aperta&lt;br /&gt;Appoggiò sulla soglia, ben dritta, la donna morta, con il volto che guardava verso l’interno e poi chiese ospitalità per la notte, per lui e per la moglie.&lt;br /&gt;- Ma sì che vi troviamo un posto per dormire! – disse il capofamiglia e aggiunse -  Anzi, penso che abbiate anche fame; entrate dunque e magiate un boccone con noi! – &lt;br /&gt;- Vi ringrazio – rispose Bepi – ma mia moglie è un po’ timida … dovete incoraggiarla …&lt;br /&gt;- Vado a prenderla io! – disse la padrona – Dai, coraggio signora, si accomodi! – Detto questo, l’afferrò per un braccio e tentò di farla entrare. Ma, appena sfiorata, pietrificata com’era, la morta cadde distesa per terra. Bepi, disperato, a quel punto, disse:&lt;br /&gt;- Adesso che mi avete ucciso la moglie dovrete darmi vostra figlia! –&lt;br /&gt;Il padrone di casa, pur di non dover andare sotto processo, gli concesse la figlia Angelina.&lt;br /&gt;L’indomani, Bepi e Angelina si misero in viaggio, anche se la ragazza lasciava malvolentieri la sua casa, essendo una giovinetta.&lt;br /&gt;Ma Bepi, dopo tanti giorni di cammino, si sentiva stanco e chiese ad Angelina che lo portasse un po’ sulla schiena. Mentre Angelina camminava portando quel peso non indifferente, Bepi si mise a canticchiare:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Da un chicco un gallo;&lt;br /&gt;da un gallo ad un maiale;&lt;br /&gt;da un maiale ad un cavallo;&lt;br /&gt;da un cavallo ad una morta;&lt;br /&gt;da una morta a una bella &lt;br /&gt;ragazza che mi porta! –&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo aver sentito ripetere tre, quattro volte questa filastrocca, Angelina, comprendendo l’imbroglio, si avvicinò all’orlo di un fossato colmo d’acqua e scaricò Bepi dalle spalle mandandolo ad annegare nell’acqua turchina. Poi, svelta, svelta, tornò a casa, da mamma e papà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al canpanil de San Piero&lt;br /&gt;de Silvio Domini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I vinti ani de lavori e a són de fadighe, la cèsa la iera zà stada finida de un bel pezet e la vardava cu'i busi de la fazada culurida de zal i covèrti bassi e negri, le stradele storte de la vila, le vigne e i rapari del Lisonz. Al canpanil inveze al iera sol che ta la testa de tuti i paesani.&lt;br /&gt;I véa picà 'na canpana su un trau bas, che se la sintiva sì e no fina lì dei curtivi dei Guanini. In quela volta al vant de un lógo iera un bel canpanil, magari più alt de quei altri. Se misurava a canpanii la braura de un paese. E a San Piero no rìvava spago par farlo, chè i se vea za tant indebità parvìa de la frabica de la cèsa.&lt;br /&gt;Al piovan, che no '1 era un canpion de corazo, dopo vérle pensade e provade tute, dopo vér batù le porte più lustre de Udine e vérghe scrit tante volte parfin al Doze e al Patriarca, senpre sburtà de la zente, una note al dizide, e al zorno dopo i lo pridìca a messa granda, de 'ndar lì del Papa. Più de là! I soldi pa'1 canpanil i dovarà saltar fóra!&lt;br /&gt;Cussì, conpagnà de un ciàp de zente, al parte, 'na matina de magio, montando sul traghet de Casseàn, in conpania de un fagot de strazi e 'na borsa de fugaze plache e de ardo, saludando e recomandando. Podè credar che viazo! Tre mesi bóni. Un póc su cari e un póc a pìe, macolandose i ossi.&lt;br /&gt;Rivà a Roma al someava un domenìcan, parchè la gabana la era deventada bianca de pólvar e de tàcule. Pers de la mare in mezo a tanti siori e tanti preti lustri, finamente, dopo 'na stimana de durmir soto i volti, al riva éssar rizevù del Papa. Quela matina, prima de metar pìe ta quel grando palaz, ciapà de la sbigulita, al se ferma a cronpar un Crist de legno, pagandolo un soldo, e i te lo sconde ta la gatàra par protezión. &lt;br /&gt;Drento, sentà in fila cun cardinai, bonsignori e nobilomini in piruca, al speta al só turno vardando quele stanzie de travadura alta, piene de stuchi e de òri, e al pensa che al canpanil, pa'la borsa del Papa no sarìe gnente, propio gnente. Soto mezozorno, mezo 'npisulà su quela poltrona tènara, i lo ciama e, dopo vér caminà par un tre ànditi lónghi e pieni de piture, al se cata devanti al Papa. Le ganbe le ghe fa iàcun e cu la man zanca al palpa al Crist ta'1 sen.&lt;br /&gt;  Cossa volè de mi reverendo?   'l ghe dimanda al Papa.&lt;br /&gt;  Ezelenza, mi son al piovan de San Piero sul Lisonz e son vignù fina qua parchè no rivemo a tirar su al canpanil. Semo póra zente e Vu sè l'unico che podè iutarne!&lt;br /&gt;  Ah, ah, go capì, se vignù anca vu como tanti altri a scrocar! Volè soldi pa'l canpanil! Go capì, go capì! – e intant al Papa i te lo scalumava par soto le zeare – Ben, ben, mi ve iutarò. Parò al pato che savè rispondarme a tre robe! –&lt;br /&gt;- Tre robe? – dimanda al nostro piovan cu'la pivida. Provarò, zercarò ezelenza!&lt;br /&gt;          Ste tento lóra e pensè ben. Prima de tut dovè dirme quan che pesa la luna!&lt;br /&gt;Al pór prete smurmuia e no 'l responde che spudiciàde.&lt;br /&gt;  Par seconda   al ghe dise al Papa   dovè dirme quant che valo mi!&lt;br /&gt;  Orpo   responde al nostro pór piovan Vu valè tant ezelenza, ma mi no savarìa quant de preciso... no savarìa propio quant che valè!&lt;br /&gt;  No se miga tan furbo   ghe sufia al Papa. - Stè almeno tent a sta terza e ultima dimanda, parchè se no no cuchè i bezi gnanca par le fonde. Dovè dirme cos che mi penso in sto moment! Ve capì?&lt;br /&gt;Al pór piovan no '1 sa cossa dir, al se missia, al se grata la zèrica e no’l vèrze bec. Al volarìe no éssar lì. Lóra al Papa i lo binidisse e 'l ghe fa capir che quando che 'l savarà respondar a le tre dimande al torne de lu e al ciaparà le petenéle.&lt;br /&gt;Vilì e strangussì pa'le fadighe e i pinsieri, iera squasi inverno che 'l piovan al xe tornà a San Piero cu le pive ta'l sac svóido e senza gnanca una frègula de fugaza.&lt;br /&gt;Al vilimènt in paese xe sta grando. L'ultima speranza iera cascada. Al canpanil no se lo varìa fat più. Mai più.&lt;br /&gt;Ma una diménega, dopo brèspul, Giane, de la famèa de i Ziani, che al lavorava un poc de ligazìte e che '1 faseva anca al nònzul, al ferma al pàraco su la porta de la sagristia e al ghe dise:&lt;br /&gt;  Cossa dirisse de 'nprestarme la gabana sior piovan?&lt;br /&gt;- Àto vóia de scherzi Giane, te lanpa?&lt;br /&gt;  No me lanpa propio gnente, anzi son ben cunvint de quel che vi dimando. Mi e vu se someèmo un poc, se no altro ta'1 naso. Go pensà de vistirme de prete e de 'ndar mi a Roma lì del Papa, par respondar a quele tre dimande maladete.&lt;br /&gt;  Ti? E como?&lt;br /&gt;  Cu'la boca sior piovan, cu'la boca. Vedarè che fursi rivemo a far al canpanil. Ma dovè 'nprestarme la gabana e anca al Crist de legno, ziò che '1 me porte furtuna.&lt;br /&gt;Al piovan al vól saver de più su sta fazenda, ma Giane tase. E cussì al prete no ghe resta che cronpar la gata ta'1 sac e i cunbina l'afar de scondón. Sul traghet, la matìna dopo bonoreta, xe Giane vistù de prete, cul fagutin dogna i zòcui, 'nbrocadi e unzudi cul saìn par l'ocasión.&lt;br /&gt;Un dó mesi dopo a Roma al piovan pustìz de San Piero al vien rizevù.&lt;br /&gt;  Séu tornà?   'l ghe fa al Papa   Lóra vól dir che ve pensà e che ve par de saver respòndar a quele tre dimande!&lt;br /&gt;Giane no '1 alza trop i oci, parchè ghe par che '1 Papa, che '1 sa tut, 'l podarìa nacorzarse del sganbio, e al responde:&lt;br /&gt;  Provarò, ezelenza!&lt;br /&gt;  Ben, lóra provè subito! Quant disè che pese la luna?&lt;br /&gt;- Un chilo!   responde pront Giane.&lt;br /&gt;E al Papa cu 'na vèrta de oci:&lt;br /&gt;  Parchè un chilo??&lt;br /&gt;  Parchè la ga quatro quarti, no? E quatro quarti fa un chilo!&lt;br /&gt;  Varda, varda che se vè fat furbo; ma la seconda no so se ghe la intivè.&lt;br /&gt;  Quant valo mi? Disème!&lt;br /&gt;Giane al pesca cu'la pachéa ta la botonara de la gabana e al tira fóra al cruzifìs de legno e, cu'na riduzada furbeta e cunvinta, i la buta:&lt;br /&gt;  Se a sto qua che xe Cristo ghe go dà un soldo, Vu più de mezo soldo no podè valer, ezelenza!&lt;br /&gt;Al papa i te lo squadra, al remena un póc la papùcia 'ndorada e, restà mal, al ganbia vose:&lt;br /&gt;  Sì, devo propio dir che se vè fat 'na bolpe e mi che ve credéu un macaco. Parò son sicur che la terza resposta no la gavarè cussì pronta, parchè ta la me testa no podè éssar. Àlo, disème se séu bón cos che penso mi adès, in sto moment!&lt;br /&gt;  Eh …, ezelenza, me par propio de saver anca quela!&lt;br /&gt;  E sarìe?&lt;br /&gt;  Sarìe che Vu adès pensè che mi sìo al piovan de San Piero e, inveze... mi son al nònzul vistù de prete!&lt;br /&gt;Al Papa, dopo 'na prima scaldinela, al taca rìdar anca lu e, alzandose de la carega, al ghe bate la spala a Giane, fandoghe dar subito 'na borsa pesanta de scudi e de testoni de òro.&lt;br /&gt;Cussì, i conta, xe crissù a la svelta al canpanil de San Piero, un de i più bei e de i più alti de tuta la Bisiacarìa, cu'i soldi del papa e la furbarìa de Giane ligazite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gnagno Vadagno&lt;br /&gt;de Aldo Buccarella&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Gnagno Vadagno al iera un dei più siori de la Bisiacarìa. I iera siori de senpre, i contava che a darghe le tere iera sta al Patriarca de Naquilea in parsona, te te pense. Al véva tanti de quei schei, tante de quele tere che gnanca lu al savéva quante che le iera.&lt;br /&gt;  Soto de sto mato suzedeva robe brute, al cunbinava de quele malagrazie de far stómego, no 'l véva reguardo par nissun, massima cu'i poreti che 'l zercava senpre de scornarli. Se sa, che co un xe sior xe sior, e xe difìzil che no 'l sìe 'na carogna. Al só passatenp 'l iera quel de zirar pa'i canpi cu'l caval e far indanar i contadini che i iera drìo lavorar la só tera.&lt;br /&gt;  Al se divartiva de mati ciapar de mira qualchidun e a tazarghe l'ànema, cussì, sol pa'l gust de farse la ridada e de far védar che lu 'l comandava e che 'l podéva far e dir le robe como che 'l voléva.&lt;br /&gt;  Cussì prasenpio, co i iera drìo vendemar, lu al rivava, al smontava de caval, al ghe 'ndava rente de 'na fèmena sfianconada de lavor e, riduzando, al ghe tirava 'na pedada al sec' pien de ua sparnizandola pa'l canp e dopo al ghe caminava parsóra. Po, vardandola cun oci de sepa, al ghe diséva:&lt;br /&gt;  - Sporca de baba! Cos te ga cunbinà? Te ga de pagar i dani. Tignarò diese schei de paga de l'ua che te ga calcagnà, te ga capì magnavadagni? A sta póra zente ghe tocava 'ndar vanti, sbassar la testa e danarse de lavor e ogni zorno al ciapava de mira un difarent.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La Iaia la iera 'na dona cu'i só ani ma se li portava ben, tan ben che la ghe fava tirar la piva a un muc' de mas'ci. La vivéva de sola de ani parché al só omo al iera partì pa'la guera e no 'l iera più tornà. I contava che 'l fusse mort ma éla la cuntìnevava dir de no, che 'l véva pers la memoria e che un zorno al sarìe tornà casa. Iera chi che 'l ghe credéva parchè i diséva che la Iaia la fusse 'na striga, che la faséva strigarìe, stravédari; i disèva anca che la butava le carte, che insuma la dava i nùmari.&lt;br /&gt;  La zente che i la cognosséva, ghe paréva inpussìbil sta roba parché la iera bóna, seria e no la ghe véva mai fat mal a nissun; la se vadagnava quel póc che la véva lavorando como 'na mussa.&lt;br /&gt;  Gnagno al iera zaromài de tan tenp che 'l se véva mes a farghe la tira par farla desperar e, magari, che la ghe casche ta i brazi parché la ghe piaséva. Tenp indrìo al ghe véva zà fat calche malagrazia che éla la véva parà zò a mut.&lt;br /&gt;  La Iaia, quel zorno, la iera drìo vendemar 'nsieme cu'n par de babe ta un canp grandonón cu'na vigna lónga che no la finìa più. Lu 'l iera rivà prima de matina cun rente i só guardiani, la só anda de sustignù e, dopo vér zirà par un póc tórno le fèmene che le taiava ua, al ga tacà a zigar cu'i oci de mat:&lt;br /&gt;  - Ben, qua se bate fiaca, no se lavora! Qua no vedo vignir fóra zeste de ua de sta vigna... qua ghe xe zente che no la fa al só dover. Se qualchidun al ga i só ani, i só malani, xe méi no che no 'l vegne a lavorar par robarme i schei: al farìa ben a tratignirse casa vanti che sìo mi a pararla via de brut!&lt;br /&gt;  A le babe ghe véva ciapà la tremaróla parché le savéva quant trist che 'l podéva éssar quel ordenàrio.&lt;br /&gt;  - Bogna propio che tendo tut mi, parchè senò valtre, brute bestie, me magné fóra tut... fìe de cani!&lt;br /&gt;  Iera un caldón de murir quel setènbar, un sofegàz che 'l te gavava al fià.&lt;br /&gt;  - Lóra, valtre 'ndè ta'l curtivo de la fatoria, ghe darè 'na man a tirar su al fén e ti - al véva finì cu'na vose de checa vardando la Iaia -, prega al Signor de finir de tirar zò tuta la ua de sta vigna. Vanti che 'l cale 'l sol, la vói tuta partera, no ga de restar su le vide gnanca un gran... senò doman no sta gnanca farte védar.&lt;br /&gt;  Éla la iera restada como 'na gata bagnada, savendo ben che no la varìa mai pudù tirar vìa tuta quela ua vanti che faghe note; po la véva rebatù parando zò l'orgolio e la fota che la véva de drento.&lt;br /&gt;  - Paron! Par stasséra no restarà picà gnanca un gran de ua ta le vide. Tut sarà partera, como vé ordenà vu! -&lt;br /&gt;  A éla ghe véva ciapà al vilimént, iera un lavor che gnanca diese de lóri i sarìa rivadi a finir par la séra, cussì la se ga mes piànzar como un videl, ma de là un póc la se véva sugà le làgreme cu'la traversa e po, vardandose tórno, la véva ingrumà 'na granpada de cai, 'na granpada de fóie de vida squasi seche, 'na bachitina fata a forciassél, po, fat un zèrcio tórno 'na vida, la ga fat tre volte al ziro de la pianta, prima par un sens e tre volte par l'altro e, par finir, la vèva zigà contro al ziel:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    "Nule virdulìne e negrete&lt;br /&gt;    tenpesta e saete!...&lt;br /&gt;    Nule virdulìne e negrete&lt;br /&gt;    tenpesta e saete!...".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Po la véva slargà i brazi e la se véva pozada cu'la schena t'un àlbaro. No xe passà meza óra, che de lontan se ga scuminzià sintir rugnar al tenp, debot ga tacà tonar, a sufiar un sbulïùn de venti, e intant véva scuminzià cascar saete. Nule negre, scure, le véva 'npinì al ziel tant che paréva note. De lì un póc ga tacà 'na tenpestada che de ani no se vedéva 'na roba conpagna.&lt;br /&gt;  Tuti i contadini che i iera ta i canpi, i iera filadi casa. La Iaia, inveze, la xe restada soto de l'àlbaro, in pìe, cu'i oci che i vardava al ziel griso. Quel mondofin al varà durà par 'na bóna óra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Più tardi, co véva finì la sionera, Gnagno al véva fat un ziro pa'i canpi par védar i dani che 'l véva fat al burlaz. Iera 'ndà tut a remengo, e dopo un'óra che 'l coréva pa'le só tere desfade al iera rivà a là che la vendemava la Iaia. Al xe restà de stuc ta'l védarla soto l'àlbaro, éla che la se vardava tórno chieta. Al se ga 'npensà che la fusse restada parché la véva vù paura de éssar mandada casa, cussì la véva ciapà tuta la tenpestada, pur de tignirse al lavor. Parò al se véva anca inacort che no la véva ciapà 'na giòza de aqua né ta i cavéi, né ta'l vistit. Vanti che 'l vèrze la boca la Iaia, cu'na riduzada sui lavri, la ghe véva dit:&lt;br /&gt;  - La ga vist, sior paron, go finì tut al lavor! Al varde... al varde! - la ghe véva dit mostrandoghe cu'l braz le vide. - No xe restà gnanca un rasp de ua su la vigna, la xe tuta partera como che 'l voléva lu... xe vér? Son sta brava? -&lt;br /&gt;  No la véva tort, le vide le iera tute zoncade, i canpi i iera un disert, no iera restà 'na fóia, no iera restà un gran de ua intrego gnanca ta quele poche vide che le iera restade in pìe.&lt;br /&gt;  - Paron, mi go finì al lavor e la saludo. Xe mei che me zerco qualche altro post parché qua par vinti ani no se vendéma più e no sarà più gnente de far... -&lt;br /&gt;  - Bruta scrova, no te me varà miga strigà i canpi?... - al ga dit Gnagno sbassando la testa como un can, tant che éla la ghe voltava le spale.&lt;br /&gt;  Ma no la iera finida sta storia parché un par de zorni drìo ghe véva ciapà fógo la teza e xe 'ndà brusade anca le stale e tute le bestie le iera morte. I recolti de la stazón i iera 'ndadi marzi e cussì anca lu, Gnagno Vadagno, al ga vù cossa de desperarse. Co xe stà óra de pagar i pufi de sèmena e de lavori fati far, iera rivadi i caribigneri e i ghe ga portà via tut quel che 'l véva de valor ta la só casa e, più vanti, i ghe gà sequestrà anca quela. De più de un ano, zaromài, Gnagno Vadagno al iera ridot a zercar la carità.&lt;br /&gt;  La Iaia la xe 'ncóra lì. La speta che 'l passe a bàtar ta la só porta parché la ga mes via un mezo scheo par darghelo. La xe 'ncóra lì che la speta só marì partì pa'la guera e mai tornà, la xe 'ncóra lì e tuti i la respeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia de "Gnagno Vadagno" la ghe iera stada contada a Gregorio Laghi de Mofalcon (che de soranome fava "Goio", mort a nonanta ani ta'l milaenovezentononantasete) de la "Bepa Spigulona", ciamada cussì parché la iera senpre in ziro a spigular, tavaldìr 'ndar tórno pa'i canpi a tirar su quel che restava dopo che i véva ingrumà la recolta, formènt, panoce, fruti: ani anorum fa squasi un mistier che 'l ghe procurava de magnar a quei più póri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La storia di "Gnagno Vadagno" fu raccontata al monfalconese Gregorio Laghi (soprannominato "Goio", morto novantenne nel 1997) dalla "Bepa Spigulona", così chiamata perché andava sempre in giro a "spigolare", cioè a raccogliere nei campi tutto ciò che rimaneva dopo i vari raccolti, come frumento, granoturco, frutta: quasi um mestiere, un tempo, che dava da vivere ai più poveri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La lezenda de Samarc dei Bòcui &lt;br /&gt;de Aldo Buccarella&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ani e anorum fa, co Mofalcon la iera zircondada de i Turchi, fra quei che fava la guardia a la Roca, iera un zóvin, alt, cu la pele scura e i oci zelesti. Al se veva ‘nemorà de ‘na putela de Mofalcon, Rigineta, bela, dolza e zintila. I se véva cognossù al marcà e subito i se véva bramà. Co ‘l iera franc de sarvizio, i se vedeva de scondón e i ‘ndava a morosar rente de i murazi de la zità, lì che dès xe al Leon drio la fossa. Parò, de co iera scuminziada la guera, i se vedeva póc e cussì tuti dó pativa, como che patìsse chi che se vól ben. &lt;br /&gt;Ma finamente dopo un muc’ de tenp i Turchi i iera, cun bóna pase de tuti, 'ndadi via. Intant iera rivà avril e cu'l avril la festa del Samarc dei Bòcui, che iera la festa de i morosi de Mofalcon e de la Bisiacarìa. Squasi tuti quei de Mofalcon i se véva sparnizà su la Monte a far la marenda. Anca Rigineta e le só amighe le iera ‘ndade su la Monte a far fraia.&lt;br /&gt;Un sol tiepiduz 'l scaldava l’ànema: Rigineta e al sò moroso i se véva catà e lu ‘nbrazadola al ghe véva regalà un bel bòcul de rosa rossa e po, i se véva calà oltra le mace, sbrissando zò par un trozo de erba zà fracagnada che 'l menava ta ‘na busa carga de primule. Lì, fra un strenzón e un baset, no i se véva inacort del tenp che passava, fatostà che iera squasi scur co i veva dezidèst de lassarse par tornar casa. &lt;br /&gt;Ela la véva zercà le amighe, ma no i le véva catade, cussì la iera tornada de sola ta la zitadela. Rivada la véva catà i portoni seradi. Piena de sbìgula, (no la saveva cossa far, poreta) la se véva 'npensà de tornar su là del moroso e lì spetar al zorno. &lt;br /&gt;Quela note lu al iera de guardia a la fossa de la Roca, scont ta ‘na macia. Tutintùn al véva sintù mòvarse le rame, ‘na unbrìa vultizada ta un sial grando negro la vigniva vanti ta’l flus’c.  Cu ‘na vosata de trist al véva sbraità:&lt;br /&gt;- Chi va là? &lt;br /&gt;Ela meza morta de paura la se véva cuciada soto ‘na rama in zito tignindo al fià. Al moroso zidin zidin al véva fat un par de passi in vanti cun prudenzia, po co’l ghe iera rivà vizin, vista sta unbrìa negra cuciulada, senza dir nè ai nè bai, al ghe iera saltà sora inpirandoghe la lanza ta’l cór.&lt;br /&gt;Ta’l zigo che 'l veva conpagnà la sdramazàda par tera al véva recognossù la vose de Rigineta.&lt;br /&gt;Al véva sta là tuta la note cu la só regaza ta i brazi a piànzar e cussì i lo véva catà ‘na fada che la passava de là e ghe se véva ‘ngropà al cór a quela sena. &lt;br /&gt;Lu al  ghe véva contà la só storia disendoghe, a la fin, che’l varia vulù che la só morosa la devente un falchèt bianc, parziò che la pode svolar lavìa, sui monti drio de la Roca, alti e pieni de neve bianca como la nozenza del só ben.&lt;br /&gt;Dès de matina bonora oni vintizinque de avril, al zorno de Samarc, se vede un falchet bianc cu‘na granda macia rossa sul pet che sgorlando zó de i monti bianchi de neve al se cala sui muri vecioni de la Roca e po al svola tórno como ànema in péna, como se al zercaria qualchidun. Ma péna che taca a rivar zente su la Roca, al ciapa al svol e al torna sui monti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del vec' Gregorio Laghi, che de soranome fava "Goio", mort a nonanta ani ta'l milanovezentononantasete, go savù che a Mofalcon, almanco fin a al fin del Otozento, se usava 'ncora far la festa de "Samarc dei bòcui" ta calche famèa del só borgo (San Iàcun) e a casa sóva. Al pare defati, al vintizinque de avril de oni ano, al ghe fava de regal un bòcul de rosa a só molge, che po par un muc' de zorni 'l fava bela figura ta la tola. Goio al me ga anca dit sta vècia lezenda che i ghe la véva contada só mare (che de soranome la iera ciamada "la Pasta") senpre ligada a sta festa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota.&lt;br /&gt;Da una testimonianza orale del monfalconese Gregorio Laghi, soprannominato "Goio", morto novantenne nel 1997, ho saputo che a Monfalcone almeno fino al termine del 1800, l’usanza di festeggiare la festa di "Samarc dei bòcui" era ancora rispettata in qualche famiglia del suo borgo (San Jàcum) e a casa sua. Il padre difatti, il 25 aprile di ogni anno, donava un bocciolo di rosa rossa a sua madre che troneggiava poi sul tavolo per parecchi giorni. Lo stesso Laghi mi ha inoltre raccontato questa vecchia lezenda che gli era stata narrata dalla madre (soprannominata "la Pasta") sempre riferita a questa festa. &lt;br /&gt;  Speriamo di aver risposto, almeno in parte, alla domanda iniziale e...cosa dire ancora? Buona scrittura a tutti!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-4592370868275774196?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/4592370868275774196/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=4592370868275774196' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4592370868275774196'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/4592370868275774196'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/vce-lende-e-conte-de-la-bisiacara.html' title='Véce lïende e conte de la Bisiacarìa'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooyUL8ApzI/AAAAAAAAAHs/EREDSoanU_o/s72-c/isonzo_a_sagrado.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-3739443805255808372</id><published>2008-11-04T13:55:00.000+01:00</published><updated>2008-11-04T14:05:59.756+01:00</updated><title type='text'>Storia de parole bisiache</title><content type='html'>La storia e  la nassiòn de véce parole in Bisiacarìa&lt;br /&gt;inbastida de Ivan Crico e Mauro Casasola&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCHEDE DE IVAN CRICO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  ARMILIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   La radisa del nome de sto frut, como che se leze ta diversi vocabulari de parlade venete, sarìa de zercarla ta la parola "Armenia", parvìa che xe sta de quel paese che - cussì i dise - i soldadi romani i à portà a qua de naltri i armilinari pa'la prima volta. La parola taliana "albicocca", 'nveze, la vien de l'arabo "al-barpuq", par latìn "precoquus", che par talian vol dir "precoce".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   NARANZA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Al nome bisiàc de sto frut al vien drét de l'arabo "narang'" ( par talian, 'nveze, se ghe dise "arancia"). Se pensa, defati, che sìe stadi  i marcadanti viniziani a portarle, cu'le navi, par primi de ste bande; e par quest se à mancignù la magnera più antiga de ciamarle. Se pensa, po, che la parola "narang'" la vegne de quela sanscrita " nagaranjia", che xe un vocàbul par dir che xe 'na roba che la ghe piasona ai lionfanti, parvìa che sti nemai le naranze i le magna propio de gust.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;   SAREZA  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   La parola "sareza" la vien doprada par ciamarghe al frut ma, anca, un cazot o 'na bona crozulada. Un bel zugo de 'na volta era quel de far i ricini cu'le sareze, metendo a piculon parsora de la récia dò sareze cignude 'nsieme 'ncora cu'l so picol.&lt;br /&gt;   "Sareza", più del talian "ciliegia", al ghe soméa méi al nome antigo de sto frut, che 'l nasse ta 'l mese de mazo-zugno, e che l'era "ceresia" (par latìn volgar) e 'ncora prima, in grego, "Keràsion".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   STROPAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Al stropar, par talian, al xe dit "salice, salcio viminale". Cu'le so rame longhe, drete e sutìle, "le strope" ( e massima quele che se recavéa dei biancuni e dei negruni, che sarìa dò spezie che se catava vìa pa'l Lisonz), i zestari bisiachi i à 'nbastì - fandose cognossar par dut pa'la so braùra - miari de tomane, cazopete e tanti altri tipi de zesti.&lt;br /&gt;   Cu'le strope se pol, po, anca ligar i cavi de le vide fando como dei pìzui lazi, curti e fini, ciamadi "strupioi". Ancoi i li dopra de plastica ma, como che me à contà un me amigo sotan, no i xe gnanca de mètar cun quei antri.&lt;br /&gt;   Le strope, donca, le va benonon par 'nturtizar, strènzar, parvìa che le xe - 'nsieme - morbede e forte. La parola  "stroppus", in latìn, la vignìa doprada par ciamar 'na zengia che la servìa par ligar al remo ta la forcula: de qua, dato che anca cu'le strope se podeva ligar tantone robe, le à ciapà cu'l tenp sto nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DE "AER" A "AIAR": SMARIDE &lt;br /&gt;TALPADE DE 'NA PAROLA PIRDUDA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Co ò sintù dir che fina ta i ani vinti de sto sécul i vecioni, cu'la più doprada "aria", i diséa anca "àiar", devo dir che no ero tant cunvìnt. O' pensà de bot che la fusse 'na parola ciota de 'nprest del furlan. Defati, 'ncora dés, in Furlanìa i dise "àjar", o "àer"; e, par ciamar al vént crudo de l'inverno, "ajarìn-ett-utt-att-on".&lt;br /&gt;   Bogna dir, parò, che sta parola no la xe solche furlana ma la vien, como che se sa, del grego "aér" travers al latìn "aera". Son 'ndà lora, dato che anca al dialet vinizian al à tantone parole che le vien del latìn, a zercar s'anca ta 'l veneto se doprava 'na parola che la podesse somearghe a quela furlana.&lt;br /&gt;Como che pensau ta 'l vinizian antigo ò catà "àgiara" o "aiera"; po ta 'l ciozot "agiare", "ageressa" (par dir 'n'aria che la fa mal), "agiareto" ( par dir 'n'aria fina)  e "agiaron" ( un réful de aria fresca). Par quel che reguarda Grau, no véndo quela volta 'ncora un vocabulario de sta parlada, son 'ndà lézar le puisie de Marin e ò catà, ta 'l vulume "La luse sconta", sti versi: "e l'onbra ingiote duto / e rende l'agere inserto". A Rovigno 'nveze, t'una puisìa de giusto Curto, catemo "arein". Un'antra cunferma la ò buda lezendo le òpre de Bartolomeo Cavassico, un fin poeta de Belun vivest fra 'l milaquatrozentozinquanta e 'l milazinquezentozinquantazinque. Su'n t'una so puisìa al à scrit: "a la fé che 'l vedeve / per l'àier svolatar". Dut quest par dir che, pur in magnere difarente, sta parola la era doparada, in ta 'nstessi ani, sìe dei viniziani che dei furlani.&lt;br /&gt;   Po, un zorno, me xe capità de sintìr dei vèci de qua che i diséa "aiarìn" e, co ghe ò dimandà se la era 'na parola bisiaca, i m'à dit che lori, par quel che i se recordéa, i la véa senpre sintuda doprar de ste bande. Me xe suzedù 'ncora de sintirla e, cussì, son tornà zercar. T'una puisìa del Scaramuzza, un poeta gradesan de l'antro sécul, ò catà lora "agerìn" e a Cioza "agiarìn". Anca sta qua no la era, donca, 'na parola sol furlana.&lt;br /&gt;   Ta 'l nostro vocabulario la 'siste, parò, 'na parola onde che xe drento anca "àiar": "sotàiaro", che vol dir par talian "palonbaro". I ciozoti, 'nveze, i ghe dise t'un modo squasi conpagno "sotagiaro".&lt;br /&gt;   Par tornar a la parola "àiar", dovemo pensar più che al ciozot e al gradesan ( onde che tante "i" le deventa "gi" como ta le parole "pagia" par "paia" o "tagia" par "taia") a quei "àiare" o "àier" che catemo ta le parlade viniziane. Squasi de secur, se sta parola la vignìa doprada dei bisiachi, la dovéa ver 'na filusumìa conpagna de quela che i doprava a Venezia e defati, la parola "sotàiaro", par cunfermarlo.&lt;br /&gt;   Xe bastanza fàzil, po, 'mazinar che como a Belun (onde che tantone parole le finisse zoncade como quele bisiache) "àiara" la xe deventada "àier" anca sta parola - a qua de naltri - la se pode vér mudà in "àiar".&lt;br /&gt;   Vìa pa'i ani, ciaculando cu'l defont amigo Begnamin Braida e tanti véci dei nostri paesi, e massima de Pieris, Saganzian e Turiac, ò pudù sintìr anca antre parole che le nasse de "àiar". Oltra che "aiarìn", che 'l xe 'l nome de un vént 'ndiazà ( es. : "Ancoi é un aiarìn che 'l taia le coste"), podemo catar anca "paràiar" (es.: "Cossa bùteto paràiar quela garzona!"), e "aiaroso" (es.: "Spande aiaròso quel fén, ziò che 'l se sughe ben").&lt;br /&gt;   Par finir bogna dir che anca se ste parole le cunparisse ta i vocabulari veneti la zente - a difarenza dei furlani - zà del prinzìpio de l'antro sécul la véa squasi duta desmitù de doprarle ta la vita de oni zorno. No xe de darse de maravéa se squasi nissun se le recorda, se le xe 'ndade in ris'c- chi sa como quante antre - de vignìr desmentegade par senpre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   BALISTRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Se parlava, un zorno, de arme e, anca, de quéi zughi che i xe ligadi in calche modo a la càzia o a la guera. Zugar cu'l arc la era 'na véra e propia passion dei garzoni bisiachi, me contava l'amigo Begnamin Braida, e par custruirli i cioléa i finucini de l'onbrena e i li lighéa 'nsieme. Cussì se feva l'archét par 'ndar tirar in ziro. Ma, t'un zerto momént, como recordandose de 'na roba 'nportanta, Begnamin al me dise: "Par dir la virità noi zovini lo ciamesse arc o archét ma me nonu, e cun lu tuti i vecioni, i ghe diséa la "balistra". I savéa anca lori che l'arc xe 'n'altra roba ma, 'nstés, lori i cuntinuava a ciamarlo cussì". No me à dà tant de maravéa sintìr che na volta i ciaméa 'na roba cu'l nome de 'n'antra: suzede anca ancoi che calchidùn al sganbia "polistirolo" par "colesterolo" e cussì vìa vanti. Quél che me à 'ntaressà tanton, 'nveze, xe sta descoèrzar che al nome par latìn de "balestra" al era "bal(l)ista". Podarìe èssar cussì che ta 'l véc' bisiàc, più che ta 'l talian, sìe restada viva par sécui 'na forma più someanta a quela antiga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  GARZON&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   "Garzon" o "garzona", par ciamar un regazet o 'na regaza, e "garzonét" par nomenar i più pìzui, xe 'ncora bastanza doprà in ziro pa'i nostri paesi. Bogna savér, parò, che semo restadi solche naltri bisiachi a sarvirse de sta parola parvìa che, par dute le antre bande, la xe disparida zaromai de zentozinquanta ani. Ta 'l primo lùmar de la rivista de dialeti "Diverse Lingue", defati, Piera Rizzolati la contéa che l'ùltima tistimognanza de sto vocabul se la podeva catar a Clauzetto, in Furlanìa, ta la metà de l'antro sécul. Voltando par furlan "La Parabola del Figliuol Prodigo" quéi de sta vila i véa scrit cussì: "E al ji disè il garzon: pari ai falat cul Signor e cun te". Noma che ta la Bisiacarìa, como che scrive 'ncora sta studiosa, la parola "garzon" ( che la vien del franzese "garcon") la cuntìneva a éssar doprada 'ncora mancignindo, in più, al so significato original.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   STRUPIAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   I me stava contando 'na vècia storia onde che in t'un zerto momént, al parsonagio prinzipal, i ghe pica de drìo ta la schena 'na tabéla cun su scrit: "Al maza zento e 'l strùpia quatordese". Sintindo sta parola m'ò 'ncuriusì, parvìa che no savéu che la vignìa doprada anca dei bisiachi. Cussì, par prima roba, son 'ndà védar como che 'l verbo "storpiare" al se mudéa ta le antre parlade. O' let lora che ta la lèngua bretone se dise "estropya" e in spagnol "estropear". Lezendo 'na puisìa del gradesan Marchesini, 'ntitulada "De lenguistica", ò catà po al verso "se missia drete e strupie toscanae". "Strupiar" se cata po anca ta 'l furlan, ta 'l ciozot e ta antre parlade venete.&lt;br /&gt;   Ancoi, anca ta le antre bande, no dopra nissun sta parola che, almanco fina al prinzìpio de sto sècul, la era 'nveze tanton cugnussuda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCUNIR DESCUNIR O DISCUNIR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   "Scunìr" o "descunìr" xe 'na parola che la vol dir 'ndebulirse, deventar fiapi, cunsumarse. In furlan se dise "scuni" ma sta parola, de senpre, la xe doprada anca in Veneto. In trevisan catemo defati "descunìr" e in ciozot "desconire", sol par far dò esenpi ta i tanti pussìbui.&lt;br /&gt;   Par bisiàc, 'nveze, se pol doprar tre magnere de dir, "scunìr", "descunìr" e anca “discunìr” ( es. : "Son 'ndà catar me nevò, che l'era malà, e l'ò catà dut scunì"). Co un al à i oci descoculadi, parvìa de 'na longa fievrada o de un mal, se diséa che 'l véa i "oci descunidi".&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;TROMENT E DRUMIR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   In antigo par dir "tormént" e "durmìr" se doprava anca do magnere difarente como, apunt, "tromént" e "drumìr". Xe 'na roba, sta qua, che la suzedéa bastanza de spes 'na volta, ganbiando del so post la bocale e portandola de la seconda a la terza lètara. Podemo catar, cussì, espression como, prasenpio, "tante matìne del mese de dizenbre le é tromentade del neverìn" o ‘l modo de dir "al drome como la tera".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCHEDE DE MAURO CASASOLA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;REMANDO E REMANDAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sbisigando a roda lavada ta'l vocabolario bisiac, pol capitar de 'nacorzerse che no ghe xe nissuna parola par dir "riflesso" e "riflettere" (xe inveze "speciar", "rispecchiare"), ma savemo anca che ste dò robe noi le voltemo cun "remando" e "remandar", e se pol 'ncora sintirle de quei che dopra la calada patoca. La M. Trevisan la intitula un so libret "Remandi de luse". "Remandi del tenp" xe un capìtul de sto zornalet e parfin S. Domini, che 'l vocabolario i lu ga scrit, ta la puisia "Co l' autuno indora" al dise: "Fossete de aqua remanda / un sol rabioso". Xe stada lora 'na desmenteganza dei autori del vocabolario che voi far notar. Par dirla tuta, "remando" e "remandar" (o "rimandar")  le ghe xe ma le vol dir altre robe: "de remando" vol dir "con pronta risposta", "remandar" sta par "rimandare", "rinviare", ma anca "rigettare" o diritura "vomitare". E no ga de far maravea che 'na parola bisiaca ga più significati ta'l talian. Al fato che "rimandare", "rinviare" e "riflettere" se dise conpagno fa pensar che i nostri veci i vedeva le dò robe in ta calche magnera ligade. Cussì par bisiac no pol èssar remandada nome la lètara de auguri o la bala che i putei i ga tirà ta le lastre del balcon, ma anca 'na s'cianta de luse, co 'l sol 'l toca 'l spec'. Strighezi del bisiac!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VOLTAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che "voltar" vol anca dir "tradurre" no savevo ma des son cunvint anca mi. De più de qualchidun go sintù: "al ga voltà par franzese 'na scrita in todes'c" opur "volteme sta roba come che Dio comanda, che no se capisse un òstrega!" "Tradurre", come "riflettere" xe una de quele parole che ta 'l vocabolario no le ga "corrispettivo", epur de sicur la nostra zente varà vu prima o dopo bisogno de dir "lo specchio riflette", "traducimi la lettera"...Se trata fursi de 'nantra pìciula desmenteganza ta un grando lavor, che mi des go 'l brusighin de taponar. Ve digo anca che par ste dò parole, come par altre, no go mai la sicureza che le sie stade parbon doprade qua de noi e che le sie patoche. Pol èssar stade mitude de bando de Domini e quei altri, parche vignude de altri dialeti in tenpi vizini. Ghe volarie infati che i più veci se faghe vivi e che i faghe saver la sova, prima che vaghe pers tut. Destrigando 'l descors, go de dir che ta 'l furlan oltra che "tradusi" (i verbi che che inta 'l latin i fa "traducere", "producere"... no i partien mai al nostro parlar) se dise anca "voltà". P. M. Miniussi, ta'l primo Bisiacaria 'l dise: "...i ga voltà benon par bisiac 'na storiela de O. Wilde" e Crico ta 'l Isonz al conta: "...voltando par furlan la parabola..." e ghe xe altri esenpi. L' etimologia la xe senplize e direta. Come par " remando" podemo parlar de idiotismo, val a dir de 'na parola che vol dir 'na roba ta una lengua (es. la parola "petrolio" par talian), la passa a deventar 'naltra roba ta un altra lengua ("petrol" par inglese no vol dir "petrolio" ma "benzina"). Cussì ta'l bisiac la suocera xe la "madona" (madonna) e 'l suocero xe 'l "missier" (messere), riuscire se dise "rivar" (arrivare) e la pupilla xe la "luse dei oci" (luce degli occhi). Tut drio a rezonamenti antighi che più no ne partien.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SALVADEGO, CROCAL, BLEDA e CAN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ste tre parolete zà le xe ta'l nostro vocabulario, ma come tuti sa, zerte parole pol voler dir più robe, anca parvia che un ordegno pol ciapar nome de una bestia che ghe somea (penseve a la "grua") o un inprest pol deventar la nomenanza par una parsona (come par "batoc' ")...Suzede cussì' che ta 'l bisiac "salvadego"  no sta solche par "selvaggio", "selvatico" ma xe l' agetivo par un omo "maldestro", "maleducato", "screanzato", "grossolano". A chi che no saluda se ghe dise "che salvadego che 'l xe!" e a chi no sa magnar "che salvadego! Vara come che te magne!. 'Na "bleda" xe un che no sta gnanca in pie, che no ga nervo, ne forza: "che fisico de bleda!". "Can" xe 'na parsona par gnente zivil: "Sicome che 'l iera rabià, al ga fat al can davanti de tuti. Che figure!", "te xe un can se te fa parbon quela porcada" e zonto che go trovà anca "a la can via" (malamente, senza garbo, senza creanza, senza logica), 'na locuzion vizina a tante someante ta'l nostro dialet.  Vado de longo cun "crocal" ("croc", che ghe somea, la ghe xe!) che inveze pol vignir doprà par intèndar un tandol, un basual, un varul insuma. Tra quei sioreti che go parlà de ste robe, qualchidun me ga dit che se xe zà stade salvade ste parole cun al suo significato prinzipal, basta e vanza, ma go de dir che no xe ver! Un talian che 'l sinte "sto crocal al me ga fat spetar dò ore ta'l fredo" l ris'cierie de voltarla cun "questo gabbiano..." e no ghe tornarie i conti. Sti sensi figurati, 'ncora dopradi,  li voi lora far notar cun piazer, anca parchè me go ciapà de crocal e de salvadego tante tante volte de la boca de me mare co fasevo qualcossa che no 'ndava!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-3739443805255808372?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/3739443805255808372/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=3739443805255808372' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3739443805255808372'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/3739443805255808372'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/storia-de-parole.html' title='Storia de parole bisiache'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8718067740857718944</id><published>2008-11-04T13:18:00.000+01:00</published><updated>2008-11-04T13:23:42.789+01:00</updated><title type='text'>Puisie de Ivan Crico par bisiac / Poesie di Ivan Crico in bisiac</title><content type='html'>COS CHE CATARÉ / INDICE:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Puisie par bisiàc de Ivan Crico&lt;br /&gt;2) Note bio-bibliografiche&lt;br /&gt;3) Saggio "Perché scrivere in bisiac?"&lt;br /&gt;4) Giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, Mariuccia Coretti, &lt;br /&gt;Giovanni Tesio, Mario Benedetti, Gian Mario Villalta, Anna De Simone, &lt;br /&gt;Bianca Dorato, Antonella Anedda, Pierluigi Cappello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO  Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, / dove il ciottolo /si consuma da sempre abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima / con i chiarori che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CONZE'&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al sgorl dei sbiri cuntìneva l'unbrìa&lt;br /&gt;de le robe che le me passa oltra&lt;br /&gt;senza catar un prinzìpio o 'na fìn;&lt;br /&gt;óse che le é antre óse 'ncora&lt;br /&gt;e talpe de ciaro ta midài de neve.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Como scanpadi del flis'co nét del tenp,&lt;br /&gt;réfui i mena remandi de vite&lt;br /&gt;cussì desmentegade de éssar nostre,&lt;br /&gt;fiuridure bianche de russa ta la zita&lt;br /&gt;mai 'nbunida corantìa de le sasón.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CONGEDO  Il volo dei rondoni continua l'ombra / delle cose che mi attraversano / senza incontrare un principio o una fine; / voci che sono altre voci ancora / e passi di luce su soglie di neve. // Come sfuggite alla chiara devastazione del tempo, / folate di vento recano echi di vite / così dimenticate da essere nostre, / fioriture bianche di rovo nella silenziosa / mai sepolta corrente delle stagioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LEZION&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La criùra arente, al fun dei foghi&lt;br /&gt;de erba scarabazada, zala ta i ori&lt;br /&gt;fruàdi de le strade de bot al se sfanta&lt;br /&gt;se drento al razo lontan del vardar&lt;br /&gt;- de in cau - te torne drento ta i fior&lt;br /&gt;che i se desfa, i àrbui de l'unbriun. &lt;br /&gt;Dés la lanpa se desmola del vìvar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dei bròili, le s'cese rosse dei vasi&lt;br /&gt;ta le piane che se vede par poc 'ncora&lt;br /&gt;in ta 'l scur, senpre de lontan, oltra&lt;br /&gt;i véri e le lezion de cant senza fìn&lt;br /&gt;de vardar cunfundudi cu 'le note&lt;br /&gt;ta la gnotulada longa, stelada de spini&lt;br /&gt;del ziél. Difarenti i zorni ma medemo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al spetar, le ore de iér e de ancoi&lt;br /&gt;restade piculade in fra le malte&lt;br /&gt;maculade, al ruzìn luminà, òcria&lt;br /&gt;che 'l sbrissa ta roìei fondi ta 'l fér&lt;br /&gt;alt dei globi, dei cartéi. La porta&lt;br /&gt;che vérze ta 'l scur un sbrego de luse&lt;br /&gt;catada là che ridando te cunparisse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LEZION La vicinanza del gelo, il fumo dei fuochi / d'erba piagata, gialla sui bordi / corrosi  delle strade in pochi istanti scompare / se nel raggio distante dello sguardo / - dal fondo della via - rientri tra i fiori / che si disfano, gli alberi di penombra. / Adesso la fiamma si sfila dalla vita // dei giardini, le schegge rosse dai vasi / sui davanzali visibili ancora per poco / nel buio, sempre da lontano, oltre / i vetri e le lezioni di canto senza fine / da guardare confusi con le note / all'insonnia ampia, stellata di spine / del cielo. Diversi i giorni ma uguali // le attese, le ore di oggi e di ieri / rimaste sospese tra gli intonaci / lesi, la ruggine illuminata, ocra / che discende in rivi fondi il ferro / alto dei lampioni, dei segnali. La porta / che apre nel buio un varco di luce / ritrovata dove ridendo compari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DE ISTÀ &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A pian como 'l mar che 'l ghe fa azét&lt;br /&gt;ta i sabioni negri, ploci ai vanzuni&lt;br /&gt;dei àrbui sbregadi in ta l'ora senza&lt;br /&gt;vita te conte, ta la lama 'ncantada&lt;br /&gt;del sol in fra i scalini 'npolvaradi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e i cundumìni, de chi che te ere&lt;br /&gt;co te passée a qua le to zornade,&lt;br /&gt;le to vacanze t'un tenp senza fìn.&lt;br /&gt;Ramazi grandi de talpon che a pian&lt;br /&gt;i sparìa ta 'l fundi, ta le masanéte&lt;br /&gt;morte, bianchize roste sfiliose&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;de sbréndui de sporte como àleghe&lt;br /&gt;de ziruloide moéste de la corantìa.&lt;br /&gt;Drento 'l sabion fracà al rispiro&lt;br /&gt;de un 'nsonio se levéa contra 'l biau&lt;br /&gt;sbianzigà del mar: passéuo senza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;védarte se 'l pòlvar che 'l coerzéa&lt;br /&gt;i passi l'era 'l tenp che 'l te spartisse&lt;br /&gt;de chi che te ere par éssar la piova&lt;br /&gt;che la stòrze le urtighe, la diulida&lt;br /&gt;ciara de le montagne de matìna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'ESTATE Piano come il mare che accoglie / tra le sabbie nere, fangose i resti / degli alberi strappati nell'ora senza / vita racconti, nella lama immobile / del sole tra le gradinate polverose // e i condomini, di chi eri / quando passavi qui le tue giornate, / le tue vacanze in un tempo senza fine. / Rami grandi di pioppo che lentamente / sparivano sul fondo, tra i granchi / morti, bianche dighe filamentose // di brandelli di borse come alghe / di plastica mosse dalla corrente. / Nella sabbia premuta il respiro / di un sogno si alzava contro il blu / sbiancato del mare: passavo senza // vederti se la polvere che velava / i passi era il tempo che ti divide / da chi eri per essere la pioggia / che piega le ortiche, il dolore / chiaro delle montagne nel mattino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA MONTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel che ’l xe sta e 'l resta ta 'l saldàn&lt;br /&gt;al à la óse russida de le piante&lt;br /&gt;de foiarola ta'l oro sbechetà&lt;br /&gt;dei sfondri. Al sol in ta 'l bianc&lt;br /&gt;dei mantii distiradi ta le trinzee&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;doventade un giaron de pòlvar&lt;br /&gt;e vididulazi, gatìuni intrigosi&lt;br /&gt;de russe. In fra i antri che no i sa&lt;br /&gt;cossa che vol dir 'l to zirarte, l'onda&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che la me conta de le note dei negri&lt;br /&gt;cavéi sgardufadi. Al rispiro cuiét,&lt;br /&gt;là che ciapa sàcuma l'oro intristulì&lt;br /&gt;de la gràia disérta, drento t'un zito&lt;br /&gt;'ndò che se vémo 'ncantà par senpre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CARSO  Ciò che è stato e resta fra le crete / ha la voce arrossata delle piante / di sommacco sul bordo frastagliato / delle scarpate. Il sole sul bianco / delle tovaglie stese tra le trincee // diventate un greto di polvere / ed erbe, intrichi impenetrabili / di spine. Tra altri che non sanno cosa vuol dire il tuo voltarti, l'onda // che mi parla delle notti dei neri / capelli increspati. Il respiro calmo, / in cui prende forma l'oro bruciato / della radura deserta, in un silenzio / dove ci siamo fermati per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RAZETE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'era al zorno, al spìn del sol&lt;br /&gt;secrét ta i òpi che 'l va fundi &lt;br /&gt;e 'l se desfanta. Sinìza fiadada&lt;br /&gt;ta le bronze de vént dei véri. Ciara&lt;br /&gt;àqua de criura che se sbrega ta i scoi&lt;br /&gt;e 'l va 'ndrìo in ta 'l'nsonio al muso.&lt;br /&gt;Noma che un remando o un suvignìr&lt;br /&gt;solche de dalie che la man ancoi&lt;br /&gt;la slarga ta razete pegre de scur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CERCHI SULL'ACQUA Era il giorno, la spina del sole / segreta tra gli aceri che affonda / e scompare. Cenere alitata / sulle braci di vento dei vetri. Chiara / acqua di gelo che s'infrange sugli scogli / e indietreggia nel sogno il viso. / Solo un riflesso o una memoria / soltanto di dalie che la mano ora / dilata in lenti cerchi sull'acqua di buio.            &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ALBA DE NOTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No restemo più ta 'l lìla doventà bianc dei rapi&lt;br /&gt;che la glicinia distira ta 'l mur 'npolvarà, squasi&lt;br /&gt;un ziél parvìa de le man smaride de sòlpar. Cori &lt;br /&gt;lassadi a mezo. Nomi. Scrite e razi de diòze spissulade&lt;br /&gt;dei uséi sgarfadi. Calcossa de antro dès al scomenza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ta l'aria. De sèra, lontan, squaià al diol in ta 'l ziél &lt;br /&gt;blu scur se slarga in fra i archi, al masegno&lt;br /&gt;bagnà de le unbrìe; éssar culì par darghe un muso, &lt;br /&gt;'na sàcuma al spetar, co torna le sìnzile pa'l curt&lt;br /&gt;tenp di vèdarle ferme ta i fii turzuladi de le còe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;'Na giara grisa che  tibiemo, langhirada de stii &lt;br /&gt;de erba. Rùspia erba che la taia i dé, la pèla&lt;br /&gt;par sbregarla. E ros un fil de sangue al sbrissa longo&lt;br /&gt;quella linìa zoncada cu'i istadi, le curude de chi &lt;br /&gt;che te ere ta 'l slavìn, vignù de colp, che 'l spiandora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AL TRAMONTO  Non restiamo più nel viola sbiancato dei grappoli / che il glicine distende sul muro polveroso, quasi / un cielo per i tanti strati slavati di verderame. Cuori / lasciati  incompiuti. Nomi. Scritte e raggi di gocce esplose / dai sessi grafiti. Qualcosa d'altro adesso comincia / nell'aria. Di sera / lontano il dolore fuso nel cielo / blu scuro si dilata tra gli archi, l'arenaria / bagnata dalle ombre; essere qui per dargli un volto, / forma all'attesa, al rientro delle rondini per il breve / tempo di vederle ferme tra i fili  intrecciati dei nidi. // Una ghiaia / grigia che calpestiamo, trapassata  da lame / d'erba. Ruvida erba che taglia le dita, la pelle / a strapparla. E rosso un filo di sangue cola lungo / quella linea recisa con le estati, le corse di chi / eri nella pioggia improvvisa, luminosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BOTI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se vèrze cu'i véri la stànzia sul zigo&lt;br /&gt;rasente dei crocai ta 'l vént de piova.&lt;br /&gt;'Na sinìza de réquia la sprafuma &lt;br /&gt;i zardìni 'ndando vanti ta 'l bianc&lt;br /&gt;del fun che 'l se storze fina pelar&lt;br /&gt;la téra. Téra 'ndurida del zibìu&lt;br /&gt;onde che 'l rumor de le calcagnade&lt;br /&gt;al passa senza lassar talpassade.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dì de dezènbar. Ta le àque un flus'c&lt;br /&gt;spiandor par cuìr 'nsema cu'la unbrìa&lt;br /&gt;de 'na zora l'unbrìa de le ore&lt;br /&gt;drìo scanpar. I boti i se desfanta&lt;br /&gt;ta 'l àiar ùmedo e fis, zoncadi&lt;br /&gt;como che li sintìuo in fra i alti&lt;br /&gt;rapari de l'istà, contra 'l saldan&lt;br /&gt;scundù de 'na muraza disparida.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fòie de scuriot dès sora le piere&lt;br /&gt;'ntant che crota de ti la resta un sguaz&lt;br /&gt;la ose pa'l lusor, nibì del ziél, drìo&lt;br /&gt;sufiar lontan de le brule scuriade.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RINTOCCHI Si apre coi vetri la stanza al grido / radente dei gabbiani nell'aria piovosa. / Una cenere di pace profuma / i giardini avanzando nel bianco / del fumo che s'incurva fino a sfiorare / la terra. Terra indurita dal gelo / dove il rumore dei passi / scorre senza lasciare orme. // Giorni di dicembre. Sulle acque un opaco / splendore sembra cogliere insieme all'ombra / di un corvo l'ombra delle ore / in fuga. I rintocchi si dissolvono / nell'aria umida e densa, recisi / come li sentivo tra gli alti / argini dell'estate, contro l'argilla / nascosta di una parete scomparsa. // Foglie di gelo ora sulle pietre / mentre spoglia di te rimane un guado / la voce per la luce, negata dal cielo, che / soffia lontana dai canneti frustati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ZORNI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zorni che i xe ta i passi su la piéra&lt;br /&gt;del salizo. Ta la zente che passa&lt;br /&gt;cu'l vardar che 'l luma 'l so disparir,&lt;br /&gt;al roàn de la glicinia, curuda&lt;br /&gt;del vént, che se 'ngranpa ta 'l modon brusà.&lt;br /&gt;Musi missiadi cu'la sdruma zidìna&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;de le fòie che le casca, menade&lt;br /&gt;de un réf fin ta i taulìni, fra naltri&lt;br /&gt;che stemo fermi senza dir a. Senza&lt;br /&gt;gnente de zontar al zito del lusor&lt;br /&gt;che 'l plozca tra un ciap de tortoréle&lt;br /&gt;sora i coèrti, comòdo de l'alt&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;drento i pinsiéri - speciada su l'àqua&lt;br /&gt;dei goti - la firida biava del ziél.&lt;br /&gt;Un ziél péna 'ndivinà più che vidù.&lt;br /&gt;Che un sést pìzul de la man al basta&lt;br /&gt;(zirando straviàda al guciarìn)&lt;br /&gt;par sbregar contra i òri de véro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GIORNI  Giorni che sono nei passi sulla pietra / del selciato. Nella gente che passa / assieme allo sguardo che ne fissa la scomparsa, / il viola del glicine, / corso dal vento, che si aggrappa al mattone bruciato. Volti mescolati con la folla silenziosa // delle foglie che cadono, portate / da un soffio di vento in mezzo ai tavoli, fra di noi / che stiamo fermi senza parlare. Senza / niente da aggiungere al silenzio della luce / che precipita tra un gruppo di tortore / sopra i tetti, come dall'alto // nei pensieri - specchiata sull'acqua dei bicchieri - la ferita azzurra del cielo. / Un cielo più presentito che visto. / Che un minimo gesto della mano basta / (girando distratta il cucchiaino) / per infrangere contro i bordi di vetro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nato l'1.11.1968, ha vissuto a Pieris (GO) dalla nascita. Ha iniziato gli studi artistici giovanissimo nel 1981 diplomandosi in pittura all'Accademia di Belle Arti di Venezia. &lt;br /&gt;  A partire dal 1983, ha iniziato ad esporre in numerose collettive in Italia  e all'estero. Artista molto apprezzato dalla critica per il rigore della sua ricerca artistica, profondo conoscitore delle tecniche antiche, dal 1995 ha iniziato ad interessarsi anche alla decorazione antica e al restauro, diventando ben presto uno dei decoratori più apprezzati a livello nazionale, lavorando anche a grandi lavori di ricostruzione di affreschi in prestigiose ville e palazzi storici. Dal 2002 è stato invitato a tenere dei corsi d'alta decorazione all'Istituto Statale d'Arte di Gorizia. &lt;br /&gt;  Dopo essersi inizialmente segnalato come poeta in lingua, nel 1989 ha cominciato ad impiegare la nativo “bisiàc”, un "sermo rusticus" arcaico veneto parlato da secoli nel monfalconese. Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi, a partire dal 1992, sulle maggiori riviste italiane come "Poesia", “Lengua”, “Diverse Lingue”, “Tratti", "Frontiera”. Nel dicembre 1997 ha pubblicato Piture, a cura di Giovanni Tesio, per l'editore Boetti di Mondovì, nel 2003, per il Circolo Culturale di Meduno, con prefazione di Antonella Anedda, Maitàni ("Segnali di mare"), nel 2007 "Ostane" (Germogli di rovo"), con prefazione di Mariuccia Coretti, per le edizione del CCM e "Segni della Metamorfosi", con prefazione di Giancarlo Pauletto, per le Edizioni della Biblioteca di Pordenone. Nel 2008, ha pubblicato inoltre un volume di liriche in tergestino, l'antica parlata friulana di Trieste ormai estinta, con prefazione di Gianfranco Scialino ed una nota di Pavle Merkù, per le edizioni dell'Istituto Giuliano di Storia e Documentazione.&lt;br /&gt;Con Pierluigi Cappello ha ideato la collana di poesia “La Barca di Babele”.&lt;br /&gt;Della sua poesia si sono occupati - sulle riviste pubblicizzate ed in pubblici incontri - i maggiori critici e letterati italiani da Brevini a Tesio, da Giorgio Barberi Squarotti a Villalta, da Cappello a D’Elia.&lt;br /&gt;Per diversi anni ha organizzato, nell'antica chiesa di Santa Maria in Monte a Fogliano (GO) incontri di poesia con poeti italiani, esteri e in dialetto accompagnati da importanti musicisti. Figura tra i nove autori inseriti nell'antologia "Tanche giaiutis" curata da Amedeo Giacomini che comprende i poeti più significativi nei dialetti e le lingue minori degli ultimi decenni del Friuli Venezia-Giulia ed alcune sue liriche sono stato incluse anche all’interno della fondamentale antologia “Via Terra”, di prossima uscita, che comprende i maggiori poeti della poesia neodialettale italiana del Novecento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché scrivere in bisiàc?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le acque verdi dell’Isonzo, oltre gli argini, scorrono a poche centinaia di metri da casa mia, a Pieris. Fin da piccolo, in pochi minuti, potevo raggiungere di corsa i grandi, aridi greti  di ciottoli bianchi dove qua e là, timidamente, spuntavano i fiori gialli di topinambùr. Il verde intenso di quelle acque ed il biancore silenzioso di quelle distese senza fine, che mettevano ancora più in risalto l’azzurro sfolgorante del cielo, iniziavano a diventare, così, i colori della mia anima. Quel paesaggio, conosciuto in ogni sua impercettibile mutazione, nell’oro dei tramonti come nelle nevi sui salici, per me diventava un varco verso l’invisibile, il mondo dei morti, la corrente a cui affidare le mie domande senza risposta. La mano che si posava sul mio cuore per portare pace. Per anni ho continuato, quasi ogni giorno, a camminare lungo le sue rive franose, i boschetti, i greti dove le notti d’estate mi addormentavo con gli occhi perduti in un’infinità buia e meravigliosa che non voleva, o non poteva ancora, spiegarmi il perchè del mio essere lì a contemplarla.&lt;br /&gt;  A quel tempo, per me, non esisteva nulla all’infuori dell’amore per l’arte e la natura. Erano passioni rapinose e totalizzanti. Dipingevo fin da piccolo, scrivevo poesie  e andavo in cerca, sempre, di nuovi libri che mi facessero sognare, oltrepassare con la fantasia il grigiore in cui mi sentivo imprigionato. Vivevo difatti in un piccolo paese, in una zona ai margini dei grandi eventi culturali, abituata, rassegnata direi, praticamente da sempre ad essere tenuta in disparte da tutti coloro che nei secoli qui avevano governato. La gente che ci viveva (allora mi pareva ma, in parte, sbagliavo) non sembrava per nulla interessata alle cose che interessavano a me e, così, vivevo in una situazione di solitudine psicologica, ma anche fisica, quasi totale. Da una parte desideravo dunque distaccarmi in ogni modo da quel mondo che mi appariva limitato, soffocante, privo di slanci ideali, mentre, dall’altra, quella natura continuava ad esercitare su di me un’attrazione fortissima che mi impediva di andarmene. Soltanto lì - pur sentendomi sempre come un esiliato nel mondo -  riuscivo in qualche modo ad essere me stesso. Così, pur essendo nato in una famiglia dove non si è mai parlato in italiano (penso di averlo sentito per la prima volta a scuola), per anni ho avuto come una specie di rigetto verso tutto ciò che riguardava il dialetto e la cultura locale. Volevo emanciparmi e, per far questo, diressi ogni mio interesse verso autori come Leopardi, Nietzche, Schopenauer, Baudelaire, Rimbaud e poi Char, Saint John  Perse, RilKe, Celan e tanti altri capaci di mostrarmi il mondo da altri, inediti punti di vista. Non volevo, soprattutto, accettare supinamente le cose come mi erano state insegnate; non volevo vivere secondo regole ispirate dal comune buon senso senza aver capito prima se avessero davvero un senso, se non fossero, cioè, il frutto di quelle scorciatoie che sono di solito le paure o i preconcetti. Nell’attesa di trovare qualcuno che mi comprendesse o meglio, più semplicemente, con cui poter parlare, mi abituai così a scrivere e dipingere come uno che lancia le sue richieste di aiuto nel mare del tempo e non sa né dove arriveranno, se arriveranno, e tanto meno se qualcuno le raccoglierà. Ho sempre, e sempre profondamente, vissuto l’arte come un bisogno primario di comunicazione in cui, però, non ci si deve mai porre il problema di essere immediatamente compresi. Possiamo avere la fortuna di essere capiti ed accettati da chi ci sta intorno o da qualcuno che non conosceremo mai, quando non ci saremo più. L’importante è credere che stiamo parlando a qualcuno e lo stiamo facendo soppesando le nostre parole con la bilancia della vita e della morte. In questo senso, davvero, a volte i discorsi più veri li facciamo dialogando con autori scomparsi da secoli, in immaginarie stanze illuminate dalla luce tremante di una candela, o con qualcuno che, ancora non nato, un domani coglierà dai rami delle nostre parole frutti impensati.&lt;br /&gt;  Sono arrivato, dopo lunghe e inquiete peregrinazioni, sulla soglia dei vent’anni scrivendo soltanto poesie in lingua e mai avrei immaginato di poter scrivere impiegando quella parlata così come l’avevo appresa a casa “de garzonét” (“da bambino”). Avevo già letto qualcosa di Marin, che stimavo, e di qualche altro autore in dialetto; ma, devo dire la verità, in quel tempo amavo infinitamente di più altri poeti. Come Pasolini, di cui cercavo avidamente in biblioteca ogni opera. Fino a quando non mi capitarono tra le mani “Le poesie a Casarsa”. E, da quel momento, la mia vita cambiò. Quelle poesie davvero segnarono una svolta poichè, fino ad allora, in ciò che scrivevo non mi era mai sembrato di riuscire a definire le cose come le sentivo. L’italiano non era la mia lingua vera, seppure molto amata, e quindi tra le cose e i nomi che le definivano si apriva, per me, come una sorta di abisso incolmabile. Queste cose, devo dire, però le ho capite più tardi; allora, semplicemente, mi sembrava di essere o troppo letterario o troppo sofisticato nella scelta dei termini. In realtà, tutti questi non erano altro che tentativi, perlopiù vani, di restituire a quelle cose la parte per me mancante, la realtà tangibile con i suoi profumi, i suoi sempre diversi colori, una realtà che io avevo conosciuto però con altri nomi. E questi nomi li ritrovai nelle poesie di Pasolini. C’erano difatti, in quelle liriche, molti termini che avevo sentito ed anche adoperato nell’infanzia (il bisiàc, pur essendo una parlata fondamentalmente veneta, ha in comune con il friulano numerosi vocaboli), ma soprattutto - ed è la primissima impressione - ciò che più mi meravigliò fu come quelle parole, che per tanto tempo avevo voluto rimuovere, ritraessero alla perfezione i paesaggi da me tanto amati di queste terre di confine. Il suono di quei termini era un tutt’uno con le cose che definivano, per cui leggevo e, all’istante, vedevo davanti a me rogge, salici, argini come in una fotografia incredibilmente nitida. Questo fece sì che la mia parlata nativa, per lungo tempo snobbata, acquistasse all’improvviso ai miei occhi un prestigio, fino a qualche istante prima, del tutto inimmaginabile.&lt;br /&gt;  Da qui nacque anche l’impulso a scrivere in bisiàc, un raro “sermo rusticus” di tipo arcaico veneto - ma che al suo interno contiene anche numerosi termini ladini, sloveni,  tedeschi e francesi - parlato ancora nei paesi del monfalconese. Il che si rivelò, però, una cosa per nulla semplice. Questo soprattutto perchè nel frattempo avevo espunto dal mio lessico quotidiano molte parole che nell’infanzia impiegavo normalmente (e che nel frattempo avevo dimenticate). Non possedevo, inoltre, nemmeno un vocabolario del mio idioma nativo ma comunque scrissi, come potevo, un certo numero di testi che mi fecero finalmente sperare di essere su una buona strada. Per quasi un’intera annata (era il 1989 e avevo vent’anni) mi dedicai forsennatamente alla scrittura in bisiàc ed allo studio di una parlata che non avrei mai creduto così insospettabilmente ricca. Ricordo le notti intere passate a riscoprire termini dimenticati, a scrivere e riscrivere liriche che ancora rimanevano non altro, a volte, che delle traduzioni in dialetto di versi ancora pensati in italiano. Ben presto mi accorsi, anche grazie a persone come l’amica poeta Marilisa Trevisan, che soltanto riappropriandomi totalmente di quella perduta parlata, conoscendola in tutte le sue minime sfumature, avrei potuto creare qualcosa di originale e veritiero. In sostanza, mi ritrovavo ad essere come un pittore  quasi senza colori, con pochi pennelli, che vorrebbe ritrarre un paesaggio dalle mille sfumature. &lt;br /&gt; Il dialetto inoltre, in quanto “lingua della realtà” com’è stato definito - anche se di una realtà forse molto più aperta al magico rispetto a quella in cui viviamo - non comprendeva la sfera concettuale, nemmeno nei suoi aspetti più banali (la parola “felicità” non ha corrispondenti in bisiàc). Per cui mi accorsi che, in mancanza di termini appropriati, dovevo trovare altri termini che, una volta accostati, grazie anche alla loro sonorità, potessero alludere a realtà che da soli non avrebbero, forse, potuto mai esprimere. Il tutto sarebbe stato ovviamente più semplice introducendo degli italianismi, andando ad attingere altrove ciò di cui il dialetto era privo, ma era proprio questo suo essere qualcosa d’altro rispetto all’ufficialità della lingua, il suo essere cosa tra le cose e non pensiero che incasella, divide la realtà in categorie, che mi affascinava e che, assolutamente, non avrei voluto mai tradire attraverso gratuite forzature. Per cui ho scelto di rimanere entro quei confini che, come tutti i confini, possono essere visti anche come frontiere di mondi sconosciuti, mondi ancora da esplorare. &lt;br /&gt;  Un altro problema, comune ad altri poeti della mia generazione, è che, pur avendo sempre parlato in dialetto, il mondo in cui quel dialetto si era formato ormai andava sparendo, se non era già scomparso da anni, decenni a volte. Avevo avuto la grande fortuna di nascere in un’ambiente ancora in larga parte intatto, con una natura ancora onnipresente in forma di fiumi e rogge, alberi, uccelli, animali ma, al contempo, anche l’inquietudine di vivere tra persone che stavano rapidamente e brutalmente recidendo i legami con quel mondo passato - certamente non facile - per addentrarsi nei meandri di una realtà sempre di più ovunque uguale, dove le differenze andavano annullandosi e la meravigliosa varietà dell’esistente perdendosi, a volte, per  sempre. Non mi interessava accodarmi a quella corsa di figure bendate, che non condividevo, che mi appariva e mi appare basata soltanto sull’esaltazione del proprio ego, indifferente alle esigenze degli altri e dell’ambiente in cui ci ritroviamo a vivere. Ho sentito che, invece, era necessario per me procedere a ritroso, ritrovare nel passato le chiavi per poter riaccedere ad un’altra visione della vita, fatta di continuità tra ieri e oggi, di sapienze secolari, segrete visioni della realtà. Quelle  di cui ancora, a volte, mi facevano partecipi i più anziani o coloro che, per tradizione famigliare, avevano imparato a custodirle gelosamente, come un patrimonio da non disperdere.&lt;br /&gt; Ho sempre pensato a qualcuno, scrivendo, ma non so davvero per chi scrivo. Quel che so è che non sarà certo la difficoltà della lingua ad impedire alla poesia di arrivare, se ne avrà la forza, dove deve arrivare. Le parole di un poeta cinese di mille anni fa, pur tradotto, a volte le sentiamo più vicine di quelle di chi ci vive accanto. Ma forse, prima ancora di pensare ad un possibile lettore, scrivo forse per avvicinarmi a quel me stesso che sarò, che non conosco ancora, se la scrittura, come la pittura, sono da sempre dei mezzi che mi spingono ad esplorare zone di me, del mondo, in cui forse da solo non mi sarei mai avventurato, come incamminandosi lungo un sentiero senza mai sapere dove porta e chi saremo alla fine - se mai ci sarà - del nostro viaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giudizi critici sull’opera di Ivan Crico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Una poesia splendidamente innovativa, con una ricchezza fascinosa di metafore, di figure, di immagini. È come la ricreazione della natura, del paesaggio, del mondo delle esperienze sensibili, attraverso la forza e la sapienza della parola”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Bárberi Squarotti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Nessun colore locale, nessun riferimento preciso, solo il paese dell'anima in una terra amata, da sempre stampata negli occhi, una espansione di immagini ogni volta nuove nell'invenzione e negli accostamenti felici. &lt;br /&gt;  Egli sente che il dialetto suo, dei suoi padri, gli sfugge ormai dalle mani, s'inquina sempre più, sempre più attinge all'italiano parlato, agli slogan dei mass media, sempre più si contamina di termini nuovi, di suoni spuri, di prestiti, velleitari e gratuiti. Inizia quindi un'operazione di recupero, di ricerca del linguaggio delle radici, di voci ormai conosciute soltanto da certi vecchi, di suoni arcaici, crudi, di espressioni nate chissà quando nelle nebbie dei cortili antichi e poi ripescate per la sua felicità e registrate solo nel grande vocabolario bisiaco.&lt;br /&gt;  Ma il pregio di Ivan Crico è di saperla usare tanto bene da farla assurgere ad alta lingua poetica poi tutta sua, originalissima, unica nei suoi accostamenti lessicali, nel sapore gioioso delle immagini nate da una fantasia fervida, brillante nelle sue impennate, nei suoi risvolti pensosi. Una tale operazione di recupero già di per se stessa meravigliosa deve però ovviamente poggiare su basi descrittive e non dell'impegno gridato, dove la parola può esplodere libera o chiusa a seconda dello stato d'animo e librarsi nelle sfere del paesaggio che diventa metafora del sentire del poeta". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mariuccia Coretti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Siamo infatti nel cuore del senso di “Piture”. Un fermo- immagine sotto cui scorre il movimento continuo (…). Non c'è né principio né fine, ma tutto scorre in un circuito mai uguale e tuttavia dall'apparenza sempre uguale. Il sopra che annuncia il sotto, il moto nascosto che ribolle di voci, di vite - ed è un verso assai bello - “cussì desmentegade de èssar nostre”. Di cose che sfuggono alla devastazione del tempo. È poesia, quella di Crico, fatta di pochi elementi essenziali. Su di un fondo di bianco invaso di luci e di splendori, di ori, di argenti, di chiarità mai scompagnate dai riflessi d'ombre presaghe, si muovono le apparizioni corporee degli azzurri, dei vinati, dei viola, dei rosa, dei rossi, dei neri, dei gialli (…). Il “gnente” di Crico, beninteso, non è dunque da leggere come nihil ma come vuoto ricettivo di uno spazio che si fa traccia, di un'assenza che si fa casa, di un silenzio che si fa voce incidendosi in parola vergine (il "bisiàc") rinvenuta alla periferia estrema di un dialetto senza galloni. Il più vicino alla frontiera (orientale) del lontano. Il più aperto sulla soglia geografica e mentale di quell'altrove, "semplice e sublime", a cui la poesia di Crico non cessa di guardare".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Tesio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa significa a questo punto leggere il piccolo libro di Ivan Crico (“Piture”),le sue quattordici poesie, facendo interagire l'italiano con una lingua di sconosciuta struttura, storicamente “avulsa”, magari artificiosa (io cosa ne so)? Una cosa di valore, certamente, e non si pensi che mi stia contraddicendo. Uno straniamento all'altezza dei tempi, oserei dire, all'altezza della crisi del poetico. Ci si trova infatti di fronte a un “poetico” (in particolare penso alla raffinatezza, alla preziosità della partitura sonora) che si è reso autonomo, separato dalla vita delle cose le quali sono immobilizzate in una fissità di icona (valga la sequenza che riporto in italiano: “l'icona / ferita delle tue labbra / sigillata in un sorriso”, p. 24), in parole che elencano una “vecchia” natura di farfalle, rondini, peschi, lucherini, ecc., senza più parlanti, senza mondo.&lt;br /&gt;   Mi sembra che Crico ci dica: ho questo paesaggio che non situo, che indoro, che infioro con questa lingua “che vieta all'occhio (vivente) ormai oscurato di vedere”, p. 19; che “rendo poetico” ancora, forse come possibile ultima presenza del poetico o, comunque, mettendo in luce le sue difficoltà, la sua problematica dimora odierna, e a me sembra un'ottima cosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario Benedetti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sorprendente definirei la sicurezza della forma, quel “senso della composizione” - che forse deriva anche dall'esercizio nelle arti figurative e visive - capace di disporre con naturalezza l'artificio (dico sorprendente perché mostra una maturità che non è certo degli anni). Concreta, viva, collocata al giusto livello tra immediatezza ed evocazione, la lingua, sempre nitida, al punto da acquisire una sua autonomia quasi in contrasto con il tema.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gian Mario Villalta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni parola, ogni verso chiama “una riserva di energie ctonie emergenti dal profondo” e diventa il luogo privilegiato dove è ancora possibile entrare in contatto con l'altro da sé. Perché Crico, che si è nutrito di Leopardi e Ungaretti, di Hölderlin e Celan, e che ha trovato in Giacomini un modello e un maestro, la parola poetica ha la forza dirompente di un ariete che abbatte muri, sgretola confini, dissolve distanze per creare uno spazio luminoso di silenzio nel quale il lettore possa riconoscersi. “Un nudo spazio vuoto pronto ad accogliere il riverberarsi di un senso, una luce vegliata che indica, nella notte, la sua attesa”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anna De Simone&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Crico è pittore, oltre che poeta: ed ogni poesia va “guardata” appunto, come un dipinto in cui si rivelano ai nostri occhi diversi piani di profondità. Sono della pittura quei colori tenui, quei baleni di luce, quei “véri” (“vetri”) che imprigionano volti e sguardi, come specchi, o come ghiaccio su cui scorre l'acqua. Pittura è anche quel mai enunciare, ma presentare ai nostri occhi ed al nostro cuore immagini e paesaggi incantati in cui penetriamo a cogliere essenza di sentimento e meraviglia. Sono sempre immagini e suoni di una natura colta nei suoi aspetti minimi, meno appariscenti, come segreti che si rivelano ad un cercatore paziente. Tutto è sobrio, essenziale: una grazia concisa e pudica che ci apre, a spiragli, le vie dei meandri dell'anima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bianca Dorato&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'acqua si increspa, il vento si alza, le nuvole si addensano o si diradano, il fumo sale dai fuochi, e tutto questo per la comparsa di una visione terrena che unisce cose a pensiero, dettagli (schegge rosse che dai vasi fuggono verso l'insonnia “ampia, stellata di spine / del cielo) a un mondo interiore che non è mai separato da quello fisico. Questo è ciò che maggiormente incanta di questo libro (“Maitani”): come il corpo della poesia viva e si moltiplichi proprio nel pulviscolo delle sensazioni, delle immagini, delle apparenze e come là respiri tutta quella vita che esiste anche nella lingua d'uso, ma che questa lascia spesso scorrere e perdersi senza riuscire a fermarla. Forse allora il dialetto può e deve essere la “materia” ulteriore della nostra poesia. E da libri come questo affiora una materia ricchissima che esiste rintoccando, suonando sulle cose, nelle cose, nell'uso (vero) di chiamare le piante, le bestie, provando a dare un nome più fondo al visibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonella Anedda &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  L’azzurro di un cielo saturo, smagliante, che nei suoi punti di profondità tocca il turchese, i rossi, accecanti eppure discreti, le variazioni dei verdi, molteplici e armoniche: dalla penombra alla luce che tutto allucina; oppure la mansuetudine del bianco, il petto rosso cupo dell’uccellino posato sul ramo più esile, la prora di una nave antica pronta a forare l’aria imperturbata. Colori previsti dalla natura, preparati con cura dagli artisti del Rinascimento.&lt;br /&gt;  La percezione che si ha, quando ci si trovi davanti a un affresco del XVI secolo, è quella di una scomparsa della propria unità biologica, è come se la natura rappresentata nell’opera comprenda e, per così dire, compenetri di sé colui che contempla. Come se le nostre ansie, le lacerazioni di uomini contemporanei, trovassero tregua e si deponessero nei prati baciati dal sole, entro le felici composizioni dei boschetti o nelle vaste campiture dei cieli. Una forma di risarcimento e redenzione. É un effetto preciso e verificabile da qualsiasi osservatore questo di cui scrivo, suscitato da un principio che ha informato l’arte per secoli, dai greci all’età romantica, com’è noto: il concetto di imitazione della natura. Imitare e, se possibile, migliorare con arte la natura, è un processo che richiede la padronanza di tecniche sedimentate nei secoli, un progressivo affinarsi dei gesti fino a raggiungere l’identificazione con ciò che quei gesti rappresenteranno. Dalla preparazione dei colori al concepimento di una giusta composizione. É un processo, soprattutto, che comporta una percezione del tempo radicalmente diversa dalla percezione che ne abbiamo noi contemporanei. Un respiro che prevede ritmi distesi e che, di necessità, deve coincidere con il respiro del creato. Dimenticarsi di sé per ricordarsi di sé come parte di un ritmo più vasto, unitario, dove i confini della nostra pelle non hanno più significato. &lt;br /&gt;  Ecco; Ivan Crico, con la sua attività di artista e decoratore, con il suo continuo inseguire l’opera dei maestri, ci consegna - oltre a lavori di altissimo artigianato - un’idea di tempo e una scansione ritmica smarrite dalla nostra società così tachicardica e ridotta al presente come sola dimensione esistenziale e, quando lo fa, compie un atto di modestia e rispetto insieme. É come se, restaurando il Tempo, riconducesse il nostro sguardo ai legami con un’unità perduta”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pierluigi Cappello&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8718067740857718944?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8718067740857718944/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8718067740857718944' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8718067740857718944'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8718067740857718944'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/puisie-de-ivan-crico-par-bisiac-poesie.html' title='Puisie de Ivan Crico par bisiac / Poesie di Ivan Crico in bisiac'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-8165186606705937307</id><published>2008-11-04T07:59:00.000+01:00</published><updated>2008-11-05T12:51:03.627+01:00</updated><title type='text'>Bisiac: le prime tistimognanze del vocàbul / Bisiaco: le prime testimonianze del termine</title><content type='html'>COS CHE CATARÉ&lt;br /&gt;INDICE:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) BREVE DISCORSO SULLA PAROLA "BISIAC" DI SILVIO DOMINI E ALDO MINIUSSI&lt;br /&gt;2) SU ALCUNE SCONOSCIUTE ATTESTAZIONI OTTOCENTESCHE DEL TERMINE "BISIAC"&lt;br /&gt;a cura di Ivan Crico e Bruno Scaramuzza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Breve discorso sulla parola bisiac&lt;br /&gt;di Silvio Domini e Aldo Miniussi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il termine bisiac ed il suo più recente derivato Bisiacaria (il secondo come denominazione alternativa del Territorio storico monfalconese) stanno conoscendo al presente una diffusione ed un uso per così dire ufficializzato, quali difficilmente si potevano prevedere fino a vent'anni fa. Prima, l'esistenza della parola bisiac era relegata nell'ambito ristretto dell'impiego gergale, sporadico, solo occasionalmente affrancata dalla citazione negli scritti di qualche dialettologo o dall'inclusione nei lavori di qualche compilatore di repertori lessicali. Le ragioni del sorprendente recupero sono probabilmente più d'una; ma non è nostra intenzione di occuparcene in queste pagine. Qui tratteremo solamente del significato della parola bisiac, della sua possibile matrice originale e della congruenza - incongruenza del vocabolo nella funzione di appellativo del nostro vernacolo e della nostra gente. Abbiamo cercato di ricostruire i tratti e la vita di questa parola sviluppando, dopo averle filtrate attraverso un'attenta rilettura ed opportune comparazioni, le scarne notizie che abbiamo trovato sparse in memorie e vocabolari e le testimonianze orali dei due gruppi etnico-linguistici confinanti con il Territorio. Aggiungiamo subito che le note scritte esaminate - scarne, come s'è detto, e non sempre univoche - si trovano esclusivamente in pubblicazioni degli ultimi cent'anni. I travasi che di tali notizie sono stati fatti finora da una pubblicazione all'altra, anziché portare ad un arricchirnento di conoscenza, hanno conseguito solo l'insoddisfacente risultato di fossilizzare significanze acritiche del termine. Durante le nostre soste negli archivi monfalconesi, goriziani, veneziani, udinesi, triestini, ecc., mai ci è capitato d'incontrare il termine bisiac in atti manoscritti o a stampa dei periodi patriarcale, veneziano e dell'Ottocento. Ciò vuol dire che il vocabolo (almeno per quanto riguarda l'area del Territorio), se ha avuto una sua antica circolazione, questa è stata solo orale. E vuol dire che il vocabolo è arrivato a noi da molto di fuori. Un gruppo non si attribuisce nomignoli da se stesso, sono sempre altri a chiamarlo in un certo modo, altri che trovano spunto per creare gli appellativi o dalla particolarità della parlata, o dalla singolarità dei costumi, o dalle caratteristiche etniche, o dalle vicende storiche proprie del gruppo. Per la gente del Territorio, gli "altri" più vicini sono i Friulani isontini, gli Sloveni del Carso monfalconese-goriziano e, se vogliamo, i Triestini. Si esclude che l'appellativo ci sia stato imposto dai Friulani isontini in quanto, per indicare gli abitanti del Territorio e la loro parlata, essi hanno usato da tempo immemorabile le locuzioni chei dal Teritòri (quelli del Territorio), chei dal "digo", chei dal "fago" (quelli che dicono digo e fago per "dico" e "faccio") e chei des bandis di Mofalcon o chei di Mofalcon (quelli delle parti di Monfalcone). Il primo vocabolario friulano di Jacopo Pirona (1) non riporta il vocabolo e ciò dimostra che questa parola non era conosciuta dai Friulani dell'Ottocento; quindi si accresce la attendibilità della tradizione orale friulana, che ci identificava, come in parte ci identifica ancora, con le espressioni sopra riportate. Il termine non compare nemmeno nel vocabolario scolastico friulano-italiano del Lazzarini (2). Nel nuovo Pirona (13) la voce c'è ed è registrata in questa forma: BISIAC agg. e sm. L'abitante del Territorio fra il basso Isonzo e il Timavo. Anche del dialetto, che è una varietà del veneto. L'inserimento della voce nell'edizione aggiornata del Pirona lascia intendere un'acquisizione fresca del vocabolo da parte del friulano, presa dal di fuori e nell'accezione limitata all'identificazione esistenziale della gente del Territorio e, in subordine, a quella del suo dialetto. Analogo discorso si può fare per quanto riguarda i vicini Triestini. Nessuno dei vecchi vocabolari triestini riporta la voce bisiac, non il Kosovitz (4) e non il primo Rosamani (Rosrnan) (5). Il Rosamani l'ha inclusa solamente nella riedizione recentissima del suo vocabolario giuliano (6), ma di ciò parleremo più avanti. L'assenza del termine bisiac nei vecchi vocabolari triestini prova che la parlata della città ignorava, a tutto l'ottocento e fino ai primi decenni del Novecento, questa parola. Nemmeno presso i vicini Sloveni del Carso rnonfalconese si è mai riscontrata una dimestichezza con il termine in questione, mentre invece è sempre stato comune presso di loro un altro termine con cui nominano la gente del Territorio, Lahi, che alla lettera significa Italiani, ma con una sfumatura di senso diversificante rispetto gli Italiani delle altre regioni. Gli Sloveni del Carso, peraltro, hanno sempre chiamato Furlani gli abitanti friulani della riva destra dell'Isonzo e della città di Gorizia (7). Nel vocabolario di G. Androvič (8) si trova la voce beziak, a fronte della quale il compilatore ha scritto: […] sloveno del confine stir. - croato o ital. - sloveno. Si ha motivo di credere che l'autore si riferisse al vecchio confine politico-amministrativo italo-sloveno (siamo nel '36), non a quello veramente linguistico; e questa interpretazione è suffragata dalla effettiva esistenza di una realtà etnico-linguistica istro-croata, che ha a che vedere col vocabolo di cui trattiamo e della quale diremo appresso. Ma vediamo di esaminare il vocabolo più da vicino. Negli anni 1920 - 1930 è stata montata la favoletta del bis aquae matrice di bisiac (come quella di Turris aquae per il nome Turriaco), etimologie suggestive, ma inventate di sana pianta, che però si inquadravano bene nella retorica del ventennio, allorchè la ricerca di romanità ad ogni costo poteva forzare la mano anche all'uomo colto. Questo bis aquae non ha fondatezza né etimologica né storica; primo, perché non c'è traccia di tale locuzione in nessun autore classico o rinascimentale o latinista recenziore (e non sono stati pochi a interessarsi dell'arco Timavo - Isonzo) e quindi non si sa da quale testo possa essere stata estrapolata; secondo, perché non si capisce quale territorio si sarebbe dovuto comprendere fra le "due acque", visto che sono scientificamente provate le innumeri migrazioni dell'Isonzo attraverso alvei anche pedecarsici e con esse le modificazioni della terra dei nostri insediamenti. Negli stessi anni si è affacciato un'altra fantasiosa ipotesi di etimo e cioè che l'origine del termine bisiac si dovesse ricercare nell'italiano "bislacco", a sua volta derivato da un latino bis laxus. Osserviamo che l'origine di "bislacco" è tuttora non accertata: non è provato che derivi da bis laxus e c'è chi addirittura lo fa provenire da bezjak (9.) Nel D.E.I. (10) l'etimologia è taciuta. Il Tommaseo nemmeno riporta la voce. Il Battaglia (11) non mette etimo. E' possibile che "bislacco" sia solo una voce espressiva e che sia vano ricercare avventure di parentela semantica tra questo termine e il bisiac di cui discorriamo. La matrice più probabile della parola bisiac è invece da riconoscere nel vocabolo sloveno bezjak (= profugo). Questo beziak deriverebbe dall'incontro di un vecchissimo verbo nordico, baegia, (dal quale pare provenga pure il verbo sloveno bežàti = scappare, fuggire) con il suffisso jak (= gruppo di persone, gente; p. es. poliak, slovak, ecc.), come ci fa sapere la prof. M. Gušič, direttrice del Museo Etnografico di Zagabria, in un suo studio recensito da V. Čulinovič - Kostantinovič sulla rivista “Kaj” di Zagabria (n. 7/8 - 1969) e citato da J. Baukart nel “Delo” del 7.2.1970: il tutto ripreso dal “Novi List” dell'11.4.1974 sotto il titolo “Chi sono i bisiachi ?". La prof. Gušič non si sofferma tanto ad analizzare l'evoluzione semantica del termine (desumiamo da quanto è stato scritto nell'articolo apparso sul "NoviList"), quanto a correlare il significato del vocabolo a fatti storici che ne avrebbero determinato la nascita e la significazione. Così apprendiamo che gli Sloveni, al tempo della loro avanzata verso le terre orientali d'Italia (secc. VII-VIII), chiamavano Bezjaki le popolazioni latine che si ritiravano davanti all’invasione e che gran parte di questi fuggiaschi si fermò nelle terre protette a quel tempo dai Bizantini, nella zona che oggi segna il confine tra gli Sloveni e i Croati, dove ancora sussisterebbero usi, costumi e resti di linguaggio che avevano caratterizzato quei "profughi". La zona è ancor oggi chiamata col vocabolo originale, tanto che Bezjak resiste come toponimo attuale: Bezjaki di Sopra e di Sotto. La popolazione di quei luoghi è detta ancora bezjaka (sono i discendenti degli abitanti della Beziathia, pure ricordata da Marin Sanudo nei "Diari", 9.X.1526 (12). Il nome bezjak, a quei tempi, aveva dunque lo stesso significato dell'odierna parola slovena begunec, cioè esule. Non è detto che di fronte all'invasione slovena le popolazioni di sudditanza latina si siano ritirate solo lungo un tratto del confine dell'attuale Croazia; senza dubbio una parte sì è rifugiata all'interno dell'Istria (e c'è la testimonianza: si veda appresso quanto diremo del Rosamani) ed altra si vuole che sia giunta molto più ad occidente (e sarebbero i bisiachi del nostro Territorio, secondo la tesi slava). Lo storico potrà dirci se, per quanto riguarda le vicende storiche delle terre e degli abitanti isontini, sia da accogliere o da respingere l'esposizione dei fatti proposta dagli studiosi slavi. Una analogia c'è. Appunto l'analogia tra la situazione storica in cui si vennero a trovare le nostre genti a contatto con le aree d'influenza bizantina e del Dogado veneziano, lungo i cordoni lagunari, e le vicissitudini descritte dalla fonte slava può avere giustificato, attraverso i secoli, l'estensione orale del terrnine bìsiac (bezjak) nel suo primo significato di "fuggiasco, fuggitivo", fino a comprendervi anche le popolazioni del Territorio. I "veri" bisiachi (si vedano i cognomi Biziach, Beziach, Beziak, Bisíac, Viziak, Wissiak, ecc., che possiamo trovare così a Trieste come a Lubiana) sarebbero pertanto le popolazioni di talune località istriane e sloveno-croate, presso le quali si è generata ab antiquo una realtà mistilingue tuttora rilevabile, che starebbe a provare anche il successivo significato acquisito dalla parola bezjak, e cioè quello di "parlante male, stolto". Ciò è spiegabilissimo col fatto che una popolazione che non capisce il linguaggio di un'altra ad essa contermine ha sempre teso a chiamarla "barbara", col senso che a questo aggettivo e sostantivo veniva dato da Greci e Latini, cioè "rozzo e impacciato nel parlare". Lo Štrekelj (13), con stretta coerenza al signifícato del termine, considerava bisiachi soltanto gli abitanti di San Martino del Carso, dove peraltro si sono meglio verificate le condizioni storiche - fuga dal Vicentino e incontro con altre popolazioni - facenti analogia con quanto detto dei bisiachi del confine sloveno-croato. Sebbene meno discorsivamente (e meno criticamente) della Gušič, alla individuazione della medesima matrice lo Štrekelj era pervenuto cent'anni or sono (beziak = Mann der italienisch - slovenischen Sprachgrenze, uomo del confine linguistico italo - sloveno) e per questo fatto ci pare di dover indicare quello studioso come il primo che abbia riportato per iscritto se non proprio il vocabolo bisiac, almeno il suo presunto progenitore bezjak. Alcune delle notazioni storiche fatte risaltare dalla Gušič trovano riscontro, sebbene non in modo esauriente, anche nel vocabolario giuliano del Rosamani, dove si spiega la voce besiaco con queste proposizioni: "Nella campagna intorno a Pinguente d'Istria, dai Beziaci si parla un dialetto misto che sotto le contraffazioni slovene, scrive il Vidossi [... ], rivela il fondo croato. Gli Slavi chiaman besiachi (beziak) quelli che parlano dialetti misti. Dall'it. bislacco secondo lo Štrekelj, dal verbo slavo bézati secondo M. G. Bartoli, che dà alla voce besiaco il significato di fuggiasco". Osserviamo per inciso che lo Štrekelj, nell'opera già citata, non fornisce etimi di alcuna sorta; e sottolineiamo la corretta spiegazione del Bartoli. Il Pinguentini (14) registra la voce bisiaco o, per apocope, bisiac, ma raffazzonando le notizie raccolte nelle pubblicazioni che abbiamo già avuto modo di citare, stila una spiegazione contradditoria, insufficiente e per taluni aspetti arbitraria. Menziona lo Štrekelj, come proponente di una derivazione di bezjak dall'ítaliano "bislacco", insieme con lo Skok (15), che asserisce esattamente l'opposto. Inoltre, e non si sa con quale congruenza, fa di bisiac un aggettivo friulano, da cui sarebbero sorti i nomignoli poi trasformatisi nei cognomi Bisiach, Bisacco, Bisiaco, Basiacco. E li classifica come "nostrali" anche quando sono scritti con grafia straniera. Il Bezlaj (16) sintetizza al massimo le spiegazioni del termine (bezjak); in compenso offre molti appigli per un proponibile discorso sulla sua semantica, come, del resto e ancor meglio, fa la già citata Enciclopedia Jugoslava. Tra i cultori nostrani, il primo che si sia veramente interessato a questi problemi è stato il Marcon (17) (al quale quasi certamente si deve attribuire la coniazione del termine Bisiacaria). Egli afferma che "sul significato e l'etimo del termine "bisiach" (sic !) si è tanto discusso e tanto poco concluso; resta oscuro e tutt'al più al toscano "bislacco", se eccettuansi derivazioni esotiche". Ma il Marcon non poteva conoscere gli ultimi studi dei cultori slavi. Eppoi egli avanza dei singolari "distinguo" nella parlata bisiaca, tra la città e gli altri luoghi abitati del Territorio, che sono smentiti da una realtà della quale abbiamo avuto ampia cognizione attraverso i nostri vent'anni di ricerche. Se ne dovrebbe fare un discorso a parte e qui non è il caso. A questo punto ci pare di poter trarre le seguenti conclusioni: a) il vocabolo bisiac, per quanto ci riguarda, non è stato inventato dai nostri vicini di casa Friulani, Sloveni carsici e Triestini; b) non è stato coniato dagli abitanti veneti del Territorio; e) non si trova scritto in alcun documento antico e meno antico, classico o volgare, anteriore alla fine dell'Ottocento; d) anche se la sua data di nascita si perde nei secoli l'uso di esso come denominazione del nostro dialetto e della' nostra gente è recente; e) il suo etimo va ricercato probabilmente nei linguaggi slavi; f) il suo significato antico era quello di "profugo, fuggiasco, fuggitivo". A mo' di chiusa soggiungiamo che a noi quest'appellativo sta bene così com'è; non vi troviamo ombra di detrazione civile né sudditanze di alcun genere. E ci va bene anche il nome Bisiacaria, che, al di sopra delle artificiose divisioni burocratico-amministrative, unisce con legami infrazionabili tutti coloro che si riconoscono nella gente del Territorio.  Note: 1) Jacopo Pirona, Vocabolario friulano, pubblicato per cura dei dott. Giulio Andrea Pirona, Venezia, 1871. 2) Alfredo Lazzarini, Vocabolario scolastico friulano - italiano, Udine, 1930. 3) Jacopo Pirona, Il nuovo Pírona, vocabolario friulano curato e aggiornato da E. Carletti e G. B. Corgnali, Udine, I fasc. 1928. 4) Ernesto Kosovitz, Dizionario del dialetto triestino e della lingua italiana, Trieste I ed. 1877; II riveduta e ampliata dall’autore, 1889; III, anastatica, con introduzione di M. Doria, 1968. 5) Enrico Rosman, Vocabolarietto Veneto-Giuliano, Roma, 1922. 6) Enrico Rosamani, Vocabolario giuliano, Bologna, 1958. 7) Anche lo Czoering (Das Land Görz und Gadisca, Vienna 1873) riportando il censimento del 1857 chiarifica che i 47.841 Friulani della contea "sono insediati nella parte occidentale tra l'isonzo medio e inferiore e la frontiera italiana" e che i 15.134 italiani "formano una Popolazione compatta solo nelle contrade costiere già veneziane", intendendo con la parola "Italiani" i parlanti veneto del Territorio e di Grado. (Pagg. 59 - 60) 8) G. Androvič, Dizionario delle lingue italiana e slovena, Milano, 1936. 9) Petar Skok, Naša pomorska i ribarska terminologija na Jadranu. Spalato, 1933 - “Zacijelo su proširli Mlečani po Italiji i riječ bislacco, koja dolazi òd naše bezjak, (i Veneziani hanno diffuso in tutta Italia la parola bislacco, la quale proviene dal nostro beziak, "stolto"). 10) Carlo Battisti - Giovanni Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze 1952. 11) Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, 1962. 12) Encikiopedija Jugoslavije, Zagabria, 1955 (voce ßeziací-ßezjaki), 13) Karl Štrekelj, Morphologie des Görzer Mittelkarstdiatektes, Vienna, 1887 – "Šent Martin, wo die Karst - Bezjaki wohnen,…" (San Martino, dove abitano i Beziaki del Carso, .... ). 14) Gianni Pinguentini, Dizionario storico - etimologico - fraseologico del dialetto triestino, Trieste, 1954. 15) Vedi nota n. 9. 16) France Bezlaj, Etimološki Slovar Slovenskega Jezika, Lubiana, 1976. 17) Rico Marcon, Mofalcon mio, Gorizia, s. d., ma prob. anni '50.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da "IL TERRITORIO" n° 1, 1978, RIVISTA DEL CONSORZIO CULTURALE&lt;br /&gt;DEL MONFALCONESE DI RONCHI DEI LEGIONARI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SU ALCUNE SCONOSCIUTE ATTESTAZIONI OTTOCENTESCHE DEL TERMINE "BISIAC"&lt;br /&gt;a cura di Ivan Crico e Bruno Scaramuzza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Finora l'attestazione più antica conosciuta del termine "bisiàc" era quella riportata nel 1866, nell’introduzione al lunario “Il Contadinel”, da Giuseppe Ferdinando Della Torre, illuminato possidente e farmacista di Romans d’Isonzo. Ne dava notizia, in un interessante articolo apparso nel 1993 sulla rivista “Il Territorio”, Piero Dessenibus:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Po si la fè che han fatt ben chei del Teritori a scomenzà a alzà la vos onde par lung e par traviars si slàrgi se no altri l’idee de’irigazion. Us la doi pur, mi par di sintì il signor, us la doi pur! Dopraile mo invece di lassale scori iù infrutuose, e tropis voltis anchie danose a piàrdisi nei abìss del mar!.. Ce’ pretese minchione, che nus la vevi di metti jù propri in bochie, e quand che nus par, senze che si vevi di alzà un braz, nè di movi une giambe! Ma bravs i Bisïàcs! E j’àuguri di cur ogni favor onde une volte si scomènzi a profità des risorsis, che puèdin un mond zovà alla triste condizion des nestris campagnis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Ora, grazie alle segnalazioni dello studioso Bruno Scaramuzza di Grado, possiamo andare ancora di qualche anno indietro nel tempo. Non si tratta di attestazioni del tutto inedite ma, finora, erano sfuggite all'attenzione dei nostri studiosi forse anche perché inserite in testi non facilmente accessibili o che non sempre parlavano direttamente del nostro territorio. Negli "ATTI DEL CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LINGUISTICA E TRADIZIONI POPOLARI, a cura della  Societa’ Filologica Friulana, Gorizia-Udine-Tolmezzo 1969, pp. 171-179, nel saggio intitolato il "IL FRIULI GORIZIANO NELLE OPERE DI STEFAN KOCIANClC" il dott. BRANKO MARUSIC ricordò la figura di questo studioso, "professore presso il Seminario Teologico Centrale di Gorizia, noto nel mondo scientifico e tuttora riconosciuto anzitutto come valevole linguista e storico. Le opere di Kociancic sono ritenute molto varie, per quel che riguarda la tematica. Sebbene il più delle sue opere trattino la linguistica o per meglio dire la lessicografia e storia locale, ci sono note opere sue edite ed inedite nel campo della Sacra Scrittura, moralistica, dell'etnologia, biblioteconomia; ricco è il suo contributo come traduttore (traduzione dall'italiano), scrisse poesie in ebraico ed altre lingue. Non dobbiamo dimenticare infine i suoi tentativi pubblicistici nella stampa slovena di allora.&lt;br /&gt;La ricca personalità del Kocianc'ic offre molti spunti a linguisti, storici, teologi, etnologi per studi specifici. A me sia consentito trattare dell'opera del Kociancic, solo quanto riguarda la sua conoscenza del Friuli Goriziano e dei Friulani, di cui parlano alcuni suoi articoli apparsi nella stampa scientifica del tempo, non basati essi però su suoi studi scientifici ma su conoscenze personali del mondo friulano che ebbe modo di conoscere più da vicino dal 1830 in poi".&lt;br /&gt;  Nel 1852, nella Rivista Arkiv za povjestnicu jugoslavensku edita dalla Società Druztvo za jugoslavensku povjestnicu i starine di Zagabria, nel capitolo XI di un suo saggio questo studioso parlò della provenienza di nomi di luoghi in Friuli e spiega in breve le origini di una certa lingua « bisiacha » nel territorio da Duino a Gradisca, tra il Carso e l'Isonzo. Spiega che le popolazioni dei territori appartenuti una volta alla Repubblica Veneziana erano nell'anno 1848 seguaci della « cosa italiana » e contrari all'Austria, mentre « tutti altri nostri Friulani » erano fedeli all'impero austriaco. &lt;br /&gt;  L'anno seguente, il Kociancic pubblicò pure un lungo articolo « Zgodovinske drobtinice pò Goriskem nabrane v letu 1853» (17) (Briciole storiche raccolte nel Goriziano nel 1853). Il lungo articolo è una vera e propria storia topografica del territorio goriziano enumerando diversi dati storici dei vari luoghi: Aquileia, Grado, Barbana, Gradisca d'Isonzo, Farra, Mossa, Cormons, Lucinico, Pertèole, Fratta, Brazzano, Aiello, Chiopris, Saciletto, Romans d'Isonzo, Villesse, Fiumicello, Ronchi dei Legionari, Monfalcone. Ai dati storici sui menzionati luoghi fa seguito una descrizione più generale del Friuli. Il Kociancic nota che in tutti i luoghi enumerati vivono i Friulani (« laski, vlaski ali furlanski prebivalci ») con eccezione per il territorio tra la spon¬da sinistra dell'Isonzo ed il Carso fino a Gradisca, dove vivono gli Italiani, circa 12.000 anime, che si chiamavano « Bisiacchi ». &lt;br /&gt;  Per concludere, riportiamo anche alcune interessanti citazioni contenute in vari testi, scritte dal Prof. Sebastiano Scaramuzza (Grado, 1829-Vicenza, 1913) che fanno riferimento anche alla nostra parlata inserendola tra le parlate storiche di tipo veneto lungo la fascia costiera adriatica.&lt;br /&gt;  Ne Le Vicende e le Conclusioni del mio studio giovanile della Parlata Gradese, Udine 1894, scriveva a p. 17: "Nell'autunno della mia quarta ginnasiale (1845 circa) a qual punto mi trovavo io co' miei studi gradensi ?.... Ecco : Io aveva già conosciuto parecchi dialetti Veneti : il dialetto di Pirano, d'Isola d'Istria, di Capo d'Istria, il dialetto del Territorio di Monf'alcone, il dialetto di Venezia, le parlate dei Chioggiotti, dei Caorlotti, dei Buranelli e di altre popolazioni venete". A p. 40.invece, troviamo: "..Isola dei Busiari…..Bisiachi".&lt;br /&gt;  Per finire nel testo Italicae res in Austria, Vicenza 1895-1896, a p. 174, scrisse che nel 1865 "era presente lì un eccellente prete bisiaco D.D.B. (Don Domenico Braida di San Canziano) .&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7533812013492731769-8165186606705937307?l=bisiacivan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://bisiacivan.blogspot.com/feeds/8165186606705937307/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7533812013492731769&amp;postID=8165186606705937307' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8165186606705937307'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7533812013492731769/posts/default/8165186606705937307'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://bisiacivan.blogspot.com/2008/11/bisiac-le-prime-tistimognanze-del.html' title='Bisiac: le prime tistimognanze del vocàbul / Bisiaco: le prime testimonianze del termine'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7533812013492731769.post-7192884159521472790</id><published>2008-11-03T23:26:00.005+01:00</published><updated>2009-08-18T07:50:37.825+02:00</updated><title type='text'>Puisie de grandi poeti voltade par bisiac /poesie di grandi poeti tradotte in bisiaco</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SopA-1Ug_cI/AAAAAAAAAIs/U7f4d4806XA/s1600-h/blake_ancient_of_days.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 234px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SopA-1Ug_cI/AAAAAAAAAIs/U7f4d4806XA/s320/blake_ancient_of_days.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371176953801932226" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dipinto di William Blake&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;COS CHE CATARÉ&lt;br /&gt;SOMMARIO:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) William Blake&lt;br /&gt;2) Pablo Neruda&lt;br /&gt;3) John Keats&lt;br /&gt;4) Salvatore Quasimodo&lt;br /&gt;5) Arthur Rimbaud&lt;br /&gt;6) Machado&lt;br /&gt;7) Jannis Ritsos&lt;br /&gt;8) Kavafis&lt;br /&gt;9) Stephan George&lt;br /&gt;10) Montale&lt;br /&gt;11) Holderlin&lt;br /&gt;12) Seferis&lt;br /&gt;13) John Donne&lt;br /&gt;14) Osip Mandelstam&lt;br /&gt;15) William Butler Yeats&lt;br /&gt;16) Giacomo Leopardi&lt;br /&gt;17) Gialâl ad-Dîn Rûmî&lt;br /&gt;18) Johann Wolfgang Goethe&lt;br /&gt;19) Camillo Sbarbaro&lt;br /&gt;21) Amedeo Giacomini&lt;br /&gt;22) Federico Tavan&lt;br /&gt;23) Gian Mario Villalta&lt;br /&gt;24) Beppe Salvia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;WILLIAM BLAKE&lt;br /&gt;L'ànzul&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De un insunio m'ò insunià! Che volévelo &lt;br /&gt;dir? E che mi iero 'na vèrzene Rigina,&lt;br /&gt;tinduda de un bón ànzul: al mal senza&lt;br /&gt;resón mai se à, mai rivà pararlo via!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E mi pianzéu cu'l scur e vìa pa'l zorno,&lt;br /&gt;e le me làgreme élo al sughéva, e mi&lt;br /&gt;pianzéu cu'l scur e vìa pa'l zorno, e del me cór&lt;br /&gt;scunduda ghe cignìu la giulduda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cussì lu l'à ciot su le só ale e 'l xe sgorlà via;&lt;br /&gt;e lóra la matina la s'à culurì de un ros roset;&lt;br /&gt;m'ò sugà le làgreme e armà la me sbìgula&lt;br /&gt;de diesemili scudi e lanze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De là un póc al me Ànzul al xe tornà indrìo:&lt;br /&gt;iero cu'le arme, al xe vignù de bando,&lt;br /&gt;parvìa che 'l tenp de la zovintù al iera 'ndà via&lt;br /&gt;e de cavéi grisi al iera coèrt al me cau.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PABLO NERUDA&lt;br /&gt;Corp de fémena &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corp de fémena, albìze culìne, galóni albìzi,&lt;br /&gt;ta'l to bandón al mondo te ghe somée.&lt;br /&gt;Al me corp de vilàn salvàdego al te sgava&lt;br /&gt;e 'l fa surtìr al fiól del fundi de la téra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ò stà rumìt como 'na galarìa. De mi scanpéva i uséi&lt;br /&gt;e in mi la note la vignìa forta, saltandome suso.&lt;br /&gt;Par restar vìu te ò sacumàda como 'na arma,&lt;br /&gt;como 'na freza pa'la me balìstra, como 'na piéra&lt;br /&gt;como 'na piéra pa'l me zerendìgul.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma zà de vendegarse vien l'óra, e te vói ben.&lt;br /&gt;Corp de péla, de mus'cio, de lat caiàda e ferma.&lt;br /&gt;Pa'le cope del pét! Pa'i oci del gnente!&lt;br /&gt;Pa'l garòful del grìn! Pa'la to óse pegra &lt;br /&gt;e duta zunbada de manincunìa !&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corp de la me fémena, 'ndarò nanzi ta la grazia tóva.&lt;br /&gt;La me sé, la me brama senza cunfìn, 'l me trozo scunfundù!&lt;br /&gt;Aque suturne onde che senza fin la sé la cuntìneva,&lt;br /&gt;e la straca la cuntìneva, e 'l giól senza fin.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;JOHN KEATS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co me tudo 'npensando che podarìo&lt;br /&gt;finìr de èssar vanti che 'l me pinìn&lt;br /&gt;l'àpie cuì i spighi drìo buligár&lt;br /&gt;ta'l me zarvél, vanti che alte tasse&lt;br /&gt;de libri ta signi i sére i larghi&lt;br /&gt;zà bóni de sesulár, como siori&lt;br /&gt;granari, co scalumo sóra 'l muso&lt;br /&gt;stelà de la note grandi sìnbui&lt;br /&gt;flus'chi de lïenda maraveòsa,&lt;br /&gt;e me 'npenso che no podarìo vìvar&lt;br /&gt;bastanza par dessegnar le só unbrìe&lt;br /&gt;cu'la man che fa stravédari del distìn;&lt;br /&gt;e co mi sinto, béla crïatura&lt;br /&gt;de 'n'óra, che no te podarò smirar&lt;br /&gt;più, no podarò giòldar de la forza&lt;br /&gt;bocóna e 'ncantesemada de l'amor&lt;br /&gt;che 'l se bandóna; lóra ta la spiaza&lt;br /&gt;de sto mondo grandón stago bassól&lt;br /&gt;e me 'npenso fina quando che l'amor&lt;br /&gt;e la gloria in ta'l gnente 'l va fundi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SALVATORE QUASIMODO&lt;br /&gt;Ridùza la checa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fursi al xe un signo vér del vìvar:&lt;br /&gt;tornovìa de mi putéi cun liziéri&lt;br /&gt;sésti de le testùze i bala t'un zugo&lt;br /&gt;de ànde e de óse lóngo la terbàna&lt;br /&gt;de la gèsia. Giól de la séra, unbrìe&lt;br /&gt;'npïade sóra l'erba cussì verda,&lt;br /&gt;belonóne ta'l fógo de la luna!&lt;br /&gt;Al suvignìr poc ve lassa de spavàr;&lt;br /&gt;dès, desmissieve. Àilo! 'l trabàcia 'l poz&lt;br /&gt;pa'la prima colma. Sta qua xe l'óra.&lt;br /&gt;No mea zà, arsidi, rumìti sìnbui.&lt;br /&gt;E ti vént de zò tant fort de zàgare,&lt;br /&gt;sburta la luna là che croti i drome&lt;br /&gt;i garzonéti,'nzita 'l puiér pa'i larghi&lt;br /&gt;ùmedi de talpe de caval, vérze&lt;br /&gt;al mar, sbrega vìa i nui dei àrbui:&lt;br /&gt;zà 'l dragón al va 'ncòntraghe de l'aqua&lt;br /&gt;e l'usma pegro al ploc' ta le russe,&lt;br /&gt;ridùza la checa, negra ta i naranzari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ARTHUR RIMBAUD&lt;br /&gt;Le cornàce&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Signór, co xe 'ndiazade le largure,&lt;br /&gt;quan che ta i rudinàzi de le vile&lt;br /&gt;i tase i bóti lónghi de la sèra...&lt;br /&gt;Parsóra de la natura sfiurida&lt;br /&gt;fa che le se plònze dei ziéi grandóni&lt;br /&gt;tan còcole, ninìne le cornàce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strània clapa cun triste torocade,&lt;br /&gt;'l minaza al neverìn 'l vostro cóu!&lt;br /&gt;Valtre ciamo, óro le aque zale,&lt;br /&gt;sóra 'l trozo de le crose antighe,&lt;br /&gt;parsóra dei fossài e dei sfondri fondi,&lt;br /&gt;modànt sparnizade e de nóu in ciap.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A mïari, pa'i larghi de la Franza,&lt;br /&gt;là che i drome i morti de vanti de iér,&lt;br /&gt;féla sgurlar là, par favor, la sasón&lt;br /&gt;bruta in recordo de i torziolóni!&lt;br /&gt;Sé donca quéi che i nùnzia al Dovér,&lt;br /&gt;negri usèi a chi che 'l móre didicadi!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Valtre, sante del ziél, in cuca del róul,&lt;br /&gt;un pal che 'l se rende a l'incant de la séra,&lt;br /&gt;zerché de sparagnar almanco i caunegri&lt;br /&gt;par naltri che ta'l fundi del bos'c i ne liga,&lt;br /&gt;ta l'erba che no la ne lassa 'ndar via,&lt;br /&gt;la pirduda che mai se podarà ganbiar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MACHADO&lt;br /&gt;Verdi zardineti, ciare piazete...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Verdi zardineti, ciare &lt;br /&gt;piazete, fontanéla&lt;br /&gt;virdulìna là che l'aqua&lt;br /&gt;la se 'nsùnia, onde&lt;br /&gt;che l'aqua la córe&lt;br /&gt;zidìna ta la piéra...&lt;br /&gt;  Le fóie de un verdo&lt;br /&gt;fiapì, squasi negre&lt;br /&gt;del agàz, la baviséla&lt;br /&gt;de setènbar i le basa,&lt;br /&gt;e calchidun i le para&lt;br /&gt;vìa, zale, secadìze,&lt;br /&gt;zugando, in ta'l pòlvar&lt;br /&gt;bianc de la téra...&lt;br /&gt;  Puta liziéra,&lt;br /&gt;che te 'npìne la boza&lt;br /&gt;de aqua trasparenta,&lt;br /&gt;ti, ociandome, no te mete&lt;br /&gt;framezo dei negri bòcui&lt;br /&gt;dei to cavèi, como sóra&lt;br /&gt;pinsiér, la scura man,&lt;br /&gt;né, despò, ta'l lìnpedo&lt;br /&gt;cristàl ti te te smire...&lt;br /&gt;  Te sinte la baviséla&lt;br /&gt;de la séra, tan che de ciara&lt;br /&gt;aqua la boza tóva&lt;br /&gt;ti te 'npine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;JANNIS RITSOS&lt;br /&gt;Vacànzie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E te cate uncóra 'l tenp che 'l pól instés sarvìr,&lt;br /&gt;cun ìnpito te zònche 'na fóia, un verbo te tra&lt;br /&gt;ta'l fundi del poz scur senza mai pòdar savèr&lt;br /&gt;se 'l starà suso o 'l 'ndarà ta l'antro lai. Òmini&lt;br /&gt;de pressa i traversa le carezade, i va in becarìa,&lt;br /&gt;bluse, fruti i ciól, buste de carte, fuminànti. Le fémene&lt;br /&gt;le xe drìo provar nanzi le specére i capéi par l'istà,&lt;br /&gt;al nominepatri de spes al ghe giól, le zerca ùa bacò,&lt;br /&gt;ta'l salìzo un gran 'l va zò: - no sta tibiarlo: la puisìa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vacanze&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ritrovi ancora il tempo indifferentemente utile, / recidi con significazione una foglia, getti una parola / in fondo al pozzo scuro e ignori del tutto / se rimarrà a galla o se passerà dall'altra parte. Uomini / frettolosamente attraversano la strada, comprano carne, / camicie, frutti, buste di carte, fiammiferi. Le donne / provano davanti agli specchi cappelli estivi, / hanno frequenti emicranie, mangiano uva pregiata, / un chicco cade sul pavimento: - non calpestarlo: la poesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;KAVAFIS&lt;br /&gt;Zéri&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nanzi de naltri i zorni che i xe drìo vignìr&lt;br /&gt;conpagni de 'na strica de zéri 'npïadi -&lt;br /&gt;pìciui zéri 'ndoradi, sbroénti, vivarosi zéri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I resta de drìo i zorni zaròmai 'ndadi, &lt;br /&gt;'na strica che la giól de zèri destudadi;&lt;br /&gt;quéi più arente i fa un fil de fun,&lt;br /&gt;zèri 'ndiazadi, fruàdi, zèri sturzudi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No li vói védar: fa passión catarli in sti stati,&lt;br /&gt;la giuluda de suvignìrse de la só luse antiga.&lt;br /&gt;E vardo nanzi de mi i me zéri 'npïadi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No vói zirarme, no vói védar cu'i sgrìsui&lt;br /&gt;como che la se slónga tant zélara la strica negra,&lt;br /&gt;cos che 'l cresse, zèlar, al lùnbar dei zéri destudadi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STEPHAN GEORGE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se no podarò pelar &lt;br /&gt;'l to corp ancói&lt;br /&gt;al fil de la me ànema&lt;br /&gt;al se sbregarà como al fil&lt;br /&gt;de 'na balistra sforzà&lt;br /&gt;forademodo. Che sìele&lt;br /&gt;cari sdrissi, donca, le tente&lt;br /&gt;del lut, par mi che n'ò bù padìn&lt;br /&gt;de co te parcègno. Dìseme ti&lt;br /&gt;se me sta ben de vér&lt;br /&gt;sto spin; dà friscura a mi&lt;br /&gt;che batando fievra, cu'l tremaz,&lt;br /&gt;me pozo ta la to porta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MONTALE&lt;br /&gt;Cïula la zidéla del poz&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cïula la zidéla del poz,&lt;br /&gt;l’àqua la vien suso vers la luse&lt;br /&gt;e cun éla la se missia. Sgrisùla&lt;br /&gt;un recordo ta la sela ’npinada,&lt;br /&gt;ta’l zércio nét ’na imàzine ridùza.&lt;br /&gt;Vago arente cu’l muso de lavri&lt;br /&gt;smarìdi: se tramuca ’l passà, al vien&lt;br /&gt;véc’, al parcèn a calchidùn&lt;br /&gt;antro…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;            Véla che zà la uìca&lt;br /&gt;la roda, la te torna al fundi negro,&lt;br /&gt;stravédar, ’na lontanéza la ne spartisse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;HOLDERLIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se pol lumar uncóra la sasón,&lt;br /&gt;i larghi de l’istà in ta ’l lusór&lt;br /&gt;e cuiéti, al só verdo bél gualìu&lt;br /&gt;par dut là che ’l roiél al sbrissa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ta le onde. Cussì ta la monte e ’l valón&lt;br /&gt;passa ’l dì lustro, che no se pól fermar;&lt;br /&gt;passa i nui ta la pachéa de lóghi alti,&lt;br /&gt;par che ’l se tardìve l’an ta ’l spiandór.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De "Pan e vin"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VII.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che xe zà massa tardi, amigo, rivemo. I vive de segur i dii&lt;br /&gt;  Ma lavìa, parsóra de naltri, t'un antro mondo. Ta'l opra&lt;br /&gt;I xe de cuntìnevo e par che gnanca no i se sverse&lt;br /&gt;  Se naltri vivèmo, cussì tan poc de tèndarne i bazìla.&lt;br /&gt;Parvìa che un selot scridilì, de ciaro, i li pól cignir:&lt;br /&gt;  Noma che calche volta l'omo al pól cior in sì la penzeza &lt;br /&gt;De Dio. Al só insunio al xe, despò, al vìvar. Instés al falar&lt;br /&gt;  Al zova como calmìna: i fa vignìr su fort i strussi e 'l unbrïun&lt;br /&gt;Finaché, comódo òmini de valor despatussadi t'una cuna&lt;br /&gt;  De bronzo, i córi tan che 'na voltóna, i sìe de quei del ziél&lt;br /&gt;Forti conpagni. C'un ton i riva lóra. Ma intant me dimando &lt;br /&gt;  Saldo se no sarìe mei drumir pitost de star cussì bassoi&lt;br /&gt;A fruarse drìo spetar: e cossa far intant e cossa dir&lt;br /&gt;  Mi no so: e parcossa i poeti co xe tenp de caristìa?&lt;br /&gt;Ma ti te dise che i xe como i piovani sacri de Nisio&lt;br /&gt;  Che de vila in vila i torzioléva ta la note sacra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da "Pane e vino". Troppo tardi, amico, giungiamo noi. Vivono certo gli dèi / Ma là, sul nostro capo, in un altro mondo. / Senza tregua lì agiscono e sembrano poco curare / Se noi viviamo, tanto ci risparmiano i celesti. / Perché non sempre è capace un debole vaso di contenerli: / Solo a periodi l'uomo sostiene pienezza divina. / Sogno di loro è, dopo, la vita. Pure l'errare / Giova come sopore: rende forti lo stento e la notte, / Finché eroi cresciuti in culla di bronzo, / Cuori, come una volta, ai celesti di forza siano pari. / Tuonando giungono allora. Ma intanto spesso mi chiedo / Se non è meglio dormire che stare così senza compagni / A languire in attesa: e che fare intanto e che dire / non so: e perché i poeti nei tempi di privazione? / Ma tu dici che sono come i preti sacri di Diòniso / Che di paese in paese andavano nella sacra notte.&lt;br /&gt;(trad. G. Vigolo)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SEFERIS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al zardìn cu’i só spìssui vers la pióa&lt;br /&gt;ti te lo cucarà noma che del barcón&lt;br /&gt;bas de là dei véri cragnosi. La stànzia&lt;br /&gt;la s’ciarirà sol la banpa del fogolar&lt;br /&gt;e ogne tant, ta ’l lanp de luntane&lt;br /&gt;saète, se pandarà le grispe&lt;br /&gt;ta ’l to zarnél, vèc’ Amigo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al zardìn cu’i só spìssui che i iera&lt;br /&gt;pa’la to man al bàtar de quel’antra&lt;br /&gt;vita, oltra 'l màrmore sfesà, oltra&lt;br /&gt;le colóne spaurose&lt;br /&gt;al bala in fra i leàndri&lt;br /&gt;dogna le gave nóe de masègno, un véro&lt;br /&gt;sudà i lo varà zoncà dei zorni tóvi.&lt;br /&gt;Ti no te sfiadarà: téra e sugo de piante&lt;br /&gt;i se piunbinarà del to recordo par bàtar&lt;br /&gt;ta sta lastra onde che la bate,&lt;br /&gt;del mondo de fóra, la pióa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;JOHN DONNE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ta ogne scavazà vassél onde&lt;br /&gt;che pos ’nbarcarme, lo farò doventar&lt;br /&gt;l’anblema de la to arca. Quél mar&lt;br /&gt;che ’l podarìe iutirme, quéla ondada&lt;br /&gt;saràli par mi l’anblema del sangue tóu.&lt;br /&gt;Se te sconde al to muso cun nui de fota&lt;br /&gt;pur, drìo de la baùta, cognosso quéi oci&lt;br /&gt;che, se i se pól schivar calche volta,&lt;br /&gt;mai cun desprèz i te luma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                         A ti&lt;br /&gt;te dago in sagrifìzio sta ìsula, e quéi&lt;br /&gt;che ghe ò vulù e che i m’à vulù ben. Quan&lt;br /&gt;che infra èli e mi varò mitù i vostri&lt;br /&gt;mar, ti lóra mete al mar tóu&lt;br /&gt;infra mi e i pecadi mévi. Como&lt;br /&gt;’l sugo al zerca cu’la crïura la fonda&lt;br /&gt;radisa, ta la me sasón più cruda me ’nbunìsso.&lt;br /&gt;Là gnente antro foraché ti, radisa ’terna&lt;br /&gt;del vér Amor, mi pos cognossar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No te mete ti al slàif, né la to riligión,&lt;br /&gt;ta la tenarèza de ’n’ànema cunpiena de armunìa.&lt;br /&gt;Ma ti te vól par ti sòlache quel amor&lt;br /&gt;e como ti, me Signor zeloso, anca mi&lt;br /&gt;son cunpien de zilusìa. Ti no te me vól&lt;br /&gt;bén fin co no varò desvoidà la me ànema del vòlar&lt;br /&gt;bén a calchidùn foraché ti. Chi che la vól ufrir&lt;br /&gt;libartà al ciapa. Se no te te ’ncure&lt;br /&gt;de chi che ghe vói ben, magaricussinò, ti&lt;br /&gt;no te me vól bén.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                           Donca mete ti al sizìl&lt;br /&gt;ta sto rizipìz che ’l nùnzia de como del dut&lt;br /&gt;m’ò molà onde che i è cazùdi i più débui&lt;br /&gt;razi de l’amor. Fàli nuvizi quéi amori&lt;br /&gt;sòlache cun ti, pirdudi vìa pa’la zovintù&lt;br /&gt;drìo de la Gloria, al Murbìn, Speranzie (fénti brusóri).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pa l’orazión xe méi l’unbrïun de la Gesia.&lt;br /&gt;Me gavo vìa dei oci noma che par lumar Dìo &lt;br /&gt;e par pararme de i zorni de sïonéra&lt;br /&gt;sielzo ’na note cuntìneva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OSIP MANDELSTAM&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bassól vardo drét ta ’l muso la criùra:&lt;br /&gt;no ’l va de gnissuna banda, no viengo de gnissun lógo,&lt;br /&gt;e al è senpre ben sopressà, piegà senza grispe&lt;br /&gt;al miràcul de la pradarìa e al rispìra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ta sta ’namidada caristìa ’l schìza i oci al sol -&lt;br /&gt;al só schizarli al è cuiét e pien de confort...&lt;br /&gt;Boschete cun diese lùnbari - squasi como quéi là...&lt;br /&gt;E la neve la crica ta i oci, nozenta como ’l pan.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;WILLIAM BUTLER YEATS&lt;br /&gt;Lavìa ta i zardìni dei salgàri&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A là xe sta, ta i zardìni dei salgàri, che mi e la me mula&lt;br /&gt;se vèvisi catà; èla la passéva pa'i zardini cu'i só pié pìzui de neve.&lt;br /&gt;La m'à 'nzità a cuìr l'amor cussì como che 'l vignìa, comódo le fóie&lt;br /&gt;le cresse ta 'l àrbul; ma mi, zòvin e surlo, a la sóva ciamada&lt;br /&gt;no ghe véuo volést respòndar. Xe sta t'una largura a óro&lt;br /&gt;de l'aqua che mi e la me morosa se véno 'ncantà, e éla&lt;br /&gt;la à pozà la man sóva de neve ta la me spala sbassada.&lt;br /&gt;Ela la m'à 'nzità a ciapar al vìvar como che 'l vien, cussì&lt;br /&gt;como l’erba che la cresse ta i rapari; ma mi iero &lt;br /&gt;zòvin e surlo, e ancói de làgreme 'nbunbì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GIACOMO LEOPARDI&lt;br /&gt;Senza fìn&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Me xe senpre piasuda sta rumita&lt;br /&gt;culìna, e sta màcia, che de l'óro &lt;br /&gt;del ziél un tóc lóngo la ghe nibisse&lt;br /&gt;a l'oc' de vardar. Ma tan che mi stago&lt;br /&gt;sentà e son drìo lumar, lóghi senza&lt;br /&gt;fin de là de éla, e ziti che i xe oltra&lt;br /&gt;de l'omo, e 'na pase granda ta'l pinsiér&lt;br /&gt;fago fénta che i sìe; onde che 'l cór&lt;br /&gt;de bot al sgrisùla. E comódo 'l vént&lt;br /&gt;ta sti àrbui sinto sbusinàr, mi quel&lt;br /&gt;zito senza fìn cun sta óse rente&lt;br /&gt;cùbio; e  me suvien quel che xe terno,&lt;br /&gt;e de le sasón 'ndade, e de quela&lt;br /&gt;de dès, viva, e 'l sòn de éla. Cussì&lt;br /&gt;ta sta grandèza 'l se nega al me pinsiér:&lt;br /&gt;e 'ndar a fundi xe dolz in ta sto mar.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GIACOMO LEOPARDI&lt;br /&gt;La pàssara salvàdega&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De sóra la cuca de la tore antiga,&lt;br /&gt;passàra salvàdega, 'ncòntraghe &lt;br /&gt;te va de le largure e te zorne&lt;br /&gt;fina che al zorno no 'l móre; &lt;br /&gt;e la torzióla l'armunìa &lt;br /&gt;par sto valón. La vèrta de tornovìa&lt;br /&gt;la spiandóra ta'l vent, e pa'i larghi&lt;br /&gt;la se 'nboreza, 
